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Dietro la moda dilagante dei pantaloni a vita bassa c’è solo conformismo e vuoto esistenziale? Oppure l’ostentazione di ombelichi e biancheria intima sono sintomi di sicurezza, vitalità e voglia di emancipazione? Come lo sono stati ai miei tempi i capelli lunghi e le minigonne… Non vorrei che questo dibattito sulle terga scoperte diventasse stucchevole, ma dopo aver contribuito a far diventare la vita bassa un tema di discussione per la TED community, non mi dispiace rendere pubblico un mio ripensamento. Devo ammettere infatti che all’inizio mi sono sentito in discreta sintonia con il preside di Avezzano che ha stigmatizzato lo sfoggio inconsulto di indumenti che lasciano scoperti ombelichi e fondoschiena. Io stesso redarguisco più o meno bonariamente tutte le ragazze che, piegandosi sul banco, lasciano trapelare mutandine e tanga di ogni foggia e marca. Confesso anche di essermi alquanto divertito alle stroncature che il vecchio partigiano Giorgio Bocca ha dispensato nei confronti dei sederoni butirrosi che trasbordano generosi dalle cinture abbassate. E per una volta mi sono sentito persino d’accordo - o quasi - con l’ennesima omelia di Marco Lodoli che ha preso a pretesto la sfilata ininterrotta di elastici firmati Dolce & Gabbana per regalarci la solita litania contro gli adolescenti esistenzialmente naufraghi. Ma qualche giorno fa mi sono trovato ad osservare con divertita nostalgia alcuni studenti che bivaccavano davanti alle macchinette del caffé, tutti con pantaloni regolamentari che lasciavano balenare scampoli generosi di pelle: non sembravano affatto grigi, persi, sul punto di naufragare in una palude esistenziale. Erano freschi, veri, vitali, allegri… Ed educatamente impertinenti di fronte alle lamentele di una collega che li invitava ad indossare abbigliamenti più consoni alla dignità di un Liceo. Nella simpatica diatriba mi sono schierato istintivamente dalla loro parte. E mi sono sentito risucchiare nel lontano passato dei miei sedici anni, quando portavo in giro la mia lunga capigliatura e sorridevo divertito ai matusa che mi davano del pidocchioso e mi urlavano di farmi tosare. E così è arrivato il democratico dubbio: e se i pantaloni a vita bassa fossero strumenti di autoaffermazione, come i capelli lunghi e le minigonne degli anni sessanta? Sfoggiare i capelli lunghi e le minigonne era per noi un modo di sentirci protagonisti, di esibire la vitale arroganza della giovinezza. Era il nostro modo ingenuo di affrancarci dai modelli asfittici delle “vecchie” generazioni. Era il nostro modo di gridare al mondo che c’eravamo, che eravamo vivi e persino pensanti.
Perché non potrebbe essere
la stessa cosa per tanti adolescenti di oggi che scoprendosi rivendicano
il diritto alla loro fetta di spregiudicatezza giovanile? Articolo già apparso in www.ted.scuole.provincia.modena.it |