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Da qualche anno si spendono fiumi di parole per dipingere una generazione di adolescenti che non scrivono e che non sanno scrivere. Una generazione di ragazzi sintatticamente balbuzienti e semanticamente superficiali che non riescono generalmente a partorire discorsi organici - coerenti, logici, efficaci… - in quanto figli di un universo sociale e culturale disgregato, frammentato, banalizzato. Sostanzialmente vero, probabilmente. E, tanto per tentare di non essere troppo originale, addito io pure il media su cui si concentrano gli strali di educatori e pedagoghi stipendiati: la tv! Pare infatti che i ragazzi sminuzzino il proprio potenziale dialettico saltabeccando senza criterio fra stupidi reality, cartoni demenziali, lacrime in diretta, sitcom al silicone e raffiche dirompenti di pubblicità purtroppo interrotta, di tanto in tanto, da qualche scampolo di edulcorato telefilm. Per un po’ di anni, noi neofiti delle TIC, figli devoti del pensiero tecnologicamente corretto, abbiamo tentato di contrapporre alla ipercalorica passività dei teledipendenti, la salvifica interattività dei pionieri digitali. Salvo poi arrenderci all’evidenza che il computer di per sé non genera per forza adepti della riflessione speculativa, del pensiero critico e della scrittura consapevole. Basta osservare per qualche ora il comportamento dei nostri figli o studenti davanti al computer: sullo sfondo di una metallica colonna sonora garantita dalle cuffie di un lettore MP3, passano freneticamente dal videogioco on line, a Google, a Messenger, alla mail, alle chat… Sul monitor tutte queste finestre sono aperte contemporaneamente e le mani si muovono meccanicamente dalla tastiera al mouse per reagire con consumata perizia al florilegio sincopato di stimoli visivi che rampollano inesausti da ogni dove. Solo di tanto in tanto tale gestualità inconsulta viene interrotta dalla persuasiva vibrazione del cellulare che prelude ad un ansante scambio di criptici SMS. Parrebbe dunque che videodipendenti e cybernauti congiurino in eguale misura per plasmare una nuova generazione dalla cultura frammentata, approssimativa, fatta di microcubetti di sapere che s’accatastano senza ordito in repository mentali sempre più destrutturati. Ed è questo l’affresco che dei nostri adolescenti esce solitamente dalle sale insegnanti. Basta stazionare un po’ di tempo presso qualche crocicchio di docenti per sorbire l’inesausta litania sugli studenti di oggi che non sanno nulla, non capiscono nulla, non sono motivati, non stanno attenti, non riescono a fare un’interrogazione decente, non leggono, non scrivono, non sanno fare un tema (sic!). Le mie tasche, ormai, sono prive di verità. E devo confessare che quando mi trovo a contrastare le insistite lamentele dei colleghi con i miei vecchi cavalli di battaglia – Don Milani, Freynet, Papert, Morin… - appaio anche a me stesso un attempato bigotto di fedi in via di estinzione. Se, però, il mio attuale agnosticismo pedagogico mi impedisce di contrapporre a certi luoghi comuni la furia ideologica di un tempo, la mia curiosità intellettuale mi suggerisce comunque di concedermi il lusso di qualche dubbio. Siamo sicuri, ad esempio, di poter leggere gli studenti di oggi con gli strumenti tipici dei docenti di ieri? E che l’unico modo di avversare l’insipienza culturale dei nostri ragazzi sia quello di accentuare ulteriormente la deriva comportamentista? E che il vero antidoto all’incapacità di concentrarsi sia l’ulteriore esasperazione della lezione frontale? E che, visto che le nuove tecnologie possono amplificare la sindrome del copia-incolla acritico, sia necessario bandirle da buona parte del percorso educativo formalizzato? E siamo sicuri, tornando al nostro assunto iniziale, che i nostri studenti scrivano poco e male? Osservando, ad esempio, quello che accade regolarmente nella “TED community” dovremmo esprimere pareri in controtendenza: i teddiani attivi scrivono molto e non sempre male. Certo anche nel nostro portale abbondano esempi di scrittura frammentata, sincopata, disaggregata e talvolta – più o meno consapevolmente – sgrammaticata. Ma questo fenomeno è concentrato soprattutto nella messaggistica e in alcune pagine di diario (con relativi commenti) che i ragazzi hanno anarchicamente trasformato in surrogati di micro-chat finalizzate alla comunicazione spicciola (e talvolta al semplice chiacchiericcio fine a se stesso). Ma abbondano pure esempi di scrittura ponderata, consapevole, efficace. Una scrittura frutto di lentezza, e riflessione, e ritualità. Una scrittura fatta di emozioni e formalismi. Una scrittura nuova che non di rado sa profumare d’antico. Una consuetudine a tessere pazienti parole che pare dunque ribaltare l’immagine di un universo giovanile dedito solo alla nevrosi dello zapping, dei tvttb e degli smiles. Grazie, dunque ai ragazzi di S.MO.O.L. e a tanti ragazzi della TED community che accanto al piacere per due begli occhioni, per una ridente passeggiata, per un buon piatto di tortelli, per un bel libro in riva al mare… continuano a perseguire anche il sottile piacere della scrittura. Perché, parafrasando il mio amico Daniel, il tempo della scrittura, come il tempo dell’amore, dilata il tempo della vita. Articolo già pubblicato su S.MO.O.L. (Il giornalino telematico delle scuole della provincia di Modena) |