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LE OPERE
Tragedie, traduzioni, eccetera
L’amore per la poesia portò il Foscolo a cimentarsi con la scrittura già negli anni dell’adolescenza. Le sue prime opere, come lui stesso riconosce, non hanno grosse valenze artistiche: servono comunque allo studioso per inquadrare meglio la personalità del futuro grande poeta; performances come Alla Bellezza, A Venere, Il ritratto..., pur essendo testi assai convenzionali, testimoniano il sincero amore del Foscolo per le forme e i miti del mondo classico; altri componimenti, come A Dante, A Venezia, A Bonaparte Liberatore..., denotano la predisposizione del poeta a riflettere sulla realtà contemporanea e ad infiammarsi per i valori della libertà politica e individuale. Con queste opere, comunque, il Foscolo comincia ad allenarsi seriamente per diventare grande scrittore. I suoi primi passi verso risultati degni di nota egli li compie nel 1797 quando, allontanatosi temporaneamente da Venezia, si reca sui colli Euganei ed abbozza il primo nucleo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.
La stesura del romanzo è stata piuttosto tribolata:
Foscolo comincia a
progettarlo nel 96/97 col titolo di Laura lettere. Poi inizia a stamparlo
nel ’98 a Bologna, ma la guerra impedisce che l’operazione vada a buon
fine. Più tardi Foscolo lo riprende in mano, riscrivendolo in pratica di
nuovo, e lo pubblica nel 1802 a Milano. Ulteriori modifiche ed aggiunte
compaiono quindi sia nell’edizione svizzera del 1816, che in quella
londinese del 1817. Ora, tenuto conto che un buon romanzo (come del resto un buon “tema”) deve presentare una struttura compatta, organica, coerente e possibilmente lineare, dovremmo dire che l’Ortis non è un buon romanzo. Esso infatti presenta una evidente
* discontinuità tematica (il tema amoroso e quello politico non trovano un giusto equilibrio); e una altrettanto evidente * discontinuità stilistica: il discorso passa con eccessiva disinvoltura dai toni enfaticamente idillici, ai toni esageratamente drammatici, alle pagine dove il linguaggio si fa quasi pacato e discorsivo.
Inoltre il romanzo non
è del tutto originale, anzi: per la sua struttura il Foscolo si è
ispirato, soprattutto, al fortunato - ed assai più riuscito - romanzo di
Goethe I dolori del giovane Werther. Tali limiti, comunque, sono in buona misura giustificati dal fatto che in Italia manca:
* una lingua nazionale adatta alla narrativa moderna.
Così, nonostante i suoi “difetti”, l’Ortis ha una notevole importanza storica, perché può essere considerato a pieno titolo
Jacopo è l’eroe romantico: l’uomo libero, insofferente dei condizionamenti scolastici, famigliari, politici, sociali... è insomma l’alternativo, quello che non potrebbe mai fare il tranquillo bancario in doppiopetto grigio, quello che ama la vita spericolata, che si getta in furiose cavalcate notturne [...e guidare a fari spenti nella notte, per vedere, se è poi così difficile morire...], che si brucia nelle passioni più assolute... Odoardo, invece, è il tranquillo borghese: ricco e teso ad aumentare ulteriormente il patrimonio; rispettoso delle convenzioni e delle autorità; sempre elegante e padrone di sé; freddo, calcolatore, sempre con l’orologio in mano per non sprecare inutilmente il tempo...
Per questo l’Ortis è giustamente ricordato come
L’Ortis, inoltre, è un momento chiave dell’evoluzione spirituale del Foscolo; il romanzo, infatti, è strettamente autobiografico e riflette drammaticamente il tumulto degli affetti, dei sentimenti, dei pensieri, delle delusioni... provati dallo scrittore nel momento più critico della sua esistenza: il momento in cui egli vede crollare gli ideali che hanno infiammato la sua esistenza. Questo romanzo-confessione, pertanto,
* il tema della bellezza (la bellezza, impersonificata qui nella figura di Teresa, è una delle più grandi risorse della vita: ci rasserena, ci conforta, ci aiuta a dimenticare i dolori e ci riconcilia col mondo intero); * il tema delle illusioni (l’amore e la bellezza, appunto, ma anche la Patria, la poesia... sono mere illusioni, perché sono destinate a non realizzarsi mai; ma senza di esse la vita sarebbe ancora più inutile, vuota, angosciosa...); * il tema della Patria (riferito soprattutto a Venezia, tradita dal “liberatore” Napoleone che la vende cinicamente all’Austria per mero interesse); * il tema dell’esilio (nella figura di Jacopo che, perduta la patria ideale, non trova più alcun approdo tranquillo e pacificante, c’è tutto il dramma dell’uomo libero, costretto a fuggire di gente in gente, perché non si piega a ruoli servili, perché non riesce ad inserirsi in una società che bada troppo alle apparenze e poco alle sostanze, perché non accetta compromessi); * il tema dell’amore per la natura (una natura ora docile e serena, ora triste e burrascosa... una natura ancora selvaggia dove l’individuo, disgustato dalla società, può trovare conforto);
* il tema del
suicidio. Quest’ultimo, soprattutto, ha sempre sollecitato la fantasia di critici e lettori. Che significato attribuire al suicidio di Jacopo? E’ un disperato quanto virile gesto di protesta? E’ un sintomo di debolezza, di immaturità psicologica? Rappresenta metaforicamente il suicidio dell’intellettuale che si trova spiazzato in una società che bada solo agli interessi materiali? Sta a significare il desiderio dell’autore di evadere dalla squallida realtà? Forse è tutto questo, od altro ancora: il dibattito è aperto: e ciò sta a significare che l’Ortis, al di là dei sui limiti formali, è un libro che affascina ed intriga ancora oggi.
I SONETTI
Tra il 1798 e il 1803 il Foscolo, mentre lavora all’Ortis, compone anche alcune brevi poesie liriche, fra cui i famosi 12 sonetti.
sono uno sfogo sentimentale
Questi brevi ma
vibranti componimenti sono quindi uno sfogo del cuore: essi esprimono,
insomma, i sentimenti e gli stati d’animo più cari al poeta.
La critica è solita
distinguere, e non solo in base ad un criterio cronologico, i primi otto
sonetti dagli ultimi quattro. I primi otto sonetti, comunque piacevoli ed
interessanti, non raggiungono risultati estetici di altissimo valore in
quanto gli sfoghi autobiografici (talvolta eccessivamente enfatizzati) e
le reminiscenze classiche (talvolta esageratamente mitizzate) spesso non
si fondono in una struttura organica, armonica, stilisticamente
equilibrata.
I
quattro sonetti maggiori... Negli ultimi quattro sonetti, invece, la passionalità del poeta appare più pacata... Come se il Foscolo, prima di rivelare anche i suoi stati d’animo più urgenti, si abbandonasse ad una lunga meditazione. La passionalità esasperata viene qui dominata dalla dolente e serena riflessione: gli sfoghi esistenziali dell’uomo Foscolo diventano pertanto il pretesto per una più alta e profonda meditazione sull’uomo in generale.
Alla Musa
Nel sonetto Alla Musa, domina la meditazione sulla brevità della vita, sulla giovinezza che inesorabilmente trascolora, sui sogni e le illusioni che lentamente lasciano posto ai ricordi ed ai rimpianti, sullo sconforto per un’esistenza solitaria e dolorosa che scivola fatalmente verso il silenzio della morte.
Alla sera
Il sonetto Alla sera è uno dei più belli della nostra letteratura. La sera, per il poeta, è il momento più bello della giornata: il momento in cui, finalmente, ci si può riposare dopo gli affanni quotidiani; il momento in cui si placano i rumori dell’esistenza ed il cuore è invaso da uno stato d’animo di pace e serenità. Ma la meditazione sulla sera sfocia spontaneamente nella meditazione sulla morte. Anche la morte, come la sera, è una promessa di pace: una pace dolce e definitiva: un rassicurante porto d’oblio dove si annullano le fatiche di un’esistenza tribolata ed angosciosa.
A Zacinto
Bellissimo è anche il
sonetto A Zacinto. L’ispirazione nasce dallo struggente ricordo del paese
natale: una suggestiva isoletta del mare greco dove il poeta ha vissuto
un’infanzia serena: l’unico momento veramente felice della sua vita. Zante
diviene allora il simbolo della fanciullezza, dell’innocenza, della
felicità primigenia ormai irrimediabilmente perduta.
Ma ecco che la
nostalgica rievocazione della patria reale, sfocia magicamente
nell’altrettanta nostalgica rievocazione della patria ideale: Zante
diventa allora anche il simbolo affettivo del mondo greco: un mondo mitico
e favoloso, dominato dalla bellezza assoluta della natura (Venere), dai
canti di poeti gloriosi (Omero) e dalle gesta avventurose di eroi baciati
dal fato (Ulisse).
Ulisse, infatti,
nonostante il lungo e tribolato esilio, potrà infine tornare alla sua
isola natale (Itaca); mentre lui, Foscolo, è destinato a morire lontano
dalla sua amata isola e dalle lacrime consolatrici dei propri cari. Rimane, però, l’incantevole consolazione della poesia come eternizzatrice di sogni e valori: così come il canto di Omero ha reso immortale il mondo greco (coi suoi eroi, le sue bellezze e i suoi miti), Foscolo spera, grazie ai suoi versi, di rendere immortale la sua patria. In questo sonetto i motivi autobiografici (l’isola nativa, l’infanzia, l’esilio, il timore per una sepoltura illacrimata) si fondono perfettamente coi motivi mitologici (il mondo greco, Venere, Omero, Ulisse) e danno luogo ad una poesia perfettamente equilibrata e ricca di suggestioni.
In morte del fratello Giovanni
Molto suggestivo è
anche il sonetto In morte del fratello Giovanni. Il sonetto fu composto
nel 1802, in memoria del fratello minore, Giovanni Dionigi, ufficiale
dell’esercito napoleonico, che si uccise con un colpo di pugnale per
debiti di gioco. Il suicidio avvenne in presenza della madre. Ma accanto al dolore per la morte del fratello, risuonano in questi versi i motivi essenziali della poesia foscoliana: l’esilio (la lontananza dalla patria, dalla casa, dagli affetti familiari e soprattutto dalla madre), il suicidio (realizzato da Giovanni e pensato da Ugo), il dramma della madre (spettatrice sgomenta della morte di un figlio e dell’esilio dell’altro), il desiderio di sepoltura in patria.
LE
ODI Contemporaneamente al romanzo e ai sonetti, Foscolo compone due Odi: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo (1800) e All’amica risanata (1802).
A
Luigia Pallavicini caduta da cavallo
All’amica risanata
Nelle prime 8 strofe lo scrittore parla della guarigione di Antonietta e del suo ritorno alla vita elegante e mondana:
- assieme alla primavera, rifiorisce la bellezza, unica consolazione dell’infelicità umana; - con la salute e la bellezza, tornano le occupazioni piacevoli: il rito della vestizione, le feste, il canto, la danza; - le Grazie neghino il sorriso a chi ricorda che anche una bella donna, prima o poi, deve invecchiare. Nelle rimanenti 8 strofe il poeta vuole rendere divina la sua amica grazie alla poesia: - la tradizione classica ha venerato come dee donne che furono mortali: la cacciatrice Diana (Artemide), la guerriera amazzone Bellona, la regina Venere; - quindi anche lui, greco di nascita e di cultura, potrà rendere divina ed immortale Antonietta grazie ai suoi versi. Ancora una volta il motivo chiave è quello della poesia che rende eterna la bellezza rinchiudendola nel mito, nell’oasi intatta e remota del microcosmo letterario.
Se nei sonetti e nel romanzo dominavano i temi in qualche modo vicini alla sensibilità romantica, nelle odi si affermano i motivi più tipici della poesia neoclassica.
Le Odi, infatti, sono
un inno alla bellezza, all’eleganza raffinata, all’armonia serenatrice...
a tutto ciò, insomma, che rimanda al mondo classico: un mondo mitico,
perfetto, solare, incontaminato. Le Odi, comunque, non raggiungono i
risultati poetici dei quattro sonetti maggiori: ritmo, temi, immagini e
linguaggio sono piuttosto convenzionali: le due poesie, pertanto, non si
discostano molto (per ispirazione e risultanze poetiche) dalle numerose
altre poesie nate in quegli anni di mania neoclassica.
I
SEPOLCRI Il carme Dei sepolcri - un poemetto formato da 295 endecasillabi sciolti, - è una delle opere più famose del Foscolo, che la compose nel 1806. Ma cerchiamo innanzi tutto di capire come è nata l’idea di scrivere una poesia sulle tombe (?!).
L’idea di cimiteri
comuni, anonimi, lontani dai centri abitati sconvolse buona parte
dell’opinione pubblica. Ovunque sorsero discussioni fra i sostenitori e
gli oppositori del decreto. Si discuteva di ciò anche nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi.
Foscolo, ostentatamente
ateo e materialista, lo contraddisse vistosamente: sostenne che dopo la
morte non c’è più nulla e che quindi non importa se il defunto è adagiato
in un bel sepolcro o gettato in una fossa comune... senza contare che era
giusto che tutti i cadaveri avessero la stessa sepoltura perché così gli
uomini sarebbero stati considerati uguali almeno dopo la morte, visto che
in vita...
In seguito, però,
approfondendo la propria riflessione, si accorse che le idee espresse in
quella sera, non corrispondevano perfettamente al suo reale pensiero.
Cominciò così a rivalutare il culto dei morti e nacquero I Sepolcri.
L’opera è ovviamente
dedicata a Ippolito Pindemonte che, proprio in quei mesi, stava invece
componendo I cimiteri. L’influenza della poesia sepolcrale
In quegli anni, infatti, andavano per la maggiore anche in Italia una serie di poesie inglesi i cui titoli sono di per sé illuminanti: Elegia scritta in un cimitero campestre (di Thomas Gray), Meditazioni fra i sepolcri (di James Herwey), Notti (di Edward Young)... E Foscolo aveva una predilezione particolare per questi poeti notturni e sepolcrali. Senza scordare, infine, che i temi della morte e della sepoltura sono presenti un po’ in tutte le opere del Foscolo.
L’opera è talmente
ricca di temi, riflessioni, citazioni, immagini..., è talmente densa di
significati e suggestioni, che ha bisogno di molte letture per essere
compresa ed apprezzata. Inoltre, per poter cogliere il fascino e
l’intensità poetica di certi versi, di certe immagini, di certe intuizioni
grandiose, è necessario avere presente la struttura portante del carme.
Eccone la sintesi Se ascoltiamo solo la ragione, il sepolcro è inutile...
Eppure il culto dei morti è sempre stato un segno di civiltà;
La nuova legge, quindi, è un passo indietro nella storia dell’umanità. Il culto dei morti, infatti, è sempre stato un segno di civiltà. Anzi: la civiltà stessa è nata proprio nel momento in cui gli uomini primitivi hanno cominciato a seppellire e onorare i propri defunti. Da allora i monumenti funebri sono:
- il simbolo degli ideali che animarono gli antenati, - un esempio positivo per le future generazioni (91-150).
e le tombe degli eroi, patrimonio sacro dell’umanità, servono da esempio per tutti noi e ci spingono a compiere nobili azioni.
Certo, dove domina la corruzione, la viltà, la debolezza (il riferimento alla situazione italiana è esplicito)... le tombe sono inutili; ma nelle società popolate da uomini generosi ed animate da nobili ideali, i sepolcri dei grandi spronano gli uomini virtuosi a compiere eroiche imprese e rendono ancor più bella e sacra la terra che li accoglie. Così Firenze, che ha la fortuna di ospitare le tombe di Santa Croce (dove sono sepolti Machiavelli, Michelangelo, Galileo, Alfieri...) emana un fascino grandissimo: le tombe dei nostri eroi (della politica, dell’arte, della scienza, della letteratura...) ci spingono d amare di più il nostro paese (vv. 151-212).
L’immagine centrale del carme è dunque quella del sepolcro; dapprima esso è visto come
(da cui si traggono auspici per compiere nobili imprese); infine come
* l’amore per la patria, lo sdegno per l’ingloriosa situazione attuale dell’Italia (stranieri che si contendono il nostro paese senza trovare resistenza, italiani vili e divisi fra di loro...), lo sdegno per gli intellettuali che si fanno servi del potere... * l’esaltazione degli eterni valori come il coraggio, la libertà, la giustizia... * l’amore per la natura... * la celebrazione della bellezza, dell’arte, della poesia immortalatrice... e, ovviamente, i temi personali: * la solitudine, l’esilio, gli affetti familiari, il desiderio di una morte serena...
Per quanto riguarda Il metro, ci troviamo di fronte ad endecasillabi (versi formati da 11 sillabe) sciolti (non vincolati da rapporti di rima o di strofa). Ciò consente al poeta una certa libertà di scrittura ed una maggiore flessibilità nello strutturare la materia. Il Foscolo riesce a sfruttare pienamente le possibilità creative dei versi sciolti, grazie soprattutto all’uso sapiente dell’enjambement e dell’iperbato. Ciò, tra l’altro, gli consente di dislocare le parole-chiave all’inizio o alla fine di verso (in una posizione, cioè, di forte rilievo semantico).
Ciò contribuisce a rendere il ritmo ancora più vario; il Foscolo, infatti, è molto bravo ad alternare fasi di ritmo intenso a momenti in cui il ritmo appare pacato. Caratteristiche del carme sono quelle proposizioni ritmicamente strutturate secondo due parti facilmente identificabili: nella prima parte il ritmo è teso, incalzante, ascendente... poi, nella seconda parte, si fa più sciolto: rallenta progressivamente fino a discendere verso un finale di quiete rasserenante. Frequente, in queste occasioni, l’uso di polisindeti. Particolare attenzione merita inoltre il lessico: il poeta utilizza un materiale verbale assai ricco e selezionato: abbondano i latinismi e comunque le parole attinte dalla tradizione letteraria; ciò conferisce spesso al testo una connotazione alta, solenne, classicheggiante.
Già nel 1803 il Foscolo aveva concepito l’idea di scrivere un inno dedicato alle Grazie, ma solo dieci anni dopo cominciò a lavorarvi seriamente. Compose infatti il nucleo centrale dell’opera fra il 1812 e il 1813. Da allora fino alla morte, continuò a lavorare intensamente attorno al poemetto, con una serie infinita di ritocchi, aggiunte, rifacimenti... che non giunse mai a termine. L’opera, pertanto, non ha un assetto definitivo: è un insieme di liriche e frammenti, spesso bellissimi in sé, ma privi di un’organica strutturazione.
Ciononostante l’opera, per la raffinatezza ed il fascino di alcune sue parti, può essere considerata uno dei vertici della poesia foscoliana (e della poesia italiana in genere).
Il poemetto è ovviamente dedicato alle Grazie, le mitiche figlie di Venere. Madre e figlie sono il simbolo della bellezza e dell’armonia dell’universo. Esse cercano di far trionfare sulla terra la bellezza e l’armonia grazie alle belle arti. Infatti è grazie all’arte e alla poesia che l’uomo primitivo, selvaggio e ferino, ha cominciato a costruire e a sviluppare la civiltà.
Le Grazie sono divise in tre parti o inni.
INNO PRIMO. E’ dedicato a Venere, dea della bellezza e dell’armonia universale. In esso si descrive la mitica nascita di Venere e delle Grazie. Siamo agli albori della storia: gli uomini vivono ancora allo stato ferino quando, come per incanto, Venere e le Grazie nascono dalla spuma del mare greco, vicino all’isola di Zacinto. L’avvenenza ed il sorriso delle mitiche creature infondono negli uomini primitivi il desiderio della bellezza e dell’armonia. Nascono così le belle arti che guidano gli uomini verso la civiltà.
INNO SECONDO. E’ dedicato a Vesta, dea dell’ingegno. La scena è collocata a Bellosguardo, sulle splendide colline di Firenze, dove si sta celebrando un rito rivolto alle Grazie. Sacerdotesse di tale culto sono tre donne bellissime, amate dal poeta. Esse rappresentano la musica, la poesia, la danza e il loro scopo è quello di rasserenare gli uomini grazie all’armonia.
INNO TERZO. E’ dedicato a Pallade, dea della virtù ed è ambientato nella mitica terra d’Atlantide. Pallade chiama a raccolta le dee del luogo e fa loro tessere uno splendido velo. Tale velo (nel quale sono rappresentate le principali virtù: amore puro, amicizia, affetto materno, pietà...) dovrà proteggere le Grazie dagli istinti e dalle passioni degli uomini. Così protette le Grazie potranno fare ritorno sulla terra e riprendere la loro opera civilizzatrice.
Come si vede, siamo ben lontani dal prorompente autobiografismo delle prime opere foscoliane e dalla travagliata passionalità che traspare dai Sepolcri. Le Grazie delineano infatti un mondo incantato, mitico, sognato; un mondo lontano dal fragore e dagli affanni della vita reale; un mondo sereno ed incontaminato dove domina la bellezza, l’armonia e la virtù.
E’ evidente che il poeta, dopo aver troppo vissuto e combattuto, sente ora il bisogno di un po’ di pace. E non trovandola nel mondo reale, la cerca nel mondo incantato del mito e della poesia.
“La perdita della cattedra di eloquenza di Pavia, l’insuccesso della tragedia Aiace a Milano, la rottura coi letterati del regime, costringono lo scrittore a rifugiarsi a Firenze e ad allontanarsi dalla vita politica attiva. Sono anni tormentati dalle sanguinose campagne napoleoniche, dalle preoccupazioni per le sorti dell’Italia, dalla caduta definitiva delle idealità libertarie” (Itin.). Sempre più deluso e amareggiato per le vicende politico-culturali dell’Italia; sempre più angosciato e disgustato dalla realtà, il poeta sente l’esigenza di evadere dalle sofferte tensioni del presente verso un mondo alternativo: un mondo dove dominano ancora l’armonia e la felicità primigenia: “un mondo intangibile all’usura del tempo e alla furia devastatrice delle passioni”.
LE TRAGEDIE, LE TRADUZIONI, LA CRITICA LETTERARIA...
Fra gli altri scritti del Foscolo sono da ricordare le tragedie: Tieste (1795), Aiace (rappresentata a Milano nel 1811, fu subito censurata perché la critica di regime la giudicò animata da spirito napoleonico) e la Ricciarda (1813). Sono opere di una certa importanza storica (soprattutto per i loro contenuti antitirannici), con qualche spunto poetico interessante, ma nel complesso appaiono artisticamente mediocri. Foscolo si cimentò anche nelle traduzioni dalle lingue antiche (degno di nota è il suo “Esperimento di traduzione dell’Iliade”) e da quelle moderne (particolarmente riuscita la traduzione del Viaggio sentimentale di Laurence Sterne, uno dei più affascinanti narratori inglesi del Settecento). Non mancano altri scritti palesemente autobiografici come “Il Sesto tomo dell’io” (una sorta di viaggio sentimentale all’interno di se stesso, rimasto allo stato di frammenti) e soprattutto come la suggestiva Notizia intorno a Didimo Chierico, un agile testo che ci offre un’immagine di Didimo-Foscolo assai diversa da quella di Jacopo-Foscolo: Didimo è una persona tutto sommato tranquilla ed equilibrata, piena di saggezza in gran parte disincantata ed amara: è un uomo che ha abbandonato ormai le urgenze della passione e della lotta romantica e che osserva il mondo e la vita con ironico distacco (22). Di Foscolo ricordiamo infine una curiosa satira latina, l'Hipercalypsis, il ricco “Epistolario” e soprattutto i numerosi ed interessanti scritti di critica letteraria.
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