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ed alla fine, vincono i ricordi. ho creduto di sperimentare il blog per elucubrare di politica e petrolio. per spiazzare il piazzista e irridere letizia. per sbrodolare di scuola, rispolverare don milani, tirarmela con pose da attimo fuggente. e sventolare snobistici vessilli freinetiani. e invece, ricado sempre nel passato. certo, corro assorto nei recinti di provincia. come un criceto sull’imbiancata ruota. e grido. e covo rabbia. e sparerei al vento puzzolente di scarichi di suv e d’impotenze rosse. ma quando pigio i tasti per partorire post, ogni rumore d’anima mi succhia nel passato. e forse è questa, la legge che cercavo. pieghiamoci orsù. e dal passato rigurgito da giorni frammenti di mala education. il primo anno di collegio. un prete magro con spessi occhiali e relativa corte di amanti rotondetti. quando diceva messa prima di andare a roma, ci faceva vedere le bustarelle che accomodava nelle sparite tasche della tonaca migliore. quelle da mille lire per gli uscieri. quelle da cinquemila per i segretari dei sottosegretari. e quelle grosse, col santino, per l’onorevole scudocrociato. il convitto viveva di rette e sovvenzioni pubbliche. c’erano figli di puttane, figli di nessuno, figli di figli abbandonati. una varia umanità esibita per catturare lire da ogni dove. camerate dominate da capibranco sadici. osceni mercanteggiamenti nei cessi e sotto le coperte. odor d’incenso, e cori, e strascicate litanie. ero lì per caso, senza una lira. stavo coi forti, per non dover morire. qualche cazzotto, qualche poesia e più di un compromesso. vendevo temi per venti sigarette. il collegio ospitava – altri soldi d’affitto in tasca al don – un professionale per l’agricoltura. così fra i reclusi dominavano decine di aspiranti contadini. poi, in una camerata a parte, stavano tronfi una ventina di futuri ragionieri. noi, del liceo, eravamo solo in tre. due amici per la pelle e l’amante del prefetto. dormivamo tutte e quattro in un cunicolo vicino alla scalinata. anche se, per dire il vero, a dormire lì dentro erano soprattutto i due amanti. ogni scusa era buona perché il prefetto ci cacciasse fuori, a me e antonio. così ricordo notti passate sulle scale a parlare di donne e di rivoluzioni. talvolta ci calavamo per la grondaia rugginosa e scappavamo dal collegio nella notte. in quel paesone della bassa, sopito fra nebbie e odore di letame. vagavamo fino al bar della chiarina, per sbirciare tre ubriaconi ed una bagascia col passato da cantante. avevamo quindici anni. e lunghi capelli. e anime fragili. leggevamo il libro rosso. e il libro nero. e ascoltavamo hendrix, e la locomotiva di guccini. e i lunghi echi di un sessantotto che sparava. in città lontane, lungo l’autostrada, e oltre. antonio era bello. aveva capelli neri che gli danzavano lucidi sulle spalle. sempre abbronzato. con gli occhi che parevano scappare ad ogni soffio. pieno di vita. e di ragazze. e di cappotti di cammello. e di sogni. era figlio di un padre ricco che l’aveva abbandonato ad una madre sola ed annoiata. antonio è morto, molti anni fa. scivolato su degradanti piste di droga e di follia. ma in quell’era anch’io, come antonio, calpestavo docilmente rabbioso ogni linea di confine. sfiorando ad ogni spasimo d’amore il precipizio oltre ogni nulla. nella ricerca vana di un equilibrio ebbro fra poesia e dannazione. quasi perito, e risucchiato ormai fra iridescenti marcescenze di ipnotici torpori, sono rinato al mondo grazie agli occhioni scuri di una donna saggia. carla frequentava l’ultimo anno di magistrali ed io per lei ero un bambino capriccioso da abbracciare. era grande, e meditata, e pulita. non c’era un filo di rossetto sulle sue labbra, né una lacrima di rimmel, o la goccia di un profumo. il sorriso sempre accennato e mai sfacciato, la lunga treccia sulle spalle. e severi sogni timidamente tracciati nelle nostre serate sotto la grande quercia: l’esame, e l’università, e l’africa, e tanti bimbi da aiutare. parlava di dio e di tramonti in riva al lago con la stessa timida certezza. mi prendeva per mano e m’ascoltava, e mi scostava i lunghi capelli dalla fronte come un’incestuosa e casta mamma. mi sono innamorato della sua salvifica bellezza. per lei ho cominciato a studiare come un pazzo quando ormai la mia prima liceo pareva irrimediabilmente compromessa. per un po’ riuscii a trascinare in questa rinascita anche antonio. passavamo le notti sulle scale fumando nazionali senza filtro e saltando eccitati da seneca, a virgilio, alle equazioni di un qualche grado, a leopardi e alla geografia astrale. poi, mi appartavo un po’, per scriverle interminate lettere. le raccontavo di casti baci e di rivoluzioni senza sangue. e di prati verdi, dove migliaia di ragazzi si prendevano per mano. carla viveva lontana, nel veneto villaggio di mia nonna. ci si vedeva raramente. qualche domenica. pasqua. qualche altra domenica prima dell’estate. il miracolo avvenne: recuperai latino, e matematica e tutto il resto. e così potei mantenere la borsa di studio e proseguire la mia storia da liceo. ma la storia con carla finì. la nostra era una storia di sogni e di parole scritte sui facili profumi della carta. non resse alla prova della vita. aspettavamo troppo quel momento. io volevo il suo sorriso, la sua anima ed il suo seno. lei s’aspettava l’uomo che non ero. passammo ancora qualche imberbe sera accanto al vecchio lavatoio. cercando fra complici sussurri qualche bacio che ricordasse almeno il gusto dell’epistolare incanto. lei partì per la città. io mi gettai famelico di vita su ragazzine più immediate e compiacenti. come un eterno rimprovero i miei parenti mi hanno aggiornato per anni sull’esemplare vita di carlina: i 110 e lode, e la missione in africa, e il matrimonio bene, e i quattro figli… chissà dove e a chi sorriderà ora. e se ancora, qualche volta, ripenserà bonaria allo sparuto adolescente a cui un tempo ha regalato un’altra vita.
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