LE OPERE



Le ultime lettere di Jacopo Ortis

I sonetti

Le odi

I sepolcri

Le grazie

Tragedie, traduzioni, eccetera
 


 

 

L’amore per la poesia portò il Foscolo a cimentarsi con la scrittura già negli anni dell’adolescenza. Le sue prime opere, come lui stesso riconosce, non hanno grosse valenze artistiche: servono comunque allo studioso per inquadrare meglio la personalità del futuro grande poeta; performances come Alla Bellezza, A Venere, Il ritratto..., pur essendo testi assai convenzionali, testimoniano il sincero amore del Foscolo per le forme e i miti del mondo classico; altri componimenti, come A Dante, A Venezia, A Bonaparte Liberatore..., denotano la predisposizione del poeta a riflettere sulla realtà contemporanea e ad infiammarsi per i valori della libertà politica e individuale. Con queste opere, comunque, il Foscolo comincia ad allenarsi seriamente per diventare grande scrittore. I suoi primi passi verso risultati degni di nota egli li compie nel 1797 quando, allontanatosi temporaneamente da Venezia, si reca sui colli Euganei ed abbozza il primo nucleo delle Ultime lettere di Jacopo Ortis.


LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS


L’Ortis è un romanzo epistolare ( = formato da lettere) e autobiografico (vicende e pensieri del protagonista riflettono  vicende e pensieri dell’autore). Il romanzo è formato da 62 lettere che il protagonista, Jacopo Ortis, scrive all’amico Lorenzo Alderani fra l’ottobre del 1797 e il marzo del 1799. Il Foscolo immagina che l’Alderani, dopo il suicidio dell’amico, decida di pubblicare le sue lettere aggiungendovi una presentazione, qualche altro appunto e la descrizione della tragica morte di Jacopo.


PARTE PRIMA

Jacopo Ortis è uno studente benestante. Liberale e fervente patriota è costretto a fuggire da Venezia quando, dopo il Trattato di Campoformio, gli Austriaci prendono possesso della città. Lascia a Venezia l’adorata madre e l’amico Lorenzo Alderani.

Si rifugia in un piccolo villaggio dei Colli Euganei e qui, fa subito amicizia con la gente del posto: il parroco, il medico, i contadini... e il signor T., un altro rifugiato politico. Il signor T. ha due figlie: Isabellina e Teresa.

Nonostante sia oppresso da un’inguaribile tristezza, Jacopo finisce con l’innamorarsi di Teresa e col nutrire qualche speranza. Anche Teresa, del resto, è tacitamente innamorata di lui.

Teresa, però, è già promessa in sposa ad Odoardo, un giovane piuttosto banale, ma ricco e con la testa sulle spalle.

Durante una romantica passeggiata ad Arquà  Teresa confida all’amico di essere costretta a sposarsi per interesse: il ricco e posato Odoardo rappresenta l’unica salvezza per la sua famiglia (il signor T. è sull’orlo della bancarotta).

Jacopo, che in quanto fuggiasco sa di non poter garantire un futuro sereno a Teresa, decide di sacrificarsi per il bene di lei e se ne va a Padova.  Qui, però, non riesce a reinserirsi nell’ambiente: rifiuta gli incontri mondani, evita le avventure galanti... si accorge con rabbia che la società è sempre più superficiale e che gli intellettuali sono sempre più opportunisti e servili.

Deluso e amareggiato, torna sui Colli Euganei.

Mentre Odoardo è assente per affari, Jacopo e Teresa si frequentano liberamente e vivono alcuni giorni di grande intensità emotiva, fino a quando... lei, gli concede un bacio... 

E’ un attimo intenso, ma breve: subito Teresa fugge turbata pronunciando le fatidiche parole: “Non posso essere vostra mai!”

Pur sapendo che il suo amore è ormai un sogno senza speranza, Jacopo, per un po’, si abbandona ad una gioia adolescenziale...  ma ben presto...

la freddezza del signor T. dopo che Teresa gli ha confidato il suo “peccato”; il ritorno di Odoardo; le azioni repressive della polizia austriaca che si fa sempre più pressante; il desiderio di non rovinare la giovinezza di Teresa legandola al suo dramma di fuggiasco... lo convincono a partire.

 

PARTE SECONDA

Triste ed angosciato, Jacopo comincia il suo irrequieto pellegrinaggio per l’Italia, alla vana ricerca di qualcosa per cui valga la pena di vivere. Ma ovunque trova la stessa società meschina e vuota... gli stessi uomini vili e senza ideali...

Nel suo malinconico vagabondare, l’Ortis si trova a Bologna, dove medita sulle lotte fratricide che insanguinano l’Italia; a Firenze, dove visita commosso le tombe di Santa Croce;  a Milano, dove ha un drammatico colloquio col vecchio Parini, anche lui deluso per le sorti della patria; a Pietra Ligure, dove incontra un altro esule veneziano costretto ad elimosinare qualche tozzo di pane per la giovane moglie e la figlia ammalata; a Ventimiglia, dove medita sgomento sull’onnipotenza della natura e sul fatale declino della società e della patria...

Ma questa vana ricerca lo sfinisce: svanita ogni possibilità concreta di riscossa politica, sfiorita la sua breve illusione d’amore (viene a sapere, tra l’altro, che Teresa si è sposata), incapace di dare un senso alla sua vita , s’incammina senza più ripensamenti verso il suicidio.

Ritorna a Venezia dove saluta la madre e l’amico. Rivede fuggevolmente Teresa. Si reca quindi sugli amati colli e, dopo una visita nostalgica ai luoghi che lo hanno visto felice, scrive una lettera d’addio alla donna amata e si pugnala.

La stesura del romanzo è stata piuttosto tribolata:

 

Foscolo comincia a progettarlo nel 96/97 col titolo di Laura lettere. Poi inizia a stamparlo nel ’98 a Bologna, ma la guerra impedisce che l’operazione vada a buon fine. Più tardi Foscolo lo riprende in mano, riscrivendolo in pratica di nuovo, e lo pubblica nel 1802 a Milano. Ulteriori modifiche ed aggiunte compaiono quindi sia nell’edizione svizzera del 1816, che in quella londinese del 1817.
 

Ora, tenuto conto che un buon romanzo (come del resto un buon “tema”) deve presentare una struttura compatta, organica, coerente e possibilmente lineare, dovremmo dire che l’Ortis non è un buon romanzo. Esso infatti presenta una evidente

 

*   discontinuità tematica (il tema amoroso e quello politico non trovano un giusto equilibrio); e una altrettanto evidente

*   discontinuità stilistica: il discorso passa con eccessiva disinvoltura dai toni enfaticamente idillici, ai toni esageratamente drammatici, alle pagine dove il linguaggio si fa quasi pacato e discorsivo.

 

Inoltre il romanzo non è del tutto originale, anzi: per la sua struttura il Foscolo si è ispirato, soprattutto, al fortunato - ed assai più riuscito - romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther.
 

Tali limiti, comunque, sono in buona misura giustificati dal fatto che in Italia manca:


* una vera e propria tradizione romanzesca e

* una lingua nazionale adatta alla narrativa moderna.


L’Italia non aveva partecipato all’ampia sperimentazione narrativa che si era avuta in Inghilterra e in Francia; il Foscolo, quindi, si cimenta in un genere assolutamente nuovo per noi, e per il quale mancava una lingua adeguata. Tra l’altro egli si affida al romanzo epistolare, un genere che era ormai in declino all’estero. Ovvio che in queste condizioni l’autore cercasse ispirazione fuori dall’orticello nazionale. L’idea di mettere in scena un eroe drammatico, in conflitto con la società ed in sintonia con la natura, gli viene soprattutto da Rousseau (si pensi in particolare al suo romanzo epistolare Julie ou la nouvelle Héloise il cui intreccio, tra l’altro, ruota proprio attorno al fatidico triangolo: lui ama lei che ama un altro che...); ma l’ispirazione più diretta Foscolo la riceve dal famoso romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther: la trama dell’Ortis, infatti, è assai simile a quella del Werther, a parte ovviamente  il tema politico, insistito nel romanzo italiano, praticamente assente in quello tedesco.

 

Così, nonostante i suoi “difetti”, l’Ortis ha una notevole importanza storica, perché può essere considerato a pieno titolo


il primo romanzo italiano moderno,


un romanzo che ha avuto l’indubbio merito di avvicinare il nostro paese alla cultura straniera, soprattutto a quella romantica. L’Ortis, infatti, ebbe da noi una grande fortuna e


contribuì a diffondere il mito dell’eroe romantico:


dell’uomo libero, che non si piega alle convenzioni politiche e sociali, che non si rassegna all’utilitarismo dominante, che non si affida a calcoli meschini... ma che vive, agisce in base ai suoi sentimenti più autentici ed alle sue passioni frementi, siano esse sentimentali o politiche; dell’uomo che si batte fino all’estremo per i suoi ideali di giustizia e libertà e che, piuttosto di rassegnarsi al vuoto conformismo, si uccide.

 

 

Jacopo è l’eroe romantico: l’uomo libero, insofferente dei condizionamenti scolastici, famigliari, politici, sociali... è insomma l’alternativo, quello che non potrebbe mai fare il tranquillo bancario in doppiopetto grigio, quello che ama la vita spericolata, che si getta in furiose cavalcate notturne [...e guidare a fari spenti nella notte, per vedere, se è poi così difficile morire...], che si brucia nelle passioni più assolute...

Odoardo, invece, è il tranquillo borghese: ricco e teso ad aumentare ulteriormente il patrimonio; rispettoso delle convenzioni e delle autorità; sempre elegante e padrone di sé; freddo, calcolatore, sempre con l’orologio in mano per non sprecare inutilmente il tempo...

 

 

Per questo l’Ortis è giustamente ricordato come


il primo libro del nostro Risorgimento:


perché ha insegnato ad intere generazioni di intellettuali che la vita acquista un senso solo se si hanno grandi ideali, e che per questi ideali (patria, libertà...) è giusto lottare, soffrire, morire.

L’Ortis, inoltre, è un momento chiave dell’evoluzione spirituale del Foscolo; il romanzo, infatti, è strettamente autobiografico e riflette drammaticamente il tumulto degli affetti, dei sentimenti, dei pensieri, delle delusioni... provati dallo scrittore nel momento più critico della sua esistenza: il momento in cui egli vede crollare gli ideali che hanno infiammato la sua esistenza.

Questo romanzo-confessione, pertanto,


è una miniera di temi foscoliani:


* il tema dell’amore (l’amore come una delle più grandi illusioni, di quelle illusioni che possono dare un senso all’esistenza: ma l’amore, l’amore vero, sincero, spontaneo... è spesso contrastato e soffocato dalle convenzioni, dai pregiudizi nobiliari, dai calcoli d’interesse...);

* il tema della bellezza (la bellezza, impersonificata qui nella figura di Teresa, è una delle più grandi risorse della vita: ci rasserena, ci conforta, ci aiuta a dimenticare i dolori e ci riconcilia col mondo intero);

* il tema delle illusioni (l’amore e la bellezza, appunto, ma anche la Patria, la poesia... sono mere illusioni, perché sono destinate a non realizzarsi mai; ma senza di esse la vita sarebbe ancora più inutile, vuota, angosciosa...);

* il tema della Patria (riferito soprattutto a Venezia, tradita dal “liberatore” Napoleone che la vende cinicamente all’Austria per mero interesse);

* il tema dell’esilio (nella figura di Jacopo che, perduta la patria ideale, non trova più alcun approdo tranquillo e pacificante, c’è tutto il dramma dell’uomo libero, costretto a fuggire di gente in gente, perché non si piega a ruoli servili, perché non riesce ad inserirsi in una società che bada troppo alle apparenze e poco alle sostanze, perché non accetta compromessi);

* il tema dell’amore per la natura (una natura ora docile e serena, ora triste e burrascosa... una natura ancora selvaggia dove l’individuo, disgustato dalla società, può trovare conforto);

* il tema del suicidio.
 

Quest’ultimo, soprattutto, ha sempre sollecitato la fantasia di critici e lettori. Che significato attribuire al suicidio di Jacopo? E’ un disperato quanto virile gesto di protesta? E’ un sintomo di debolezza, di immaturità psicologica? Rappresenta metaforicamente il suicidio dell’intellettuale che si trova spiazzato in una società che bada solo agli interessi materiali? Sta a significare il desiderio dell’autore di evadere dalla squallida realtà?

Forse è tutto questo, od altro ancora: il dibattito è aperto: e ciò sta a significare che l’Ortis, al di là dei sui limiti formali, è un libro che affascina ed intriga ancora oggi.

 

 


Le ultime lettere di Jacopo Ortis (sintesi e selezione)
 


 


 

I SONETTI

 

Tra il 1798 e il 1803 il Foscolo, mentre lavora all’Ortis, compone anche alcune brevi poesie liriche, fra cui i famosi 12 sonetti.


I sonetti hanno un carattere autobiografico


Quasi tutti questi sonetti hanno carattere autobiografico e sono legati agli stessi contenuti del romanzo: il dolore per le terribili sorti della patria, le passioni amorose, la solitudine angosciosa, la brevità della vita, la morte, il suicidio, l’esilio, il distacco dalla madre...
 

sono uno sfogo sentimentale
 

Questi brevi ma vibranti componimenti sono quindi uno sfogo del cuore: essi esprimono, insomma, i sentimenti e gli stati d’animo più cari al poeta.
 

La critica è solita distinguere, e non solo in base ad un criterio cronologico, i primi otto sonetti dagli ultimi quattro. I primi otto sonetti, comunque piacevoli ed interessanti,  non raggiungono risultati estetici di altissimo valore in quanto gli sfoghi autobiografici (talvolta eccessivamente enfatizzati) e le reminiscenze classiche (talvolta esageratamente mitizzate) spesso non si fondono in una struttura organica, armonica, stilisticamente equilibrata.
 

I quattro sonetti maggiori...
 

Negli ultimi quattro sonetti, invece, la passionalità del poeta appare più pacata... Come se il Foscolo, prima di rivelare anche i suoi stati d’animo più urgenti, si abbandonasse ad una lunga meditazione.  La passionalità esasperata viene qui dominata dalla dolente e serena riflessione: gli sfoghi esistenziali dell’uomo Foscolo diventano pertanto il pretesto per una più alta e profonda meditazione sull’uomo in generale.


sono una sintesi perfetta di passionalità romantica e compostezza classica


Da questa nuova disposizione d’animo trae vantaggio soprattutto lo stile: i sonetti, infatti, appaiono perfettamente equilibrati: una sintesi perfetta di passionalità romantica e compostezza classica.

 

Alla Musa

 

Nel sonetto  Alla Musa, domina la meditazione sulla brevità della vita, sulla giovinezza che inesorabilmente trascolora, sui sogni e le illusioni che lentamente lasciano posto ai ricordi ed ai rimpianti, sullo sconforto per un’esistenza solitaria e dolorosa che scivola fatalmente verso il silenzio della morte.

 

Alla sera

 

Il sonetto Alla sera è uno dei più belli della nostra letteratura. La sera, per il poeta, è il momento più bello della giornata: il momento in cui, finalmente, ci si può riposare dopo gli affanni quotidiani; il momento in cui si placano i rumori dell’esistenza ed il cuore è invaso da uno stato d’animo di pace e serenità. Ma la meditazione sulla sera sfocia spontaneamente nella meditazione sulla morte.

Anche la morte, come la sera, è una promessa di pace: una pace dolce e definitiva: un rassicurante porto d’oblio dove si annullano le fatiche di un’esistenza tribolata ed angosciosa.

 


Alla sera
 

 

 

A Zacinto

 

Bellissimo è anche il sonetto A Zacinto. L’ispirazione nasce dallo struggente ricordo del paese natale: una suggestiva isoletta del mare greco dove il poeta ha vissuto un’infanzia serena: l’unico momento veramente felice della sua vita. Zante diviene allora il simbolo della fanciullezza, dell’innocenza, della felicità primigenia ormai irrimediabilmente perduta.
 

Ma ecco che la nostalgica rievocazione della patria reale, sfocia magicamente nell’altrettanta nostalgica rievocazione della patria ideale: Zante diventa allora anche il simbolo affettivo del mondo greco: un mondo mitico e favoloso, dominato dalla bellezza assoluta della natura (Venere), dai canti di poeti gloriosi (Omero) e dalle gesta avventurose di eroi baciati dal fato (Ulisse).
 

Ulisse, infatti, nonostante il lungo e tribolato esilio, potrà infine tornare alla sua isola natale (Itaca); mentre lui, Foscolo, è destinato a morire lontano dalla sua amata isola e dalle lacrime consolatrici dei propri cari.
 

Rimane, però, l’incantevole consolazione della poesia come eternizzatrice di sogni e valori: così come il canto di Omero ha reso immortale il mondo greco (coi suoi eroi, le sue bellezze e i suoi miti), Foscolo spera, grazie ai suoi versi, di rendere immortale la sua patria. In questo sonetto i motivi autobiografici (l’isola nativa, l’infanzia, l’esilio, il timore per una sepoltura illacrimata) si fondono perfettamente coi motivi mitologici (il mondo greco, Venere, Omero, Ulisse) e danno luogo ad una poesia perfettamente equilibrata e ricca di suggestioni.

 


A Zacinto
 

 

 

In morte del fratello Giovanni

 

Molto suggestivo è anche il sonetto In morte del fratello Giovanni. Il sonetto fu composto nel 1802, in memoria del fratello minore, Giovanni Dionigi, ufficiale dell’esercito napoleonico, che si uccise con un colpo di pugnale per debiti di gioco. Il suicidio avvenne in presenza della madre.
 

Ma accanto al dolore per la morte del fratello, risuonano in questi versi i motivi essenziali della poesia foscoliana: l’esilio (la lontananza dalla patria, dalla casa, dagli affetti familiari e soprattutto dalla madre), il suicidio (realizzato da Giovanni e pensato da Ugo), il dramma della madre (spettatrice sgomenta della morte di un figlio e dell’esilio dell’altro), il desiderio di sepoltura in patria.


Dopo tante speranze e altrettante delusioni, al poeta resta solo il desiderio della morte: la morte come unico porto dove poter trovare un po’ di quiete e di serenità; la morte (e la sepoltura in patria) come ultima possibilità di ricongiungersi idealmente al fratello e alla madre.
 


 

LE ODI
 

Contemporaneamente al romanzo e ai sonetti, Foscolo compone due Odi: A Luigia Pallavicini caduta da cavallo (1800) e All’amica risanata (1802).

 

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo

è stata composta nel 1800. Foscolo si trova a Genova quando la Pallavicini, bellissima nobildonna, cade rovinosamente mentre cavalca sulla riva pietrosa del mare. Lo scrittore allora, come altri meno noti poeti, dedica all’amazzone ferita una poesia, in segno di augurio.  Il tema principale dell’ode è la bellezza: un miracolo che di tanto in tanto appare sulla terra; ma la bellezza è caduca ed è insidiata da mille pericoli. Ecco allora il desiderio di isolarla, di proteggerla, di incastonarla in una torre d’avorio, in un mito che la preservi dalla realtà quotidiana. E ciò è possibile solo grazie alla potenza creatrice dei poeti capaci di plasmare immagini eterne. Non un inno alla donna reale, quindi, ma un inno alla bellezza e alla poesia.

 

All’amica risanata


è del 1802. Antonietta Fagnani Arese, impetuosa fiamma del Foscolo, si ammala gravemente. Dopo lunga degenza, guarisce. E il poeta le dedica un’ode.

Nelle prime 8 strofe lo scrittore parla della guarigione di Antonietta e del suo ritorno alla vita elegante e mondana:

 

- assieme alla primavera, rifiorisce la bellezza, unica consolazione dell’infelicità umana;

- con la salute e la bellezza, tornano le occupazioni piacevoli: il rito della vestizione, le feste, il canto, la danza;

- le Grazie neghino il sorriso a chi ricorda che anche una bella donna, prima o poi, deve invecchiare.

Nelle rimanenti 8 strofe il poeta vuole rendere divina la sua amica grazie alla poesia:

- la tradizione classica ha venerato come dee donne che furono mortali:

la cacciatrice Diana (Artemide),

la guerriera amazzone Bellona,

la regina Venere;

- quindi anche lui, greco di nascita e di cultura, potrà rendere divina ed immortale Antonietta grazie ai suoi versi.

Ancora una volta il motivo chiave è quello della poesia che rende eterna la bellezza rinchiudendola nel mito, nell’oasi intatta e remota del microcosmo letterario.

 

Se nei sonetti e nel romanzo dominavano i temi in qualche modo vicini alla sensibilità romantica, nelle odi si affermano i motivi più tipici della poesia neoclassica.

Le Odi, infatti, sono un inno alla bellezza, all’eleganza raffinata, all’armonia serenatrice... a tutto ciò, insomma, che rimanda al mondo classico: un mondo mitico, perfetto, solare, incontaminato. Le Odi, comunque, non raggiungono i risultati poetici dei quattro sonetti maggiori: ritmo, temi, immagini e linguaggio sono piuttosto convenzionali: le due poesie, pertanto, non si discostano molto (per ispirazione e risultanze poetiche) dalle numerose altre poesie nate in quegli anni di mania neoclassica.
 


 

I SEPOLCRI
 

Il carme Dei sepolcri - un poemetto formato da 295 endecasillabi sciolti, - è una delle opere più famose del Foscolo, che la compose nel 1806. Ma cerchiamo innanzi tutto di capire come è nata l’idea di scrivere una poesia sulle tombe (?!).


L’editto di Saint-Cloud


In quel periodo circolava insistente la voce che l’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) sarebbe stato esteso anche ai territori italiani. Il decreto imponeva, per evidenti motivi igienici, di seppellire i cadaveri in appositi cimiteri posti fuori dalle città. Inoltre la legge vietava i monumenti funebri troppo vistosi e imponenti: i defunti dovevano essere tumulati in fosse uguali, sotto lapidi di uguale grandezza (le cui epigrafi dovevano essere preventivamente approvate dai magistrati locali).
 

L’idea di cimiteri comuni, anonimi, lontani dai centri abitati sconvolse buona parte dell’opinione pubblica. Ovunque sorsero discussioni fra i sostenitori e gli oppositori del decreto.
 

Si discuteva di ciò anche nel salotto di Isabella Teotochi Albrizzi.


La discussione con Ippolito Pindemonte


Nel 1806 Foscolo era tornato a Venezia per un breve soggiorno e, frequentando il salotto della vecchia amica, ebbe modo di conoscere Ippolito Pindemonte, un famoso poeta. Una sera si cominciò a parlare di morte. E il vecchio Ippolito, cattolico convinto, disse che era un’azione orribile separare i defunti dai propri cari e che la nuova legislatura in fatto di sepolture lo disgustava.
 

Foscolo, ostentatamente ateo e materialista, lo contraddisse vistosamente: sostenne che dopo la morte non c’è più nulla e che quindi non importa se il defunto è adagiato in un bel sepolcro o gettato in una fossa comune... senza contare che era giusto che tutti i cadaveri avessero la stessa sepoltura perché così gli uomini sarebbero stati considerati uguali almeno dopo la morte, visto che in vita... 
 

In seguito, però, approfondendo la propria riflessione, si accorse che le idee espresse in quella sera, non corrispondevano perfettamente al suo reale pensiero. Cominciò così a rivalutare il culto dei morti e nacquero I Sepolcri.
 

L’opera è ovviamente dedicata a Ippolito Pindemonte che, proprio in quei mesi, stava invece componendo I cimiteri.
 

L’influenza della poesia sepolcrale


L’idea di scrivere “I Sepolcri” non nasce comunque solo da questa situazione occasionale, ma ha radici più lontane e profonde. A cominciare dal fatto che scrivere versi ispirati alla morte e alle tombe, era ormai diventato quasi una moda.

In quegli anni, infatti, andavano per la maggiore anche in Italia una serie di poesie inglesi i cui titoli sono di per sé illuminanti: Elegia scritta in un cimitero campestre (di Thomas Gray), Meditazioni fra i sepolcri (di James Herwey), Notti (di Edward Young)... E Foscolo aveva una predilezione particolare per questi poeti notturni e sepolcrali. Senza scordare, infine, che i temi della morte e della sepoltura sono presenti un po’ in tutte le opere del Foscolo.


Tutte queste suggestioni (ed altre) confluiscono dunque nei Sepolcri.

 

L’opera è talmente ricca di temi, riflessioni, citazioni, immagini..., è talmente densa di significati e suggestioni, che ha bisogno di molte letture per essere compresa ed apprezzata. Inoltre, per poter cogliere il fascino e l’intensità poetica di certi versi, di certe immagini, di certe intuizioni grandiose, è necessario avere presente la struttura portante del carme.
 

Eccone la sintesi
 

Se ascoltiamo solo la ragione, il sepolcro è inutile...


Il discorso foscoliano parte da considerazioni di tipo materialistico-meccanicistico secondo le quali, ovviamente, il culto dei morti non ha alcuna importanza. Quando siamo morti, infatti, non sentiamo più nulla: tutto finisce: essere sepolti in una bella tomba o gettati in una fossa comune è la stessa cosa. Noi saremo comunque dimenticati e la forza corrosiva del tempo distruggerà anche il sepolcro (vv. 1-22)


ma se ascoltiamo il sentimento il sepolcro è necessario;


Secondo il poeta, però, non dobbiamo rinunciare all’illusione di vivere anche dopo la morte. Il defunto, infatti, può continuare a vivere nella mente (nei ricordi) dei suoi cari. Per questo egli deve essere sepolto in patria (vicino ai parenti ed agli amici), e la sua tomba deve essere bella ed immersa nella natura (vv. 23-50).


ciò nonostante una nuova, orribile, legge vieta sepolture dignitose.


Il sepolcro (il culto dei morti) è dunque necessario; eppure oggi ci sono delle leggi assurde che impongono di tumulare i defunti lontano dalla città (lontano dai propri cari, senza tomba e senza lapide. E così, per colpa di una simile legge, il corpo del grande Parini giace nella fossa comune di un anonimo e squallido cimitero (vv. 51-90).

 

Eppure il culto dei morti è sempre stato un segno di civiltà;

 

La nuova legge, quindi, è un passo indietro nella storia dell’umanità. Il culto dei morti, infatti, è sempre stato un segno di civiltà. Anzi: la civiltà stessa è nata proprio nel momento in cui gli uomini primitivi hanno cominciato a seppellire e onorare i propri defunti. Da allora i monumenti funebri sono:


- una grande testimonianza delle glorie passate,

- il simbolo degli ideali che animarono gli antenati,

- un esempio positivo per le future generazioni (91-150).

 

e le tombe degli eroi, patrimonio sacro dell’umanità, servono da esempio per tutti noi e ci spingono a compiere nobili azioni.

 

Certo, dove domina la corruzione, la viltà, la debolezza (il riferimento alla situazione italiana è esplicito)... le tombe sono inutili; ma nelle società popolate da uomini generosi ed animate da nobili ideali, i sepolcri dei grandi spronano gli uomini virtuosi a compiere eroiche imprese e rendono ancor più bella e sacra la terra che li accoglie. Così Firenze, che ha la fortuna di ospitare le tombe di Santa Croce (dove sono sepolti Machiavelli, Michelangelo, Galileo, Alfieri...) emana un fascino grandissimo: le tombe dei nostri eroi (della politica, dell’arte, della scienza, della letteratura...) ci spingono d amare di più il nostro paese (vv. 151-212).


Quando poi il tempo distruggerà anche i sepolcri, sarà la poesia a rendere eterni gli eroi e i grandi valori dell’umanità.


I sepolcri sono dunque un’irrinunciabile testimonianza della grandezza di una nazione. Prima o poi, però, anch’essi sono destinati a sparire sotto l’incalzante avanzata del tempo che tutto distrugge. Toccherà allora alla poesia rendere eterne le grandi imprese, gli eroi e gli ideali. Il tempo, infatti, ha cancellato Troia, ne ha distrutto le mura, le case, le tombe... ma grazie alla poesia di Omero, noi conserviamo intatta la memoria dei grandi eroi troiani, e soprattutto di Ettore, simbolo di tutti gli uomini che si battono e muoiono per la patria.



I temi dei Sepolcri

 

L’immagine centrale del carme è dunque quella del sepolcro; dapprima esso è visto come


nodo di affetti familiari


(simbolo della “corrispondenza d’amorosi sensi”); poi come


simbolo della gloria di una nazione
 

(da cui si traggono auspici per compiere nobili imprese); infine come


testimonianza duratura della gloria degli eroi.


L’ultima parte del carme è


un inno alla poesia,


che si sostituisce ai sepolcri nel compito di tramandare non solo il ricordo degli eroi, ma anche i valori che essi affermarono.


Al tema centrale del sepolcro si aggregano tutti gli altri motivi cari al Foscolo:

 

* l’amore per la patria, lo sdegno per l’ingloriosa situazione attuale dell’Italia (stranieri che si contendono il nostro paese senza trovare resistenza, italiani vili e divisi fra di loro...), lo sdegno per gli intellettuali che si fanno servi del potere...

* l’esaltazione degli eterni valori come il coraggio, la libertà, la giustizia...

* l’amore per la natura...

* la celebrazione della bellezza, dell’arte, della poesia immortalatrice...

e, ovviamente, i temi personali:

* la solitudine, l’esilio, gli affetti familiari, il desiderio di una morte serena...


Il carme, quindi, non è solo una poesia sulla morte, ma anche


una poesia sulla vita:


su quei valori (amore, amicizia, natura, bellezza, poesia...) per i quali vale comunque la pena di vivere. Dio non esiste. L’aldilà non esiste. La vita è dolore. Ma l’uomo ha in sé una dote religiosa: la capacità di creare grandi valori spirituali (l’amicizia, l’amore, la patria... l’immortalità stessa) e la capacità di credere in questi miti, in queste illusioni che si tramandano di secolo in secolo. “I Sepolcri fondano, dunque, una nuova religione, tutta laica e terrena, del vivere, che si oppone alla trascendenza cattolica, inconcepibile per il Foscolo”; ma una religione laica che “s’oppone anche al credo illuministico, esaltando il sentimento e l’eroismo contro il freddo, sterile calcolo della ragione, la quale può solo additarci la vanità della vita e condurci ad un’inerzia sconsolata” (Pazzaglia).


Così nei Sepolcri” non rinveniamo più la disperazione e il pessimismo dell’Ortis. La vita è sempre dolore, ma nei versi del carme si respira anche l’esaltazione per la bellezza infinita del creato e per la forza invincibile delle illusioni; la vita è breve, ma l’uomo deve viverla con coraggio, contribuendo a far trionfare quei valori che sono il patrimonio inalienabile ed eterno dell’umanità e della storia.



La metrica e lo stile nei Sepolcri


E’ questo un argomento particolarmente complesso ed in genere piuttosto ostico allo studente medio (soprattutto a quello che ricorre ad una sintesi per affrontare l’esame). Ci limitiamo pertanto a qualche accenno, tanto per ricordare che l’analisi della poesia non dovrebbe prescindere dall’analisi dei suoi aspetti specificatamente formali.

Per quanto riguarda Il metro, ci troviamo di fronte ad endecasillabi (versi formati da 11 sillabe) sciolti (non vincolati da rapporti di rima o di strofa). Ciò consente al poeta una certa libertà di scrittura ed una maggiore flessibilità nello strutturare la materia. Il Foscolo riesce a sfruttare pienamente le possibilità creative dei versi sciolti, grazie soprattutto all’uso sapiente dell’enjambement e dell’iperbato. Ciò, tra l’altro, gli consente di dislocare le parole-chiave all’inizio o alla fine di verso (in una posizione, cioè, di forte rilievo semantico).


La sintassi del carme, infatti, è piuttosto mossa abilmente costruita in funzione espressiva: frasi brevi, secche, lapidarie si alternano ad ampi periodi dove soggetti e verbi sono spesso assai distanti fra di loro.


La notevole mobilità ed espressività della versificazione foscoliana è poi data anche dall’uso intelligente e talvolta spregiudicato delle cesure e dell’accentuazione.

Ciò contribuisce a rendere il ritmo ancora più vario; il Foscolo, infatti, è molto bravo ad alternare fasi di ritmo intenso a momenti in cui il ritmo appare pacato. Caratteristiche del carme sono quelle proposizioni ritmicamente strutturate secondo due parti facilmente identificabili: nella prima parte il ritmo è teso, incalzante, ascendente... poi, nella seconda parte, si fa più sciolto: rallenta progressivamente fino a discendere verso un finale di quiete rasserenante. Frequente, in queste occasioni, l’uso di polisindeti.

Particolare attenzione merita inoltre il lessico: il poeta utilizza un materiale verbale assai ricco e selezionato: abbondano i latinismi e comunque le parole attinte dalla tradizione letteraria; ciò conferisce spesso al testo una connotazione alta, solenne, classicheggiante.


Grazie anche all’accurata scelta lessicale il Foscolo “elabora uno stile in cui gli echi, le suggestioni, i riferimenti alla poesia classica e italiana sono costanti: uno stile ricco di artifici retorici - dalla metafora, alla sineddoche, alla personificazione, ecc. - e sempre alto, letterariamente sostenuto.”


Anche da questo punto di vista, comunque, possiamo dire che il carme è piuttosto ricco e vario: con abile azione di regia, il poeta alterna passi solennemente sentenziosi (vv. 151-152; 220-221; 233-234) a versi duramente polemici (vv. 136-145) o semplicemente descrittivi (vv. 78-86; 105-135); passa dal tono affettivo-colloquiale (quando si rivolge direttamente a Pindemonte e a Firenze) al tono celebrativo e sublime.
 

 

I Sepolcri (sintesi e selezione)

 




LE GRAZIE

 

Già nel 1803 il Foscolo aveva concepito l’idea di scrivere un inno dedicato alle Grazie, ma solo dieci anni dopo cominciò a lavorarvi seriamente. Compose infatti il nucleo centrale dell’opera fra il 1812 e il 1813. Da allora fino alla morte, continuò a lavorare intensamente attorno al poemetto, con una serie infinita di ritocchi, aggiunte, rifacimenti... che non giunse mai a termine. L’opera, pertanto, non ha un assetto definitivo: è un insieme di liriche e frammenti, spesso bellissimi in sé, ma privi di un’organica strutturazione.

 

Ciononostante l’opera, per la raffinatezza ed il fascino di alcune sue parti, può essere considerata uno dei vertici della poesia foscoliana (e della poesia italiana in genere).


L’insistita attenzione alla forma, i compiaciuti riferimenti classici e, soprattutto, l’imponente armamentario mitologico


(talvolta un po’ troppo macchinoso) fanno sì, però, che il poemetto sia oggi abbastanza lontano dalla nostra sensibilità e che possa essere goduto ed apprezzato più dagli addetti ai lavori che dagli studenti in genere. Vediamo comunque di seminare qualche nozione utile, a cominciare dalla sintesi dell’opera.

Il poemetto è ovviamente dedicato alle Grazie, le mitiche figlie di Venere. Madre e figlie sono il simbolo della bellezza e dell’armonia dell’universo. Esse cercano di far trionfare sulla terra la bellezza e l’armonia grazie alle belle arti. Infatti è grazie all’arte e alla poesia che l’uomo primitivo, selvaggio e ferino, ha cominciato a costruire e a sviluppare la civiltà.


Pur nella sua frammentarietà, il poemetto lascia quindi trapelare un disegno sufficientemente lineare.

 

 

Le Grazie sono divise in tre parti o inni.

 

INNO PRIMO. E’ dedicato a Venere, dea della bellezza e dell’armonia universale. In esso si descrive la mitica nascita di Venere e delle Grazie. Siamo agli albori della storia: gli uomini vivono ancora allo stato ferino quando, come per incanto, Venere e le Grazie nascono dalla spuma del mare greco, vicino all’isola di Zacinto. L’avvenenza ed il sorriso delle mitiche creature infondono negli uomini primitivi il desiderio della bellezza e dell’armonia. Nascono così le belle arti che guidano gli uomini verso la civiltà.

 

INNO SECONDO. E’ dedicato a Vesta, dea dell’ingegno. La scena è collocata a Bellosguardo, sulle splendide colline di Firenze, dove si sta celebrando un rito rivolto alle Grazie. Sacerdotesse di tale culto sono tre donne bellissime, amate dal poeta. Esse rappresentano la musica, la poesia, la danza e il loro scopo è quello di rasserenare gli uomini grazie all’armonia.

 

INNO TERZO. E’ dedicato a Pallade, dea della virtù ed è ambientato nella mitica terra d’Atlantide. Pallade chiama a raccolta le dee del luogo e fa loro tessere uno splendido velo. Tale velo (nel quale sono rappresentate le principali virtù: amore puro, amicizia, affetto materno, pietà...) dovrà proteggere le Grazie dagli istinti e dalle passioni degli uomini. Così protette le Grazie potranno fare ritorno sulla terra e riprendere la loro opera civilizzatrice.

 

 

Come si vede, siamo ben lontani dal prorompente autobiografismo delle prime opere foscoliane e dalla travagliata passionalità che traspare dai Sepolcri. Le Grazie delineano infatti un mondo incantato, mitico, sognato; un mondo lontano dal fragore e dagli affanni della vita reale; un mondo sereno ed incontaminato dove domina la bellezza, l’armonia e la virtù.

 

E’ evidente che il poeta, dopo aver troppo vissuto e combattuto, sente ora il bisogno di un po’ di pace. E non trovandola nel mondo reale, la cerca nel mondo incantato del mito e della poesia.

 

“La perdita della cattedra di eloquenza di Pavia, l’insuccesso della tragedia Aiace a Milano, la rottura coi letterati del regime, costringono lo scrittore a rifugiarsi a Firenze e ad allontanarsi dalla vita politica attiva. Sono anni tormentati dalle sanguinose campagne napoleoniche, dalle preoccupazioni per le sorti dell’Italia, dalla caduta definitiva delle idealità libertarie” (Itin.). Sempre più deluso e amareggiato per le vicende politico-culturali dell’Italia; sempre più angosciato e disgustato dalla realtà, il poeta sente l’esigenza di evadere dalle sofferte tensioni del presente verso un mondo alternativo: un mondo dove dominano ancora l’armonia e la felicità primigenia: “un mondo intangibile all’usura del tempo e alla furia devastatrice delle passioni”.

 


 

LE TRAGEDIE, LE TRADUZIONI, LA CRITICA LETTERARIA...

 

Fra gli altri scritti del Foscolo sono da ricordare le tragedie: Tieste (1795), Aiace (rappresentata a Milano nel 1811, fu subito censurata perché la critica di regime la giudicò animata da spirito napoleonico) e la Ricciarda (1813). Sono opere di una certa importanza storica (soprattutto per i loro contenuti antitirannici), con qualche spunto poetico interessante, ma nel complesso appaiono artisticamente mediocri.

Foscolo si cimentò anche nelle traduzioni dalle lingue antiche (degno di nota è il suo “Esperimento di traduzione dell’Iliade”) e da quelle moderne (particolarmente riuscita la traduzione del Viaggio sentimentale di Laurence Sterne, uno dei più affascinanti narratori inglesi del Settecento).

Non mancano altri scritti palesemente autobiografici come “Il Sesto tomo dell’io” (una sorta di viaggio sentimentale all’interno di se stesso, rimasto allo stato di frammenti) e soprattutto come la suggestiva Notizia intorno a Didimo Chierico, un agile testo che ci offre un’immagine di Didimo-Foscolo assai diversa da quella di Jacopo-Foscolo: Didimo è una persona tutto sommato tranquilla ed equilibrata, piena di saggezza in gran parte disincantata ed amara: è un uomo che ha abbandonato ormai le urgenze della passione e della lotta romantica e che osserva il mondo e la vita con ironico distacco (22).  Di Foscolo ricordiamo infine una curiosa satira latina, l'Hipercalypsis, il ricco “Epistolario” e soprattutto i numerosi ed interessanti scritti di critica letteraria.

 


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