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la mia cameretta

sollevo faticosamente dalla mia nebbiosa memoria il secchio del
periodo rosso.
comunista e cattolico. del dissenso, ovviamente. don milani, appunto. e don girardi
che tentava di sposare carlino col nazzareno. e il poster del che sopra il letto comprato usato. e ezra pound. accanto alla
foto di un’esile biondina. e i jetro tull e nil yang e hendrix e. e la
sepolta angela devis. e l’inquietante presenza di feltrinelli.
che ci faceva lì?
il fascino dei bombaroli oltre all’incanto della croce e della falce?
credo di sì. temo di sì.
amavo quel prete latino che imbracciò il mitra per vendicare i peones. come
si chiamava? non lo ricordo. eppure lo citavo sempre. in tutti i miei temi.
e negli interventi alle assemblee studentesche. io, timido leader dai lunghi
capelli e corti pensieri. e la sciarpa rossa sull’eskimo consunto. e un
libro di majakovskij in tasca.
eppure non ricordo il nome di quel prete.
fumavo gitanes senza filtro. e mi piaceva camminare nella nebbia.
mi salvò la superficialità, ancora.
e una ragazza.
un corto montgomery giallo su lunghe calze nere. e occhioni curiosi.
c’è anche una chitarra in quella foto.
non ho mai imparato a suonarla bene. troppe cose iniziavo
contemporaneamente. l’arte, la musica, la poesia, l’amore, la lotta. non
c’era mai troppo tempo per qualcosa. e poco tempo per tutto. ma era vita.
ora ho troppo tempo per lavorare e poco tempo per vivere. e mi consolo
dicendomi che lavorare è comunque vivere.
amici che hanno vissuto più in profondità il succo di quella foto se ne sono
andati. un buco di troppo. uno sparo di troppo.
e sul comodino: un martini. ingenua cifra delle mie aspirazioni borghesi.
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