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Libri, astuccio e computer

Qualche giorno fa, mentre osservavo inquieto una classe di liceali che si recava in pellegrinaggio nella riserva indiana dell’informatica per ricevere la dose mensile di Excel, sono stato attratto da un ragazzino americano che, con il suo portatile sotto il braccio, faceva il tragitto opposto. E per un attimo ho sognato che la normalizzazione delle ex nuove tecnologie potesse essere dietro l’angolo.

Nonostante la rivoluzione digitale, buona parte della scuola italiana appare ancora legata al rito della tecnologia cartacea e della trasmissione orale. Gli insegnanti parlano dalla cattedra e i ragazzi ascoltano, rispondono, prendono appunti arroccati sui loro banchettini allineati e coperti.

Poi, ogni tanto, qualche docente illuminato o stanco della routine, accompagna i “suoi” ragazzi nel laboratorio informatico dove vengono gelosamente custodite, come in un enfatico reliquiario, le icone della ex nuove tecnologie.  

Alcune scuole hanno riserve di lusso, con desktop colorati, monitor lcd, sistemi operativi trendy e l’ADSL superveloce… E per quasi un’oretta i ragazzi incasellano cifre, colorano grafici, cercano notizie sulla vita di Giovannino Pascoli o ricopiano in Word la futura tesina. Quindi, tornano in classe, dove la loro creatività è spesso relegata ai graffiti sul banco e agli SMS digitati di nascosto sotto il banco. 

I due mondi – la didattica curricolare e l’iniziazione informatica – vivono da separati in casa e solo di rado si incontrano per una qualche sensuale contaminazione. 

La colpa – dicono molti docenti – è della mancanza di mezzi, del fatto che ci sono pochi laboratori, e che i laboratori sono spesso occupati dai soliti insegnanti di… 

Così anch’io – che ritengo grottesco continuare a parlare di alfabetizzazione informatica -  mi affanno per fare in modo che non siano le classi ad andare alle tecnologie (laboratori-riserve), bensì le tecnologie ad andare nelle classi per farsi naturale strumento di didattica quotidiana. Con modesti risultati, per la verità. E con crescente disincanto. 

Ma la quotidiana visione di Brad, un ragazzino americano appena catapultato nella mia scuola, mi fa intravedere il futuro attraverso lenti un po’ più edulcoranti. 

Brad arriva tutti i giorni con l’immancabile cappellino dei NYY, pochi libri nello zaino ed il fedele Mac sotto il braccio. Entra in classe, saluta in inglese e accende il portatile. E con il portatile prende appunti, pianifica i suoi impegni, registra spezzoni di lezioni, scrive le verifiche, consulta il dizionario, traduce, visualizza la cartina dell’Iraq mentre la prof. parla degli Assiri, scova rapidamente sinonimi, elabora al volo statistiche e grafici, tabula i dati emersi da una piccola inchiesta condotta della prof di Scienze Sociali su… 

Pochi giorni fa è venuto a chiedermi se poteva in qualche modo connettersi alla nostra rete per andare in Internet. Quando gli ho detto che sul piano della sua classe è attivo un Access Point, mi ha dato un cinque, ha chiesto i parametri per la configurazione e se ne è andato sorridendo. 

Ora Brad, nella sua classe, senza nemmeno i vincoli dei cavi, può andare in rete quando vuole. E quando l’insegnante di religione invita i ragazzi a riflettere sulla guerra, Brad può vedere in tempo reale i servizi della CNN, può recuperare articoli dal Times e da L’Espresso, può zummare con cartine satellitari sui luoghi del conflitto, può cercare un approfondimento nell’archivio della RAI o nella Biblioteca del Congresso... Può partecipare al forum della scuola, aggiornare il suo blog, scrivere al mouse friend, chattare con i suoi ex compagni di San Diego per vincere i momenti di nostalgia...  

Internet e il computer non sono la panacea di tutte le ignoranze. Né le bacchette magiche che trasformano le nostre aule in ambienti di apprendimento aperti e costruttivi. Ma non ritengo nemmeno che debbano continuare ad essere relegate in lontani laboratori degni solo di sporadiche visite guidate (previo regolare prenotazione e preavviso al tecnico-custode). 

Io non penso che le nuove tecnologie debbano fagocitare le “vecchie” tecnologie, ma che possano  semplicemente affiancarle, integrarle, amplificarle. Io credo che sia tempo ormai che la rete e il computer abbiano a scuola gli stessi diritti della penna, della squadra e della lavagna. E che i nostri ragazzi mettano nello zaino, assieme a qualche libro e all’astuccio, anche il computer. 

PS: purtroppo Brad è solamente una mia proiezione onirica. 

Articolo già apparso in www.ted.scuole.provincia.modena.it



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