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erika e il temporale

ancora una volta devo farmi perdonare dai miei 2,06 lettori, ma ho avuto la solita settimana incasinata. se avessi avuto tempo e un po’ di poesia vi avrei parlato di…

il buon scalfari ha pubblicato un frammento del mio blog sul venerdì di repubblica. glielo avevo spedito come omaggio per il suo compleanno. lui (?) l’ha denudato dell’intro e della coda e l’ha pubblicato così. senza commento.

il mio liceo è in autogestione: ragazzi che gironzolano più o meno scioperati per le antiche scale. ragazzi adagiati al sole. ragazzi adagiati sotto gli alberi secolari nel cortile. ragazzi adagiati su sogni vacanti. ragazzi. e i miei ricordi che volteggiano nell’aria.

sono stato ad un convegno sull’e-learning. c’era gente simpatica. ho imparato che non si compera una ferrari per andare dal fornaio. ho imparato che un ingegnere dovrebbe cogliere il sapore dei pezzi che assembla. ho imparato che non si deve partire sempre dall’inizio. ho imparato che internet è il bosco dove si incontrano nomadi solitari. ho imparato.

il partito mi ha proposto di entrare in lista. e sono tentato di tornare in trincea. per cambiare il mondo. ma pare che ci si possa affannare solo per cambiare il marciapiede sottocasa. e che occorra avere l’arte di mediare, e di mediare. e di mediare. ho ringraziato, e ho detto no. e ho lasciato ancora i miei ricordi volteggiare.

il portale è finalmente on-line. anche se dovremo lavorarci ancora per ore, e ore, e ore. ad intricarci gli occhi ed i malleoli fra fili storti di php, e html, e msql, e… ma il team è buono. e per fortuna è arrivata erika a darci una mano.

erika è la cucciola del gruppo. oggi, mentre stefano combatteva con centinaia di stringhe dal codice scostante ed io tentavo di tenere a bada il mal di testa da finesettimana, dalla vetrata ampia dell’ufficio è filtrato il lampo di un violento temporale. erika si è illuminata ricordando a tutti la bellezza della pioggia.

vi parlerò di questo.


lo sento ancora l’odore di quel vento che annunciava il temporale. era l’odore del fieno, e di nevi lontane. l’erba era scossa da brividi. e i pampini, e i grembiuli delle donne svolazzavano selvaggi. gli uomini interrompevano il lavoro. si asciugavano il sudore e scrutavano le nuvole oltre le colline. se scuotevano e la testa, era il segnale.

caricavamo le forche e i rastrelli sulle spalle per tornare. mentre i lampi crepavano di viola il cielo nero. e l’acqua gelida sferzava impietosa ogni respiro.

lento, il villaggio di sassi si popolava di figure mute. gli uomini sotto i fienili o nella stalla. le donne sotto il portico delle case.

mia nonna bruciava l’incenso benedetto. e pregava.

strade di terra. acqua e fango scorrevano indisturbati. urla di mucche. tuoni. i cani ci strusciavano le gambe spaventati.

talvolta la grandine non veniva. il brontolio dei tuoni sfumava in lontananza. la pioggia si faceva  trasparente. e dalla valle il sereno riconquistava lento il suo potere.

noi ragazzini eravamo i primi a correre per viottoli e per cortili. le donne spalancavano finestre e balconi. le galline tornavano a becchettare sulla via. gli uomini s’addensavano sull’uscio della cantina, attorno al fiasco di chiaretto che lo zio sacrificava per lo scampato pericolo.

poi lenti si tornava a lavorare. e il mondo ci sembrava più giovane e fitto di promesse. 

dietro strati di città, oggi spesso non m’accorgo nemmeno se arriva il temporale.


talvolta la tempesta arrivava. bianca come la morte.

il cielo si strisciava di inquietanti serpentine nebbiose. il vento si fermava. la pioggia s’intimidiva. qualche colpo picchiava sulle porte, e i vetri, e le tettoie. poi altri colpi. e raffiche. ed altre raffiche. fin quando il rumore incalzante triturava ogni speranza. e noci di ghiaccio s’infrangevano in mille schegge che percuotevano ogni cosa.

nonna scagliava quasi le sue preghiere verso un dio lontano. qualcuno bestemmiava. zia singhiozzava. io stavo impietrito, esitante fra l’estasi del sublime e del dolore.

ricordo ancora quella volta. grandinò per quasi un’ora. poi il vento riprese vigoroso e spalancò il cielo. un sole beffardo fotografò la campagna mummificata da una spanna di ghiaccio.

attraversammo in processione l’avvallamento del prato, con l’acqua che mi arrivava all’ombelico. il ciliegio sotto il quale bivaccavamo nelle notti di calura, agonizzava a metà, privo di rami. e non un pampino, non una foglia era rimasta sul vigneto. zio bigiola accarezzava i tralci spezzati. scavava nel ghiaccio per vedere fin dove era ferita la vigna.

è morta disse. tutto è morto.

ci vollero tre anni per rivedere in forma il vigneto di famiglia. ed anche il ciliegio, sia pure un po’ sciancato, ricominciò a fiorire.


oggi il ciliegio non c’è più. al suo posto sono fiorite le pallide villette dei miei cugini. del resto, nessuno sente più il bisogno di passare notti sotto gli alberi.

resiste stoico un pezzo di vigneto, fra la nuova lottizzazione ed il traffico incessante della provinciale che porta al lago.

e la tempesta, quando viene, è quasi benedetta: porta i soldi dell’assicurazione e risparmia la fatica della vendemmia.