Il mondo è bello perché è vario
La riscossa di un vecchio insegnante di lettere
Passi verso sogni di antichi pedagoghi
Il computer dà lezioni (e-learning e dintorni)
Partiamo dall’abbecedario ovvero: consigli per neofiti
Il regista multimediale a scuola
Il nuovo volto del prof. di informatica
È tutto sbagliato, è tutto da rifare?
Negli
ultimi anni la scuola italiana sembra seriamente intenzionata a fare i conti
con la rivoluzione informatica: migliaia di computer albergano in ambienti più
o meno ridenti; chilometri di cavi stanno cablando uffici, laboratori ed aule;
la formazione dei nuovi insegnanti, delle funzioni obiettivo e dei dirigenti
scolastici avviene in buona misura attraverso un’intensa attività di
e-learning; ovunque sono stati attivati corsi di formazione per docenti sulle
nuove tecnologie (ForTic).
Anche
la nostra provincia partecipa attivamente a questo trend positivo. Recenti
sondaggi effettuati su campioni significativi di insegnanti (vedi:
www.comune.modena.it/teamfo.htm
) mostrano che:
§
76 insegnanti su 90 (84 %) dichiarano una sufficiente
(o più che suff., buona, ottima) competenza informatica (applicazioni
“office”);
§
68 insegnanti su 90 (76 %) dichiarano una sufficiente
(o più che suff., buona, ottima) competenza nell’uso di Internet.
Ancora
più incoraggianti sono i dati che riguardano i mezzi a disposizione:
§
84 insegnanti su 90 (93 %) dichiarano di possedere
un computer personale;
§
77 insegnanti su 90 (86 %) dichiarano di possedere
un collegamento personale ad Internet;
§
88 insegnanti su 90 (98 %) dichiarano di poter
comunque contare sui computer e sui collegamenti in Internet della propria
scuola.
Senza
contare che la quasi totalità dei docenti che hanno partecipato a corsi di
formazione a distanza (con la piattaforma INDIRE:
www.indire.it ) – nonostante gli inevitabili
problemi dovuti alla fase sperimentale – si sono dichiarati disponibili a
ripetere l’esperienza.
Pur
con tutte le precauzioni del caso, dunque, si può pensare che la realtà degli
insegnanti è ormai aperta alle nuove tecnologie ed alla attività di FAD (formazione
a distanza). Solo una minoranza di docenti pare non possedere ancora i
prerequisiti necessari ad affrontare proficuamente questo passaggio epocale.
È
soprattutto a tali potenziali neofiti delle tecnologie didattiche che si rivolge
questa dispensa, con lo scopo di offrire una rudimentale bussola per cominciare
ad orientarsi nell’universo digitale. Il testo, infatti, nasce dalla mia
faticosa militanza nel campo delle nuove tecnologie applicate alla didattica.
Una militanza tesa a diffondere l'idea che, per adeguarci al nuovo, è necessario
un investimento culturale più che economico. Insieme, dobbiamo rivedere il modo
di studiare, scrivere e pensare nell’epoca di Internet.
NB:
i risultati positivi sopra menzionati si devo soprattutto alle innumerevoli
attività di stimolo, formazione e supporto organizzate dal CSA della Provincia di Modena e dal CDE del Comune di Modena. Un ringraziamento particolare alla
Preside Clara Ovi (CSA) e a Mariacarla Menni (CDE), infaticabili animatrici di
tante meritorie iniziative volte allo sviluppo delle tecnologie didattiche
nelle scuole del nostro territorio (e involontariamente responsabili anche di
questa mia indegna dispensina). M. A.
Il più
bello dei mari
è quello
che non abbiamo ancora navigato.
(Nazim Hikmet)
Mi è
stato chiesto di preparare una piccola bibliografia ragionata sulle nuove
tecnologie informatiche. Io non so se sono in grado di “ragionare”
opportunamente intorno ad un argomento così complesso. In fondo sono un neofita
dell’informatica applicata. Solo da qualche anno girovago in Internet, tento di
confezionare CD-ROM e pagine web e mi porto in vacanza Guerra, Calvani, Lévy, Berners-Lee,
Weinberger… al posto di – talvolta assieme a - Svevo, Joyce, Leopardi e Musil.
Al di là del mio dilettantismo
l’impresa non è in ogni caso delle più agevoli perché il mondo delle nuove
tecnologie è in continua - e per molti aspetti imprevedibile - evoluzione e
quanto scritto oggi rischia di essere obsoleto domani (e non è un modo di dire!).
Limiterò dunque i miei suggerimenti a quei pochi libri che mi hanno veramente
aiutato a cogliere alcuni degli aspetti fondamentali della rivoluzione digitale.
Anche per limiti personali,
quindi, gli itinerari bibliografici da me proposti si circoscriveranno a:
·
libri agili e di facile consultazione;
·
scritti o tradotti in italiano;
·
editi negli ultimissimi anni;
·
reperibili senza difficoltà e
·
di prezzo – quasi sempre – accessibile.
Il mio obiettivo è quello di
offrire ai neofiti delle nuove tecnologie – e in particolare delle tecnologie
didattiche – qualche suggerimento utile a selezionare quei sette-otto testi
adatti ad accompagnarli verso una didattica più attenta ai cambiamenti epocali
provocati dai recenti sviluppi dell’informatica. In ogni caso spero che questi
scampoli bibliografici possano almeno offrire stimoli per future discussioni e
per future integrazioni. I vostri suggerimenti sono graditi:
agtmultim@libero.it.
Chiedo
scusa in anticipo se qualche passaggio vi sembrerà un po’ brusco o ermetico: le
pagine che seguono, infatti, sono un frettoloso distillato di un lavoro assai
più ampio ed articolato che – se vi interessa – potete reperire in veste
cartacea presso la biblioteca del CDE del Comune di Modena (Agati M., Avvisi
ai naviganti del Wild Web School) o in veste digitale nel mio sito:
www.agatimario.it/mtmedia.htm
Le dolorose sforbiciate date qua
e là al testo per renderlo più consono allo scopo (una snella dispensina in
bianco e nero da distribuire in occasione della manifestazione Documentaria
2003) hanno incrinato un po’ anche la logica della divisione interna in
capitoli e paragrafi i cui titoli – senza alcuni momento di raccordo – possono
apparire scioccamente ambiziosi.
Malgrado ciò non ho ridisegnato
l’architettura del testo, un po’ per pigrizia ed un po’ per affetto nei confronti
di un parto piuttosto travagliato. Va da sé in ogni caso che alcuni suggerimenti
collocati nella sezione dedicata allo studio vanno bene anche per le sezioni
intitolate allo scrivere ed al pensare. E viceversa.
Nella
nostra passeggiata incontreremo suggerimenti operativi confezionati per coloro
che vogliono concretamente utilizzare le nuove opportunità offerte dalla
comunicazione ipermediale. Ma anche alcuni squarci di riflessioni critiche su
una rivoluzione che ha investito la società, ma che solo di recente tenta di
scalfire un po’ più profondamente le ataviche mura della scuola. Le nuove
tecnologie hanno rivoluzionato il modo di lavorare di imprenditori e impiegati,
di bancari e magazzinieri, di viticultori e casalinghe… Computer, Internet,
videogiochi, telecomandi, MP3, DVD… interagiscono con noi nelle case, negli
uffici, nelle automobili, nei magazzini… ma spesso non superano i ponti levatoi
che separano le aule scolastiche dal mondo. L’essenza della nostra scuola è
ancora incarnata da lunghi corridoi sui quali si affacciano fughe di aule con
rigorose file di banchetti. E l’abituale tecnologia della didattica quotidiana
è ancora l’abbecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna
sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e
della tavoletta d’argilla.
Lo
so. Quasi tutti voi mi state mandando a quel paese ricordando le decine di
computer arrivate a scuola in questi anni e confinati in quei bei laboratori in
fondo al corridoio, o semplicemente perché ritenete – forse anche giustamente –
che la scuola sia il tempio della conservazione e della parola, o anche perché
pensate – giustamente – che il compito della scuola non sia quello di
rincorrere tutte le ultime mode tecnologiche, o ancora perché, semplicemente, fate
parte di quegli alchimisti del web che, grazie alle nuove tecnologie, hanno
abbandonato le comode spiagge dell’istruzionismo per abbracciare percorsi
formativi fondati sulla logica costruzionista.
Ma
il mondo è bello perché è vario, e il mondo della scuola pubblica è bello
perché ogni insegnante è libero di pensare – e di insegnare – come vuole. Parliamone,
però! Confrontiamoci. Abbiamo avuto la ventura di assistere in diretta ad una
rivoluzione epocale ed il minimo che la scuola può fare è di aprire qualche
finestra per guardare quello che è accaduto. Perché se computer, palmari,
cellulari, Play Station, Game Boy, SMS, MMS, DVD, MP3, chat… sono rimasti fuori
dalle aule scolastiche, sono entrati ormai irrimediabilmente nei cervelli dei nostri
ragazzi, dei nostri figli, dei nostri alunni. E se è giusto – forse – che la
scuola non adotti le tecniche comunicative di MTV per dialogare con i suoi
studenti, è altrettanto giusto che almeno cominci a riflettere seriamente sui
nuovi media e sui nuovi alfabeti.
Per
inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer
in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo
modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet. E non sono
nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e
comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la
penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e
preferisco il Brunello con il vecchio tappo di sughero.
Ritengo
però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e
più efficaci strategie per perseguire il successo formativo.
Lasciatemi
svelare infine un’amena libidine personale. Sono un vecchio insegnante di
lettere formatosi sui moderni classici della retorica: Calvino, Barthes,
Chatman, Genette, Bachtin… Per immolarmi sul sacro fuoco dell’Information
Technology ho dovuto prostrarmi davanti
ai guru della programmazione prima (i fanatici dell’HTML, PHP, ASP, Java, CGI…)
e – più volentieri – davanti ai maestri della grafica più o meno animata poi.
Entrambe le caste hanno relegato i dilettanti della mia specie ai margini delle
immense autostrade digitali che promettevano pace, amore e dollari. Poi, la
sorpresa ed il gaudio di questa estate quando, sulla rustica amaca delle mie
vacanze provenzali, ho cominciato a fagocitare la consueta scorta di nuovi
manuali di informatica ed ho scoperto un disinvolto sfoggio di citazioni da
Calvino, Barthes e persino Chatman. Cos’è successo? Che dopo la fase pionieristica in cui le
delicate pagine aziendali erano prerogativa di tecnici informatici educati alla
dura legge del codice binario; e dopo i ruggenti anni della Net Economy dove
centinaia di siti sfoggiavano lo sgargiante linguaggio di flashisti e adobisti…
ci si è semplicemente accorti che un sito deve girare bene su ogni piattaforma
(grazie ai compilatori di codice), può anche avere un aspetto da rivista patinata
e qualche giovanilistica animazione, ma se non ha dei buoni contenuti, non
s’ispira alla retorica e non trasuda cultura è destinato a fallire.
Non
è questa una mia impressione personale. Chiunque segua le vicende del web sa
che dopo l’epoca del Web Master (di solito un tecnico informatico) e del Web
Design (spesso un grafico pubblicitario) è
giunta finalmente l’ora del Web Content Manager: il regista multimediale di
formazione umanistica che padroneggia le tecniche dello scrivere e del pensare.
Così, almeno una delle mie parabole personali si conclude secondo il copione
del sereno ritorno: partito da Barthes e Calvino ritorno - dopo labirintiche
tempeste - a Calvino e Barthes. Questo lieto approdo su spiagge familiari e di
nuovo seducenti mi ripaga, in parte, per le decine di omelie accattone e vane
con le quali supplicavo di non lasciare – almeno nella scuola - l’informatica [solo] agli informatici. Il
mondo dell’impresa l’ha capito. La scuola, forse, lo capirà.
Quello
che voglio sottolineare, insomma, è la consapevolezza che un insegnante – anche
se è un grande smanettone, anche se spende tempo ed energie per imparare i
segreti dell’XML o del PHP, anche se è stato designato dal Collegio Docenti per
frequentare corsi di aggiornamento sulla gestione delle reti, anche se aspira a
divenire un referente informatico per la sua scuola – non va visto solo come un
tecnico da utilizzare quando si impianta il router o c’è da sostituire la RAM.
Un
insegnante – anche se referente informatico - rimane prima di tutto un
insegnante (un formatore) che si preoccupa di mettere le nuove tecnologie in
sintonia con il percorso didattico ed il progetto pedagogico della propria
scuola, della propria classe, del proprio gruppo di lavoro. La progressiva e
consapevole padronanza delle tecnologie, anzi, devono spingerlo sempre più a
passare da una concezione dell’apprendimento focalizzata sull'insegnare ad una
centrata sull'apprendere; da una concezione istruttiva-
trasmissiva-riproduttiva ad una visione costruttiva-cooperativa-metacognitiva.
Un insegnante criticamente consapevole delle potenzialità legate alle nuove
tecnologie deve cioè aiutare la scuola ad incamminarsi verso la strada
dell’imparare facendo (learning by doing) e dell’imparare collaborando
(cooperative learning).
“Il
ruolo dell'insegnante non è quello di fornire tutte le parti della conoscenza
ma di fare da guida, di gestire le situazioni molto difficili, di stimolare il
ragazzo, forse, di dare consigli. Ma questa è un'immagine della scuola del
tutto diversa. Io penso che il vero problema sia come agiamo oggi avendo in
mente questa prospettiva a lungo termine, perché non possiamo cambiare la
scuola dall'oggi al domani, non si può realizzare un mega-cambiamento dall'oggi
al domani; si possono solo fare piccoli cambiamenti. Ma dobbiamo smettere di
pensare che questi piccoli cambiamenti facciano fare pochi progressi al sistema
così come lo conosciamo. Bisogna pensare ai piccoli cambiamenti come passi
verso il grande cambiamento che avverrà. Dobbiamo sapere in che direzione sta
andando, e poi come prepararlo. E io penso che il miglior modo per farlo è
quello di creare, all'interno delle scuole, delle situazioni in cui i ragazzi
seguono le loro passioni col cuore, portano avanti progetti a cui sono
veramente interessati, fanno scoperte prendendo da Internet le informazioni di
cui hanno bisogno, lavorano insieme, realizzano cose difficili. L'insegnante li
consiglia, li guida. E, quindi, l'insegnante deve abituarsi all'idea di
rispettare gli alunni in quanto persone che imparano, di riconoscere che essi
producono le loro stesse conoscenze, che la vecchia aspirazione che molti pedagoghi
avevano avuto che i ragazzi possano imparare sperimentalmente facendo cose che
per loro sono veramente importanti, alla fine, possiamo immaginare di
realizzarla in questo modo. Questo discorso riguarda le vecchie concezioni ben
radicate su come vorremmo che i ragazzi imparassero, e la tecnologia rende possibile
la realizzazione dei sogni dei vecchi pedagoghi” (Seymour Papert).
Negli
ultimi anni le nostre scuole stanno facendo molti piccoli passi verso i sogni
dei vecchi pedagoghi. La rete pullula di ipertesti creativi, di blog animati da
studenti finalmente protagonisti, di gemellaggi digitali fra scuole
lontanissime, di nuove sperimentazioni comunicative. Si tratta ora di allargare
la base degli insegnanti disposti a scommettere su questa irripetibile
occasione di amplificare le già buone potenzialità formative della scuola italiana.
E se
queste paginette – arrossisco per tale cedimento deamicisiano – contribuiranno
a far fare qualche piccolo primo passettino nell’universo digitale a qualche
collega, mi riterrò pienamente ripagato per la decina di pomeriggi afosi
trascorsi con topo e tastiera a tessere queste litanie di parole.
P.S.:
i più esperti di voi si saranno già accorti, scorrendo l’indice, che alla
presente dispensina manca un optional tipico di questo genere di lavoro: la
sitografia. L’assenza si deve al poco tempo a disposizione per la scrupolosa
verifica degli eventuali link da citare ed alla consapevolezza che troppo
spesso indirizzi cartacei portano l’impaziente navigatore verso fastidiosi
messaggi di errore. Suggerimenti sitografici sugli argomenti trattati si
possono comunque reperire in:
www.agatimario.it/link.htm
.
Ho ancora negli occhi della mente le ridenti
immagini della mia recente visita ad una nuova biblioteca di Bologna. Un’infinita infiorescenza di monitor LCD spuntava fra la rassicurante distesa di scaffali pieni di libri. E una
folla silente di genti variopinte era incantata dall’inesauribile flusso di parole cartacee e digitali. Libri e computer sono ormai i nostri sodali compagni di studio.
Per
poter diventare un efficiente strumento per studiare, il computer dovrebbe
essere anche un oggetto di studio. Dice, infatti, il saggio che è sempre meglio
parlare di ciò che si conosce, altrimenti è preferibile ascoltare.
Mi è
capitato qualche sera fa di andare a cena con alcuni amici e qualche loro
conoscente. Abbiamo mangiato tortelli alla zucca, polenta, coniglio alla cacciatora
e verdura alla griglia. Ci siamo accontentati di un Teroldego d’annata e di un Morellino di Scansano di un noto viticultore
toscano. Ad un certo punto un rubicondo commensale che voleva farsi bello ai
miei occhi di presunto amante del buon bere, ha prima denigrato il Teroldego ed ha tessuto poi le lodi di
un Brunello di Montalcino del 2000
che avrebbe bevuto la sera precedente. L’ho risparmiato, ma certo avrebbe fatto
meglio a parlare d’altro[1].
Come
il Brunello, anche Internet è ormai
diventato una moda: tutti ne parlano, molti a sproposito.
Non
sarebbe male, quindi, che il neofita (e non solo) del selvaggio web cercasse
prima di tutto di avere uno sguardo d’insieme sulla rete delle reti. Il libro
giusto per questo approccio a 360 gradi è:
Calvo,
Ciotti, Roncaglia e Zela, Internet 2000, Manuale per l’uso della rete,
Laterza, 1999
Non
fatevi spaventare dalla mole (650 pagine), né dal taglio tecnico della
pubblicazione. Il testo si fa leggere volentieri: è chiaro, paziente, rassicurante
perché dà per scontate le incertezze di chi non sa. Potete bervelo tutto d’un
fiato, oppure gustarlo a spizzichi e bocconi, a seconda degli interessi e delle
curiosità del momento. Se poi volete risparmiare, potete consultarlo on line
nel sito della Laterza (http://www.laterza.it/internet).
Un’occhiata
alla Mappa del libro proposta dagli
autori è già utile per ricavare una sorta di scaletta delle tematiche che
occorre comunque avere presenti per affrontare a qualsiasi livello un discorso
sulla rete delle reti:
·
posta
elettronica,
·
World Wide
Web,
·
conferenze e
newsgroup,
·
servizi informativi,
·
strumenti di
navigazione consapevole…
Ogni
capitolo è costruito passando dalle applicazioni più semplici a quelle più
complesse e avanzate: non dovreste avere difficoltà a individuare di volta in
volta il vostro livello, saltando o scorrendo in maniera veloce gli argomenti
già familiari, e soffermandovi su quelli per lui nuovi o meno chiari.
Non
perdetevi la quarta sezione - Temi
e percorsi - che affronta i vastissimi campi della storia e della dimensione
sociale, politica, economica e culturale della rete:
·
La dimensione
sociale di Internet
·
La dimensione
politica di Internet
·
La dimensione
economica e sociale della rete
·
Internet per
lo studio e per la didattica
·
Biblioteche in
rete
·
Informazione
ed editoria in rete
·
Musei in rete
·
La storia di
Internet
Un
ottimo punto di partenza, quindi, per il nostro viaggio nell’universo
dell’Information Technology.
Attenzione, però: un testo su Internet assomiglia più ad un Novello
che ad un Brunello: non migliora invecchiando, ma va consumato entro pochi mesi.
In effetti il bel libro della Laterza comincia ad essere un po’ vecchiotto e
qualche capitolo rischia di emanare qualche sentore di muffa. Rimane ancora un
monumento informativo attuale e per molti aspetti indispensabile; andrebbe
affiancato tuttavia da altri e più recenti manuali. Potreste, ad esempio,
procurarvi anche un’altra fatica dei bravi autori sopra menzionati:
Calvo,
Ciotti, Roncaglia e Zela, Frontiere di rete. Internet 2001, cosa c'è
di nuovo, Laterza, 2001
Il
testo illustra con la consueta chiarezza gli sviluppi “più recenti”, i settori
emergenti e le principali novità nel mondo del web: portali e servizi al cittadino,
banche e trading on-line, collegamenti mobili e a banda larga, presente e
futuro dei libri elettronici. Completa il volume un divertente e curioso
esercizio di anticipazione sull'Internet che ci aspetta fra una decina d'anni:
un capitolo di Internet 2010, smarritosi in qualche piega temporale e finito
chissà come all'interno di questo libro. Ma non illudetevi: anche questo bel manualetto
presenta cammei ormai antiquati. E allora…
E
allora, per rimanere aggiornati sulle nuove tendenze dell’information technology bisognerebbe prestare attenzione quasi
quotidiana alla stampa più o meno specialistica. Dall’afoso osservatorio di
questa strana estate (2003), ad esempio, pare che le innovazioni tecnologiche
che stanno per cambiarci la vita siano legate agli sviluppi del riconoscimento
vocale (la possibilità di dialogare con computer di tutti i
tipi – anche con quelli inseriti negli elettrodomestici - utilizzando la voce
anziché mouse e tastiera); al dilagare delle smart-tag
(etichette sottilissime - applicabili a
qualsiasi oggetto – che emettono segnali radio ricevibili e decodificabili da
appositi sistemi informatici); al vertiginoso sviluppo della messaggistica
istantanea (il collegamento in tempo reale – tramite computer,
cellulari, palmari, eccetera – di tutti con tutti); al progressivo diffondersi
di servizi
di localizzazione (un sistema satellitare – tipo GPS – in
grado di localizzare oggetti e persone in movimento con margine di errore
ridottissimo); al prevedibile successo del tablet
pc (un portatile che è anche un registratore, un traduttore simultaneo, un
block notes in grado di riconoscere la scrittura manuale, eccetera); eccetera.
Senza contare, naturalmente, i prevedibili e rapidi sviluppi di Internet.
Perché ormai una cosa è certa: Internet ha vinto. C’è e funziona. Le
informazioni correranno su autostrade sempre più ampie e veloci (fibra ottica,
ADSL, eccetera) e questo consentirà applicazioni sempre più interessanti e,
forse, utili. Internet ha vinto. A noi non resta che imparare ad usarlo bene.
Su
Internet c’è di tutto e di più. Usare Internet è facile. Usare bene Internet può essere un’impresa frustrante.
Il naufragio è più probabile di un approdo.
Si
può navigare sotto costa, al riparo di portali generosi quanto interessati. Ci
si può abbandonare all’avventura, come strollers in cerca di tesori. Ci si può
affidare a guide più o meno sagge, più o meno affidabili. Un buon insegnante
deve dunque diventare un bravo nostromo appropriandosi criticamente delle più
raffinate tecniche di navigazione. Deve sapere, ad esempio, come procurarsi gli
indirizzi
web (URL) da digitare correttamente nell’apposito spazio dei
browser (ex:
www.agatimario.it ). Deve
conoscere i principali portali,
specialmente quelli che si occupano essenzialmente di problematiche educative.
Deve soprattutto saper utilizzare con maestria i motori di ricerca.
Il
futuro presente della navigazione virtuale, infatti, sono i motori di ricerca
grazie ai quali possiamo recuperare informazioni attraverso parole-chiave o per
indici tematici.
Gli
indici tematici
(directories) classificano le pagine dei siti web per categorie. Lavorano, insomma,
in maniera analoga agli indici tematici delle biblioteche. L’organizzazione è
gerarchica. All’interno di ogni categoria sono presenti varie sottocategorie.
Procedendo per successivi affinamenti si giunge al nodo desiderato. La
classificazione più comune è per soggetto, ma esistono anche indici
cronologici, geografici, alfabetici, eccetera. Attualmente gli indici tematici
più ricchi ed efficaci sono quelli messi a disposizione dal mitico yahoo.com.
Con un po’ di allenamento (non sempre il criterio delle classificazioni è
intuitivo) troverete tutte le informazioni che desiderate (almeno in lingua
inglese).
Altri
motori di ricerca lavorano invece per parole-chiave.
La selezione delle pagine non è più mediata da indici gerarchici, ma avviene
automaticamente su una massa enorme di siti. Una volta indicate nell’apposito
spazio le keyword, il motore restituisce una lista di indirizzi in cui tale parola
è stata rinvenuta. Per aggiornare i loro database i motori utilizzano programmi
(spider, robot, eccetera) che setacciano automaticamente Internet, analizzano
milioni di pagine web e indicizzano tutte le parole in esse contenute secondo
precisi algoritmi.
Attualmente
gli algoritmi più intelligenti appartengono indubbiamente a google.com,
un motore che sorprende per la rapidità e la precisione delle ricerche.
Ma
anche un motore potente come Google, riesce ad analizzare “solo” un miliardo e
mezzo di pagine web. Il sommerso ammonta almeno a tre volte tanto. Un oceano
caotico di informazioni senza un indice neppure vago degli argomenti contenuti.
La strada in questo campo è ancora lunga, anche se le prospettive del web semantico sognato dall’inventore
stesso del web, Tim Barnes-Lee, non sembrano affatto una chimera (Tim Barnes-Lee,
L’architettura
del nuovo web, Feltrinelli, 2001). Il progetto di Tim – attuale
direttore del prestigioso 3WC – è considerato il punto di partenza per rendere
Internet una sola enorme banca dati dove reperire informazioni con estrema
rapidità e facilità. Secondo questo progetto tutti i documenti online
dovrebbero essere corredati da metainformazioni in forma standardizzata con il
compito di descrivere con precisione il contenuto stesso del documento. In
questo modo i motori potrebbero condurre ricerche più mirate e finalmente
sensibili al contesto di significato della pagina o della parola richiesta.
Nell’attesa
che ancora una volta i sogni di Tim diventino realtà, noi insegnanti dovremo forzatamente
familiarizzare con gli attuali motori di ricerca. Senza dimenticare, però, che
il primo e più importante motore di ricerca è l’insegnante stesso.
Per
i stri alunni, dobbiamo essere noi Virgilio (o, al limite, Beatrice!). E se non
abbiamo abbastanza competenze dell’oltretomba virtuale, continuiamo pure a fare
gli scout del mondo reale. Soprattutto a certi livelli, un’indicazione precisa
per andare a reperire informazioni sull’eroe del paese presso la Biblioteca
Comunale è più intelligente e potenzialmente assai meno dannosa che indirizzare
il ragazzo nei vischiosi meandri del cyberspazio senza fornirgli le opportune
coordinate spazio-culturali. Se invece vogliamo diventare delle cyberguide, non
ci resta che studiare e allenarci.
Non
vi consiglio un manuale specifico sull’uso dei motori di ricerca, perché la
materia è veramente in frenetica e poco lineare evoluzione. Potete invece dare
un’occhiata a pubblicazioni dedicate alla ricerca in generale, come quelle
della casa editrice Alpha Test che
ha licenziato una serie di volumetti decisamente accattivanti. Ogni libro,
attraverso un percorso mirato, seleziona e presenta i siti di maggiore
interesse ed affidabilità, propone percorsi tematici esemplificativi, non
disdegna riflessioni profonde su strumenti e contenuti proposti. Personalmente,
ad esempio, ho trovato utili queste guide:
Carobene,
A., Internet
per gli insegnanti, Alpha Test, 2002
Amaducci
G. e Guigoni A., Internet per gli umanisti, Alpha Test, 2002
Carobene, A., Studiare on line, Alpha
Test, 2002
Potrebbe
tornavi ancora utile – anche se un po’ stagionato - un bel tascabile della Mondatori che ci insegna
come ricercare in Internet informazioni, immagini ed oggetti di ogni tipo:
Gilles Fouchard, Ricercare su Internet, Mondadori,
2000
Citiamo
infine un classico della ricerca in Internet:
Fabio
Metitieri e Riccardo Ridi, Ricerche bibliografiche in Internet,
Apogeo, 2000
Ma
al di là di ogni guida cartacea, credo proprio che in questo campo l’unica
strategia veramente valida da adottare sia dell’imparare facendo.
Sperimentate
i vari motori di ricerca fino a quando troverete quello che vi darà le migliori
soddisfazioni (in questo momento io mi affido quasi esclusivamente a Google;
mia moglie, ad esempio, non potrebbe fare a meno degli indici tematici di Yahoo).
Sfruttate al meglio tutte le funzioni avanzate,
sperimentate gli operatori logici (operatori
booleani o aritmetici), provate ad invertire l’ordine delle keyword,
eccetera. Affrontate la classe solo quando vi sentite sicuri: meglio non
improvvisare davanti ai ragazzi: gli incidenti di percorso possono capitare anche
alle guide più esperte, ma bisogna avere almeno la competenza sufficiente per
rimediare con prontezza ad eventuali falle del sistema.
Proprio
come una brava guida alpina, infatti, l’insegnante-Virgilio non deve preoccuparsi
solo di trovare il sentiero più efficace e/o più panoramico per raggiungere la
meta, ma deve occuparsi professionalmente anche di sicurezza. Non mi riferisco
solo alla opportunità di prevenire e contrastare gli attacchi esterni che
possono contaminare pericolosamente l’ambiente di studio (virus, troyan, worm…
spywear, dialer, cookie… pop-up, spamming…). Ma soprattutto alla necessità di
preoccuparsi dell’incolumità psicofisica degli studenti. Lungi da me, naturalmente,
l’idea di demonizzare Internet. Ma è inutile nascondere che siti indecenti,
diseducativi e comunque non consoni al percorso didattico possono celarsi
dietro qualsiasi clic del mouse.
Da questo
punto di vista, soprattutto gli insegnanti della scuola dell’obbligo,
potrebbero trovare interessante questo manualetto:
Stefania
Garassini e Giuseppe Romano, Digital kids; siti web, CD-Rom e videogiochi
per bambini e ragazzi, Raffaello Cortina, 2001
Il testo
presenta un vasto repertorio di siti adatti ai ragazzi ed affronta anche il
problema della navigazione sicura. Un problema, per la verità, assai complesso.
Da più parti, infatti, si stanno studiando tecniche per garantire escursioni
protette ai minori (da programmi-filtro
che si installano sul computer agli “ambienti paralleli”
che includono soltanto contenuti adatti ai più piccoli). Ma i risultati, per un
motivo o per l’altro, non sono ancora pienamente soddisfacenti. E di nuovo si
rende necessaria ribadire l’insostituibile centralità del ruolo dell’insegnante
tutor e guida esperta sia del mondo reale e virtuale.
Spendiamo qualche parola in più, dunque, su questa
ritrovata centralità della pedagogia e del pedagogo prendendoci una pausa con
un simpatico affabulatore nostrano: Luigi Guerra. Se vi capita di organizzare
un convegno, un dibattito, un seminario sulle tecnologie dell’educazione, il
Prof. Guerra è il vostro ospite ideale. Se non siete mai riusciti a giovarvi
della sua profonda e caustica presenza dovreste intanto interfacciarvi con lui
e con i suoi ragazzi dell’Università di Bologna attraverso una delle sue ultime
fatiche editoriali:
Luigi
Guerra (a cura di), Educazione e tecnologie. I nuovi strumenti della mediazione didattica.
Junior Edizioni, 2002.
Imperdibile
soprattutto il primo capitolo – Tecniche e tecnologie per la mediazione
didattica – che imposta in maniera chiara e convincente l’assunto che
sta alla base dei diversi contributi raccolti nel volume: la rivendicazione della necessaria superiorità del modello didattico rispetto
al modello tecnico, dell’autorità e della capacità di scelta dell’insegnante
(educatore, formatore) rispetto agli strumenti che usa.
Dopo aver
impostato le coordinate teoriche che definiscono il concetto di tecnologia,
Guerra delinea i punti essenziali del dibattito fra coloro che denunciano
“l’impoverimento sostanziale di una situazione educativa fondata sulle nuove
forme di mediazione offerte dalla macchina” e coloro che si abbandonano
“all’elogio della tecnica interpretata come in grado di liberare l’insegnante
dalle componenti più riproduttive dell’esperienza scolastica, con un chiaro
tentativo di delegare in pieno alcuni aspetti dell’istruzione alla macchina”.
In Italia
la diatriba non è ancora particolarmente accesa, anche perché la delega di
parti della funzione dell’educatore alla macchina non è ancora avvenuta in
termini veramente significativi. Da noi “è comunque diffusa ormai (nel senso
che gli integrati, o almeno i rassegnati, sono oggi molto più numerosi degli apocalittici)
la convinzione che l’utilizzazione del computer sia se non altro positiva per
la nuova motivazione che offre agli studenti”. Ma Guerra mette giustamente in
guardia da questa tendenza al modernismo riflesso e poco meditato, da una possibile
“totale accettazione delle nuove tecniche, ma senza una sufficiente elaborazione
di tecnologia dell’educazione”. Verso tale perigliosa china pare inclinarsi
pure il faraonico “Piano nazionale di Formazione degli Insegnanti sulle Tecnologie
dell’Informazione e della Comunicazione”. La Circolare Ministeriale (C. M. 21 maggio
2002, n. 55) che illustra il progetto palesa infatti un’eccessiva curvatura
tecnica ed un ingenuo ottimismo veteropositivista che lascia quasi intendere
che basterà quest’ennesima massiccia campagna di alfabetizzazione informatica
per rinnovare automaticamente il modo di fare scuola di questo paese.
La tesi
sostenuta da Guerra “è che le TIC vadano
apprese ed utilizzate strutturalmente all’interno di modelli tecnologici
dell’educazione: cioè, all’interno di una preventiva e consapevole scelta
interpretativa, di natura pedagogica e didattica, del significato
dell’educazione”. Se l’alfabetizzazione informatica non è accompagnata da
una profonda riflessione culturale e pedagogica, corriamo il “rischio
gattopardesco che la rutilanza del nuovo copra e giustifichi il permanere di un
vecchio che altrimenti verrebbe giustamente spazzato via. E questa non può
essere spacciata come innovazione tecnologica. Ancora, le stesse tecniche (e
gli stessi strumenti anche se inseriti in procedure tecniche diverse) possono essere
collocate in modelli di mediazione didattica addirittura antitetici. È
insufficiente sul piano didattico rivendicare la padronanza di un’applicazione
tecnica: devo indispensabilmente dichiararne il modello d’uso didattico.”
Guerra concorda quindi con L. Galliani (Galliani e altri, Le tecnologie didattiche,
Pensa Multimedia Editore, 2000) quando afferma che “occorre dissipare alcuni
fraintendimenti purtroppo diffusi: … che l’uso dei media causi automaticamente
apprendimento, mentre in realtà sono i processi,
cioè i modi di utilizzare i media a determinare i risultati
dell’apprendimento”.
Un altro
abbaglio che offusca il dibattito sull’uso delle TIC nella didattica è dovuto
al fatto che assai spesso ragioniamo sulle potenzialità delle nuove tecnologie
educative più che sulle effettive realizzazioni. Le promesse tecnologiche
viaggiano molto forte. Ma “la realtà di fatto tradisce le aspettative, non per
colpa delle strumentazioni, bensì perché sono fortemente in ritardo, da un
lato, i modelli pedagogici e didattici in cui inserirle, d’altro lato,
conseguentemente, le professionalità educative di chi le utilizza.” Così il
povero insegnante si trova spesso nella situazione di chi, avendo a malapena
conseguito la patente B, ha a disposizione una Ferrari da corsa. Questo
comporta un duplice rischio: quello di un uso banale e fuorviante del mezzo,
oppure quello di un delirio di onnipotenza che lo porta a sfrecciare senza
regole né regia con un bolide che di fatto non sa controllare.
Guerra conclude infine il suo prezioso intervento
ribadendo che le nuove strumentazioni tecniche “possono effettivamente
costruire una frontiera esplosiva di qualificazione dell’esperienza educativa
solo se sono poste al servizio di modelli critici di mediazione didattica”. E
propone, quindi, di assumere un modello
tecnologico problematico. Se affrontate in una corretta ottica di problematicismo
pedagogico, le nuove tecnologie possono effettivamente ridisegnare il nostro
modo di fare formazione sia sul piano dell’educazione intellettuale (sfera
“cognitiva”) sia sul piano dell’educazione etico-sociale (sfera della “socializzazione”).
Dal punto
di vista dell’educazione intellettuale, gli strumenti digitali:
§
possono
contribuire a qualificare l’esigenza monocognitiva mettendo a disposizione
del soggetto risorse informative finora inimmaginabili;
§
possono
amplificare le valenze metacognitive stimolando l’alunno ad
imparare ad imparare;
§
possono
esaltare lo scenario fantacognitivo fornendo strumenti efficaci
per amplificare la dimensione estetica dell’individuo (programmi per costruire
suoni, immagini, filmati; le infinite possibilità della realtà virtuale; i
terreni della simulazione…).
Dal punto
di vista della socializzazione i nuovi strumenti:
§
possono
contribuire a rinforzare la capacità di autonomia (“La vera autonomia nasce
dalla capacità di costruire e difendere la propria identità culturale: il
computer può essere uno strumento di ineguagliabile efficacia per
l’elaborazione e la conservazione di una documentazione del proprio itinerario
culturale ed esistenziale”);
§
possono
moltiplicare le occasioni di partecipazione (la rete è un moltiplicatore
infinito di discussioni, contatti, scambi culturali, eccetera);
§
possono
fornire molteplici possibilità di condivisione (coopertive learning, eccetera).
Va da sé
che Guerra non nasconde l’altra faccia della medaglia: la difficoltà di
controllare la qualità delle informazioni on-line, il rischio di sbriciolare in
maniera destabilizzante i saperi, il pericolo di scambiare per creatività la
meccanica manipolazioni di campionature standardizzate, la tentazione di
isolarsi davanti allo schermo, o mascherare la propria personalità dietro alias
e avatar, o di banalizzare le proprie potenzialità in storie solo virtuali… Ma
è proprio problematicità il sapore più autentico della ricerca pedagogica. E lo
spazio fra tecnica e pedagogia non può che essere dialettico, aperto e
problematico.
Come aperto
e problematico è il dibattito che investe il mondo della Formazione a Distanza
(FAD).
“La FAD di
terza generazione utilizza per definizione in modo intensivo le
opportunità offerte dalla telematica. Quello che la distingue dalla FAD di
prima generazione (giocata sostanzialmente per vie postali) e dalla FAD di
seconda generazione (già in grado di utilizzare strumenti multimediali e strategie
di telecomunicazione, queste ultime non ancora informatizzate) non è soltanto
la qualificazione delle relazioni (velocizzazione, intensificazione) e la quantità/qualità
dei materiali informativi messi in rete, bensì la possibilità di adottare
modalità di apprendimento di tipo costruttivista e di consentire la costruzione
sociale delle conoscenze attraverso forme telematiche di lavoro collaborativo
tra gli studenti.” (L. Guerra)
L’antico
regno della formazione in presenza (la nostra scuola) non può quindi ignorare
l’avanzata minacciosa (?) dei nuovi ambienti
di apprendimento basati sulle piattaforme informatiche. Meglio dunque conoscere
al più presto il nemico (o futuro alleato?). Cominciamo allora dalla bella
sintesi a cura Valerio Eletti.
Valerio E.
(a cura di), Che cos’è l’e-learning, Carocci, 2002
“Possiamo
vedere un bambino di quattro o cinque anni che impara a leggere e a scrivere giocando
con un Cd-Rom che gira sul computer di casa; e un ragazzo che naviga in un
videogame ambientato nel medioevo e che per vincere deve superare prove e
muoversi in ambienti rigorosamente storicizzati, memorizzando senza quasi
accorgersene le regole politiche e sociali della vita medievale così come le
hanno ricostruite i maggiori studiosi internazionali; e ancora, un laureato
sottoccupato o disoccupato che si collega un paio d’ore al giorno a un sito
Internet per seguire le lezioni in autoapprendimento o in aula virtuale erogate
da una prestigiosa università americana che, alla fine degli studi, gli
rilascerà il master in business administration... oppure un operaio che
indossati guanti e casco interattivi si immerge nella realtà virtuale per
simulare un pericoloso lavoro su un pilone dell’alta tensione, fiscalisti che
seguono corsi d’aggiornamento e così via”.
Tutto
questo e molto altro è l’universo in espansione dell’electronic learning,
dell’insegnamento e dell’apprendimento attraverso macchine digitali,
«qualcosa di importante, forse di rivoluzionario, nei meccanismi di apprendimento
dell’essere umano».
Il testo ripercorre la storia, le tecniche, le teorie, il mercato, i trend
dell’e-learning, offrendo un quadro completo ed esauriente di un mondo in veloce
evoluzione. Ed è un ottimo punto di partenza per scandagliare il territorio
della multimedialità legata all’istruzione, la formazione online, il computer
based training, cose che ora sembrano strane e che invece in tempi relativamente
brevi diventeranno d’uso comune.
In Italia,
nelle aziende le tecniche dell’e-learning si stanno facendo strada abbastanza
rapidamente, mentre nel mondo della scuola e dell’università si sono andate
moltiplicando le sperimentazioni, spesso con risultati eccellenti ma, come
sottolinea Eletti, «non c’è alcun organo centrale in grado di raccogliere i
risultati e disseminare le esperienze di successo sul territorio, né di
standardizzare le linee guida più efficaci rispetto al contesto e agli
obiettivi didattici di ogni livello e grado della pubblica istruzione». Si potrebbe
dire, con un pizzico di ottimismo, che la situazione in Italia, insomma, è
fluida, divisa tra punte di qualità elevata e forti resistenze verso il nuovo,
caratterizzate dalla «paura da parte di chi detiene il potere burocratico di
perderlo con l’arrivo di nuovi strumenti».
Un altro
interessante “bignamino” sull’argomento – apprezzabile per usabilità, chiarezza
ed efficacia delle esemplificazioni - è quello di Fontanesi:
Fontanesi P., E-learning, Tecniche nuove, 2003
Dopo una
rapida introduzione generale su storia e attualità dell’e-learning, il libro ci
mostra esempi concreti di piattaforme (come Blackboard, Docent, eccetera),
di web conference (E-Works VideoMeeting,
MeetingOne-T3W, eccetera) e di strumenti di authoring del contenuto (Macromedia Authorware, Lectora Publishing
Suite). Grazie a Fontanesi, quindi, riuscirete conoscere da vicino le reali
opportunità formative offerte da alcune delle principale piattaforme di
e-learning e potrete cominciare a familiarizzare con i software adatti alla
progettazione e implementazione di contenuti (lezioni, esercitazioni, test,
eccetera) adeguati alla formazione a distanza.
Quello
dell’e-learning, insomma, è un territorio di frontiera, ricco, affascinante,
inquietante… con il quale i docenti devono familiarizzare sia per il loro
percorso di aggiornamento (vedi le ultime inclinazioni ministeriali che tendono
a privilegiare le FAD per la formazione degli insegnanti) sia per la loro
progettualità didattica. Credo infatti che i modelli costruttivisti disegnati
da strategie di FAD intelligenti possano integrarsi con il quotidiano lavoro in
classe e rendere più attivo, partecipe ed efficace il dialogo educativo.
E qui non mi rimane che citare Calvani ed i suoi collaboratori. Fine
ricercatore ed abile intrattenitore, Antonio Calvani lavora da un buon decennio
per difendere e diffondere nella nostra scuola la cultura ipertestuale. Molti
di voi lo ricorderanno come l’autore di un saggio illuminato sulla mutazione
del libro (Dal libro stampato al libro multimediale, la Nuova Italia
1990), come uno degli artefici del fenomeno Amico Tessitore (il popolare software per ipertesti) o come autore
(o coautore) di manuali didattici (Informatica per educatori, Garamond
1994; Multimedialità nella scuola, Garamond 1996; ecc.). Ultimamente
si fa notare per le sue riflessioni sulla comunicazione e l’apprendimento in
Internet, a cominciare da questo testo fondamentale:
Calvani A. e Rotta M., Comunicazione e apprendimento in
Internet. Didattica costruttivistica in rete. Erickson, 1999.
In questo libro molto ricco anche di suggerimenti
operativi, i due studiosi partono dalla convinzione che il bisogno di formare
persone capaci di agire e interagire in rete in funzione di obiettivi didattici
è ormai largamente avvertito, sia dagli insegnanti che dai dirigenti. Nel
quadro delle nuove competenze che si svilupperanno nella scuola, dunque,
acquisteranno sempre maggior risalto figure specifiche, quali il tutor dell'apprendimento
via Internet, l'animatore di gruppi di interesse, l'assistente tecnico, il
coordinatore documentario, il progettista di ambienti di apprendimento on-line,
eccetera. Di conseguenza il testo individua e definisce gli atteggiamenti e le
competenze indispensabili ai docenti per avvalersi di Internet a scopo educativo.
Calvani e Rotta tentano di fare il punto della
situazione nell’universo FAD anche in:
Antonio Calvani A. e Rotta M., Fare
formazione in Internet, Erickson, 2000.
Si tratta
di un libro corposo che, avvalendosi di una ricca bibliografia e di sempre
puntuali riferimenti, fornisce una panoramica completa dello stato dell'arte
nell'ambito della formazione online. Nella prima parte i due autori confrontano
la comunicazione in presenza, a distanza e in rete, elencando le
caratteristiche dell'online learning sia da un punto di vista culturale, che
economico strutturale. La seconda parte del libro è dedicata alle problematiche
relative alla progettazione e allestimento dei corsi online: quale infrastruttura
tecnologica privilegiare, come interagire in una classe virtuale, come trattare
i contenuti adattandoli alla comunicazione a distanza, quale deve esser il ruolo
del tutor, quanto costa, come valutare e che qualità è possibile raggiungere
con la formazione online. Nella terza ed ultima parte infine una serie di
schede di approfondimento sulla formazione online con suggerimenti,
presentazioni di casi, iniziative europee, bibliografie ragionate ed elenchi di
risorse in rete.
La vostra
escursione sul terreno dell’apprendimento in rete potrebbe continuare con i
testi di Guglielmo Trentin (vedi bibliografia) ed ovviamente con qualche
giretto in Internet per vedere/sperimentare qualche piattaforma per
l’e-learning (puoi trovare qualche indirizzo in
www.agatimario.it/link ).
Chiudiamo
questa prima tappa vagamente dedicata allo studio con un consiglio che molti di
voi troveranno ridondante: è fondamentale studiare la comunicazione. Credo
infatti che sul nostro scaffale – reale o virtuale – di aspiranti adepti alle
nuove tecnologie debbano albergare alcuni testi dedicati alle teorie e pratiche
comunicative. Padroneggiare le tecniche di comunicazione è fondamentale per
studenti ed insegnanti. Quanti alunni si lamentano di docenti colti, ma poco
comunicativi? E quanti volte – magari
agli esami di stato – ci siamo trovati di fronte a studenti con buone conoscenze,
ma in difficoltà nell’organizzare una comunicazione efficace che tenga conto
dei tempi, del contesto e del target?
Non sarebbe
male dunque che noi docenti investissimo un po’ più di tempo per studiare ed insegnare
tecniche e strategie comunicative.
Potremmo
allora cominciare a rispolverare i classici studiati all’università: Jakobson,
de Saussure, Eco, Barthes… Per integrarli poi con qualcosa di più recente.
Magari con questo piccola, ma preziosa guida:
Geraci B., Comunic@re.
Giornali, radio, televisione, pubblicità, Internet. Come leggere i linguaggi
della comunicazione. D’Anna, 2003
Come lascia
intuire il sottotitolo, in poco più di cento pagine tascabili Geraci ci offre
un’essenziale panoramica delle principali problematiche legate ai linguaggi –
forti e deboli – del passato, del presente e del prossimo futuro. Il testo,
ricco di citazioni e testimonianze, è adatto anche agli studenti dei primi anni
delle superiori.
Se poi
volete qualcosa di più audace potete rivolgervi a:
Cantoni L.
e Di Blas N., Teoria e pratica della comunicazione, Apogeo, 2002.
Questo
libro presenta i fondamenti teorici della comunicazione, illustrandone
l'applicazione con riferimento ad alcune pratiche comunicative di grande
rilevanza in numerosi ambiti professionali. Nella prima parte vengono passati
in rassegna i concetti fondamentali su cui si basa l'analisi dei processi
comunicativi.
Nella
seconda parte si presenta una breve storia della comunicazione, dalla
diffusione della scrittura alle innovazioni tecnologiche che stanno rivoluzionando
il nostro modo di comunicare.
Nella terza
parte, infine, gli strumenti teorici illustrati vengono applicati all'analisi
di alcune situazioni comunicative di particolare interesse: la comunicazione
elettronica, il parlare in pubblico e la comunicazione formativa.
Il testo,
che nasce da un'esperienza di insegnamento presso la facoltà di Ingegneria del
Politecnico di Milano, si rivolge in particolare agli studenti di area tecnico-scientifica
ed economica che, nel proprio curriculum di studi, devono affrontare un corso
base di Comunicazione.
Non
storcano il naso i letterati: anche da un libro nato per insegnare ai “tecnici”
possono guadagnarci gli umanisti.
Nel mondo della scuola l’atto dello scrivere acquista un’accezione più
operativa rispetto all’attività della lettura e dello studio. Va da sé che spesso leggere
(studiare) è anche scrivere (chiosare, annotare, eccetera). E scrivere è anche un modo per leggere e studiare (riassumere, schematizzare, eccetera). Questa seconda sezione vuole dunque porre
l’accento su alcuni
aspetti operativi che l’insegnate può affrontare con
le nuove tecnologie. A cominciare proprio dalla scrittura. Senza scordare che la scrittura dell’era digitale è una scrittura necessariamente ipertestuale e
multimediale. Lo scrittore digitale è anche un tipografo, un grafico, un regista…
In questa sezione, pertanto, parleremo non solo di
scrittura in senso stretto, ma anche di quelle attività comunque legate alla
produzione di “contenuti” digitali. Con le seguenti avvertenze:
·
ho intitolato
il capitolo alla scrittura per rimarcare che – alla faccia di tante cassandre
che predicavano il killeraggio del testo scritto da parte di tv, videogiochi
& affini – l’arte dello scrivere è viva e vincerà.
·
Non esiste una
scrittura pura: la scrittura è felicemente contaminata nella sua potenzialità
comunicativa dal colore del testo e dello sfondo, dalla scelta tipografica dei
caratteri, dalla sua collocazione nello spazio… La parola è anche immagine e la
scrittura è anche pittura e disegno.
·
Useremo il
termine “contenuto” solo per comodità comunicativa: non esiste contenuto senza
forma e ogni forma è comunque anche contenuto.
·
Se parlo
spesso di web (come abbreviativo del W.W.W. = World Wide Web) è sempre per comodità. Non dobbiamo infatti
identificare Internet solo con il web: Internet è anche e-mail, chat,
newsletter, newsgroup… Tutte forme di comunicazione che usano essenzialmente la
parola scritta e che stanno inventando lentamente nuovi stili e nuove
retoriche.
Il
computer per scrivere, dunque. Del resto solo qualche anno fa alla parola
computer gli insegnanti – soprattutto quelli di derivazione umanistica –
associavano subito la videoscrittura. E ancora oggi i docenti che tentano di
avvicinarsi per la prima volta alla tastiera, motivano la loro scelta essenzialmente
con il desiderio di imparare ad usare il pc per scrivere (fare la relazione
finale, preparare le verifiche) e far di conto (uso soft del foglio
elettronico).
Già,
perché non dobbiamo dimenticare che in qualche occasione si deve ancora parlare
di alfabetizzazione informatica. Quando nei miei incontri con gli insegnanti mi
trovo a spiegare le strategie per utilizzare al meglio la rete, mi capita
spesso - anche se con frequenza ormai palesemente decrescente – che qualche
collega – con tono falsamente modesto o con l’arroganza un po’ sdegnata del conservatore
orgoglioso - mi faccia notare che lui
non sa nemmeno accenderlo quel coso. Io rispondo sempre – senza ironia – che
non è un problema. Si può vivere bene anche senza computer, come certi
quaccheri che sdegnano le automobili e le lampo. (per un minimo approfondimento
del problema:
www.agatimario.it/ntbiblio/4.htm
)
Ma se invece fate parte di quei colleghi a digiuno
di informatica che hanno deciso di arrendersi al topo possono esservi utili
alcuni dei suggerimenti che offro ai miei alfabetizzandi serali.
Per
affrontare da soli i primi passi nell’universo digitale sono comodi quei manuali
pensati per l’ECDL (European Computer Driving License): la
Patente Europea del Computer. Quasi tutte le casi editrici scolastiche hanno in
catalogo guide del genere. Sono tutte più o meno aggiornate
e più o meno efficaci. Chiedete ai vostri rappresentanti di fiducia di farvene
vedere qualcuna e scegliete quella che vi è più simpatica (per un elenco aggiornato
dei testi:
www.agatimario.it/mtmedia/neofiti.htm
).
Sempre
per l’alfabetizzazzione informatica potrebbe essere utile anche uno di quei
testi scolastici “all in one” di
solito adottati dai docenti di TIC (Tecnologie
dell’informazione e della comunicazione). Questi manuali hanno il merito di
avere un taglio didattico e di offrire – in un solo volume – tutte le nozioni
base indispensabili per un corso di alfabetizzazione ed oltre. Anche in questo
caso potete chiedere lumi alle case editrici o direttamente ai vostri colleghi
che insegnano TIC (alcune indicazioni si trovano in
www.agatimario.it/mtmedia/neofiti.htm
).
Se adottare un manuale “onnivoro” può sembrare a taluni una scelta
dispersiva o ambiziosa, si potrebbe optare allora per manualetti più mirati e
specifici (in questo caso, però, occorre mettere in conto l’acquisto di almeno
2/3 testi: uno per l’ambiente Windows,
uno per Office, uno per Internet). Da questo punto di vista può
risultare interessante, ad esempio, la collana che Jackson libri dedica al
mondo scolastico; ecco alcuni esempi:
R. Ceriani, A scuola con Windows, Jackson
R. Ceriani, A scuola con Office, Jackson
L Guglielmi, E. Rodi, A scuola con Internet, Jackson
Rimanendo a suggerimenti economicamente sostenibili più o meno da
chiunque, ricordo la serie dei I Portatili Mondatori (I Miti
Informatica) e la collana FLASH,
Manuali tascabili di informatica, di Apogeo. Ma evidentemente di manuali
tascabili ed economici ce ne sono in giro badilate: basta gettare qualche
occhiata anche agli scaffali dei supermercati per trovare un aiuto cartaceo ai
vostri primi passi informatici.
Certo se volete veramente imparare ad addomesticare
il computer dovete mettere in conto un lungo periodo di allenamento. Non
bastano, infatti, due o tre manualetti su Windows e Word. Non bastano due o tre
corsi di informatica. E non basta nemmeno l’esercizio una tantum col computer
della scuola. Il computer deve diventare una macchina domestica. Col quale fare
i conti quotidianamente. Col quale preparare le verifiche, scrivere la
programmazione, fare ricerche in Internet, gestire la propria corrispondenza,
preparare i lucidi o la lezione multimediale. Se il PC non diventa un’abitudine
anche il manuale più efficace, anche il corso migliore sono destinati a
lasciare una ben misera traccia. Chi vuole usare la bicicletta, deve pedalare.
Ho
dedicato poche righe ai veri principianti perché, come rilevano sondaggi di
ogni tipo, gli insegnanti italiani sono piuttosto avanti nell’adozione delle
nuove tecnologie informatiche e non vogliono più sentir parlare di alfabetizzazione.
Ormai le scuole pullulano di iniziative votive in favore del verbo tecnologico
ed in ogni dove sorgono progetti più o meno didattici orientati alla rete. Anzi
sono moltissimi i colleghi che, usando già il computer per gestire l’ordinario
(videoscrittura, tabelle, navigazione) mi chiedono consigli per imparare a confezionare
ipertesti complessi e siti web.
Non
è questa l’occasione per suggerire manuali sui linguaggi - o i metalinguaggi –
del web master (HTML, DHTML, XML, PHP, ASP, eccetera) né sugli editor di pagine
web (Microsoft FrontPage, Macroomedia
Dreamweaver, eccetera): servirebbe troppo spazio per contemplare tutte le
possibili situazioni (un manuale operativo del genere si sceglie ovviamente in
base al linguaggio e all’editor che abbiamo deciso di utilizzare e soprattutto
in base al nostro livello di competenza; nel mio sito, comunque, puoi trovare
qualche consiglio utile:
www.agatimario.it/ntbiblio/5.htm
). Credo invece sia molto opportuno che nuovi e vecchi alchimisti del web
riflettano seriamente sui linguaggi della rete. A cominciare dai concetti di usabilità
e accessibilità.
Se
vi aggiungerete alla schiera dei webmaster, dovrete sapere, infatti, che non
basta far girare una decina di pagine in un browser qualsiasi per essere fieri
del proprio aumentato potenziale comunicativo. Scrivere è un conto. Scrivere
bene è un altro. Confezionare pagine web è un conto. Pensare, progettare,
implementare e gestire un sito seducente ed efficace è un altro.
Navigando
qua e là nei vari siti scolastici – compresi quelli confezionati dal
sottoscritto - si nota una diffusa impronta dilettantistica e non di rado si
incappa in vicoli ciechi, link interrotti, profusione gratuita di gif animate,
musichette necrotizzanti, effetti speciali che hanno solo lo scopo di rallentare
il caricamento delle pagine… Spesso quest’aria amatoriale è intrigante, carina,
volutamente naïf e serve indubbiamente per marcare la distanza dai siti
sfornati da professionisti. Tuttavia,
anche a noi webmaster ruspanti può essere utile confrontarci con i nuovi
standard progettuali che paiono riassunti in uno dei neologismi attualmente più
in voga fra le tribù internettiane: usabilità.
Un sito usabile è un sito funzionale, un sito che
chiede all’utente di pensare il meno possibile, fornendogli un ambiente nel
quale muoversi a suo agio, trovando senza sforzo ciò che gli serve. L’usabilità
quindi è data da un insieme di chiarezza, facilità di navigazione, qualità estetiche,
efficacia comunicativa, interattività, rapidità ed essenzialità della fruizione
e della consultazione. Insomma: usabilità
è tutto ciò che rende la vita facile all’internauta che dal web vuole
servizi ed informazioni.
Il –
fin troppo – guru dell’usabilità è indubbiamente l’americano Jakob Nielsen,
personaggio carismatico del web writing e del web-pensiero, che con i suoi
consigli sul modo per aumentare l’efficacia comunicativa delle pagine web ha
costruito una fama quasi imperitura ed un notevole conto in banca. La tua immersione
in questa relativamente nuova dimensione dei media può dunque partire dalla più
famosa bibbia nielseiana:
Nielsen
J., Web Usability, Apogeo 2000
Fino
a qualche mese fa, citare le regole di Nielsen era uno dei modi per essere trendy nei salotti buonisti degli
internauti. Oggi invece fai più bella figura se citi Nielsen come un ingenuo integralista un po’ demodé.
Nielsen
predica chiarezza ed ha il pregio di essere chiaro. Ma indubbiamente è un po’
troppo dogmatico. Seguire pedissequamente i suoi consigli significa confezionare
un sito valido, funzionale, usabile, ma rischiare di comunicare una sensazione
di freddezza e asettica efficienza. Come sempre: di fronte agli eccessi
manieristici del barocco ci vuole un po’ di estremismo neoclassico… ma se la razionale
disposizione di forme e parole non indulge a qualche sinuosa complicità,
finisce con l’essere più scostante del decorativismo fine a se stesso.
Più
interessante e più utile al vostro futuro da webmaster è l’ultima fatica del
censore americano:
Nielsen J., Homepage Usability, Apogeo 2002
Il
testo è ricchissimo – anche per questo, forse, il prezzo non è dei più appetibili
- di analisi e immagini. Seguendo le
critiche e i commenti di Nielsen si possono
acquisire esperienza e competenza. Tra l’altro possedere il testo
significa avere a portata di mano un ampio repertorio di esempi – positivi e negativi
– ai quali fare riferimento nel proprio lavoro.
Noi
vecchi insegnanti di Italiano sappiamo bene che ogni testo va confezionato
tenendo conto soprattutto dell’interlocutore. Lo predichiamo in ogni occasione
ai nostri alunni. Poi, magari, dimentichiamo questo dogma quando disegniamo il
sito della nostra scuola e ci abbandoniamo al sogno di onnipotenza assemblando
anarchicamente tutto quello che ci piace: la scritta intermittente, lo sfondo
nero con le stelline che luccicano, i pulsanti che si accendono al passaggio
del mouse, l’immagine di Carducci che si staglia lentamente su uno sfondo di
cipressi per poi dissolversi magicamente in una rarefatta stazione d’autunno,
la porta della segreteria che si apre scoprendo – dopo decine di secondi –
l’orario di ricevimento! Siamo sicuri che la nostra libidine creativa
corrisponde alle reali esigenze dell’utente? E chi ha cliccato semplicemente
per sapere il giorno d’inizio delle lezioni o per conoscere l’elenco dei libri
di testo del figlio sarà disposto a sorbirsi quell’eterno e nevrotico loading…
loading… loading… ?
L’attenzione
maniacale all’utente è il mantra che ispira un altro testo fondamentale
sull’usabilità:
Pearrow M., Web usabilità,
Il libro
si rivolge a chi vuole veramente diventare un professionista dell’usabilità, ma
è utile a tutti coloro che a vario titolo desiderano cacciare il naso nelle
produzioni multimediali. Particolarmente incisivo il capitolo 5, che insegna
fra l’altro a…
·
Rimanere
ancorati ai fatti
·
Non creare
pagine orfane
·
Mantenere la
coerenza fra le varie pagine del sito
·
Verificare il
proprio lavoro in molti browser
·
Disporre le
informazioni importanti nella parte superiore della pagina
·
Evitare che
gli utenti scorrano il video orizzontalmente
·
Avvertire
sempre l’utente delle dimensioni di un file
·
Utilizzare la
parte superiore e la parte sinistra dello schermo per gli strumenti di navigazione
·
Evitare
elementi di esplorazione superflui
·
Fornire
sistemi di esplorazione supplementare (motori di ricerca interni, mappa…)
·
Creare
collegamenti intuitivi
·
Utilizzare i
colori con parsimonia
·
Utilizzare gli
attributi ALT nei tag di immagine
·
Evitare
animazioni
·
Evitare
immagini che sembrino pubblicità
·
Non abusare
dell’enfasi
·
Utilizzare con
moderazione la tecnologia “troppo nuova”
·
Utilizzare URL
facili da capire
·
Creare pagine
idonee per la stampa
·
Ottimizzare le
immagini
·
Creare delle
FAQ fantastiche
·
Non esagerare
con i caratteri
·
Evitare i
frame
·
Evitare i
pop-up
Volendo
– ma penso che per il momento potrebbe bastare – potreste mettere nello
scaffale anche altri testi interessanti tipo:
Krug S., Don't make me think! Un approccio di buon senso all'usabilità web, Hops, 2002
Postai S., Siti che funzionano, Hops, 2001
Michele
Visciola, Usabilità dei siti web, Apogeo, 2000
Diciamo
subito che non sono propriamente libri adatti ai neofiti, ma del resto chi si
cimenta con le pagine web, neofita non è.
L’usabilità
dunque è attualmente l’argomento preferito dei salotti del web dove gli adepti
della comunicazione digitale si dividono frequentemente in nielseniani e
flashisti. Un altro concetto che sta però emergendo è quello di accessibilità.
I termini di usabilità ed accessibilità
vengono spesso confusi ed utilizzati come sinonimi.
In
realtà l’usabilità è solo uno degli elementi che ci aiuta a realizzare un sito
accessibile. La conseguenza è che se un sito è usabile – facilmente fruibile e
navigabile – non necessariamente è anche accessibile. Mentre un sito che
risponde puntualmente alle leggi dell’accessibilità è anche un sito perfettamente
usabile.
Il
principio ispiratore dell’accessibilità è quello di rendere appunto “accessibile”
il contenuto del web – la tecnologia a più rapida diffusione che la storia conosca
– anche ai milioni di persone disabili. Si pensi solo agli ipovedenti che
navigano sfruttando sintetizzatori vocali che traducono in suono le parole
scritte. O comunque a tutte le persone che hanno difficoltà a smanettare
velocemente con il mouse e che magari sono costrette ad inseguire pulsanti
volanti sullo schermo per visualizzare la pagina. O semplicemente alle persone
anziane che devono orientarsi fra pagine zeppe di informazioni dai caratteri
minuscoli. O a tutti coloro che hanno difficoltà a distinguere certi colori e
che si trovano a decifrare testi verdi su sfondo blu o scritte pastello su
immagini variopinte. Senza contare tutti gli individui che si trovano ancora a
dover lavorare con vecchi browser e monitor a bassa risoluzione.
Le
prime linee guida per l’accessibilità del contenuto web sono state diffuse nel
1999 dal WC3 (World Web Consortium)
nell’ambito appunto del progetto WAI
(Web Accessibilità Iniziative).
In
Italia è stata emanata nel marzo 2001 una precisa direttiva con le linee guida
per l’organizzazione, l’usabilità e l’accessibilità dei siti web delle
pubbliche amministrazioni.
Del
settembre 2001 è invece la circolare AIPA in cui si fa per la prima volta
riferimento all’accessibilità di persone disabili.
Negli
ultimi mesi i responsabili di diverse pubbliche amministrazioni si sono
attivati per applicare in varia misura i principi di accessibilità.
Il
Comune di Modena, ad esempio, è stato uno dei primi a sintonizzarsi sul
problema e a ridisegnare i propri servizi informatici in funzione dei suggerimenti
WAI. Nel suo sito, tra l’altro si possono trovare le linee guida che devono
condurre alla realizzazione di un sito accessibile (vedi comunque:
www.agatimario.it/ntbiblio/7.htm
), fra le quali:
·
Avere una
chiara idea di quali siano le principali caratteristiche degli utenti cui si rivolge
il prodotto, le attività che svolgono e il contesto organizzativo e sociale nel
quale sono inseriti e operano.
·
Avere una
chiara idea di quali siano i bisogni degli utenti che il sito deve soddisfare
(gli obiettivi del sito, i compiti che dovranno effettuare gli utenti, il messaggio
principale del sito).
·
Progettare
l'interfaccia, l'architettura e le tipologie di pagine principali tenendo presente
di quanto realizzato ai punti 1 e 2 compatibilmente con il fatto che il sito
debba essere: facile da usare, chiaro, coerente e deve rispettare le
disposizioni per garantire l'accessibilità.
·
Effettuare una
prima verifica di usabilità.
·
Realizzare il
sito.
·
Testare il
prodotto anche dopo la pubblicazione tramite questionari on line o test con campioni
di utenti.
Dobbiamo allora applicare pedissequamente le regole dell’usabilità e
dell’accessibilità? Dipende. Dobbiamo sempre valutare attentamente target e
obiettivi. Il sito di una pubblica amministrazione deve essere improntato al
massimo di usabilità e possibilmente anche al massimo di accessibilità: tutti
hanno il diritto di poter accedere ai servizi pubblici. Dopo le barriere
architettoniche si devono abbattere anche le barriere informatiche.
Se
il sito ha invece un target particolare – ad esempio i fan di un certo videogioco
– e/o l’obiettivo esplicito di intrattenere, divertire, stupire… va da sé che
farà fatica a trattenersi entro i rigidi canoni dell’usabilità e dell’accessibilità.
Tornando
al mondo scolastico direi che può valere l’antico principio nicomacheo: in
medio stat virtus. Non nel senso che spariamo a metà: un po’ di usabilità,
uno spizzico di accessibilità, qualche boccone in flash ed una spruzzatina di
effetti animati. Nel senso, se mai, di distinguere nettamente i contenuti informativi da quelli più spiccatamente
creativi. Le informazioni essenziali (gli orari, i servizi, gli elenchi dei
libri di testo, i programmi, il POF, le convocazioni degli organi collegiali,
il catalogo della biblioteca, i registri di classe, eccetera) devono essere
facilmente accessibili a tutti. Poi, un link un po’ fuori mano – per non
interferire con la parte informativa – può condurre alla sezione creativa dove
potranno fare capolino filmati amatoriali, ipertesti dei ragazzi, gif animate,
giochi interattivi, eccetera.
Ricordiamoci
comunque che si possono confezionare messaggi seducenti anche senza ricorrere
per forza alla ridondanza degli effetti speciali. Meglio un’immagine statica
curata (nella definizione, nei colori, nel taglio…) che un’animazione
approssimativa. Noi siamo educatori: dobbiamo educare anche al buon gusto,
all’equilibrio, al piacere estetico. Est modus in rebus.
Parlo
di queste cose con orgoglio, entusiasmo ed un pizzico di rivalsa. Come ho
ricordato infatti nella premessa noi “informatici” di cultura umanistica, siamo
stati sempre considerati dei parvenues nella società digitale. Per anni siamo
stati in balia di tecnici informatici dal pallido spessore culturale solo
perché loro maneggiavano meglio DOS, RAM, BIOS e qualche alfabeto di
programmazione. Poi è giunta l’ora dei web designers, dei maghi della grafica
che volteggiavano tronfi sopra di noi solo perché manipolavano un po’ meglio
GIF, JPEG, CRT, LCD, ICM, RGB, CMYK, anti-alias, banding, canale alfa… Ho
ammirato e ammiro i veri maghi del design, il cui spessore culturale di solito
è di assoluto rispetto. Il problema è che il web ed i laboratori informatici di
molte scuole sono stati fagocitati spesso da maghetti, da apprendisti stregoni,
dai dilettanti di Adobe Photoshop e
di Macromedia Flash convinti di partorire
capolavori facendo piroettare qualche palla colorata nella home del sito. E a
latitare sono sempre stati contenuti e cultura.
Poi
ci si è finalmente accorti che la cultura non è un optional. Che siti belli ma
vuoti, che filmati rutilanti ma fini a se stessi, che testi ammiccanti ma dalla
sintassi approssimativa… conducono sempre e comunque ad un cul de sac comunicativo. Ho visto il sito di una scuola tecnologicamente
all’avanguardia della mia città, dove per sapere l’orario di apertura della
segreteria bisognava rincorrere una pallina e cliccarla al volo (naturalmente
dopo aver “intuito” quale delle palline andava braccata) e dove, per sapere gli
indirizzi di studio, bisognava attendere che una foto – peraltro malamente
sfuocata - dell’istituto facesse un lentissimo girotondo attorno ad un branco
di lettere scomposte che - magia! - si
ricomponevano in una utilissima scritta: clicca qui!
Insomma:
un sito, per essere un buon sito, deve
avere buoni contenuti. E in attesa della banda larga che renderà immediati
e fluidi i contenuti multimediali, anche nel web lo strumento di comunicazione
ancora più usato, economico ed efficace è certamente la cara e vecchia parola.
Pure nel rutilante mondo di Internet occorre saper scrivere. E scrivere bene. E
per scrivere bene bisogna avere qualcosa di intelligente, di interessante, di
seducente da dire. Devono essere i depositari della cultura umanistica (quelli
che hanno passato anni a leggere Proust, Musil, Kafka, Baudelaire, Benjamin,
Leopardi, Svevo…) e gli esperti della poetica e della retorica (quelli che
hanno messo in pratica i suggerimenti di Tasso, Barthes, Chatman, Propp, Genette,
Calvino…) ad appropriarsi criticamente dei nuovi strumenti mediatici (con le
relative nuove poetiche e retoriche) e a guidare l’immediato futuro della
comunicazione digitale.
Tecnici
e ingegneri (programmatori, amministratori di rete, grafici…) dei nuovi media
devono mettersi al servizio dell’editore
digitale, il content manager,
colui che progetta, produce e gestisce i contenuti per il Web. Come suggerisce
questo utilissimo libro:
Lucchini
A. (a cura di), Content management. Progettare, produrre e gestire i contenuti per il
web, Apogeo, 2002
Il
testo - possente (400 pagine) e generoso (35 capitoli curati da autori diversi)
– è nato in un’aula di formazione, durante un master, e raccoglie i contributi
dei protagonisti di questa intensa esperienza didattica: docenti e alunni. Un
lavoro di ricerca che affronta tutti i temi utili a chi già fa il mestiere di content manager o a chi per diverse
ragioni desidera avvicinarlo. Un manuale che dovreste proprio avere sul ripiano
più comodo del vostro scaffale.
Nel
primo capitolo (Lezioni americane. La profezia del web writing nei “six memos” di Italo
Calvino) Alessandro Lucchini riparte appunto da Calvino.
Calvino
non aveva conosciuto Internet, ma forse l’aveva immaginata. Egli parlava di
letteratura, ma anche di valori che dovrebbero informare “non soltanto
l’attività degli scrittori, ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata
esistenza”. Leggerezza, rapidità,
esattezza, visibilità e molteplicità sono i valori della letteratura di
ogni tempo, che Calvino suggerisce di portare nel nuovo millennio. E queste cinque
parole esprimono anche i valori chiave di Internet. Il web content manager, infatti, deve occuparsi della…
·
leggerezza
delle immagini (ridurre al massimo dimensione e risoluzione)
·
leggerezza dei
paragrafi (scrivere bene non è tanto mettere, ma togliere il superfluo: tagliare,
eliminare, alleggerire…)
·
leggerezza
delle parole (uso di parole corte e di microcontent – titoli, link… - significativi)
·
rapidità di
visione (pochi clic – massimo tre – per arrivare all’informazione essenziale)
·
rapidità di
ritmo (uso strategico dei verbi e della punteggiatura)
·
rapidità
d’informazione (andare subito al punto con titoli, sottotitoli, abstract…)
·
esattezza del
linguaggio (correggere ogni frase tante volte quanto è necessario…)
·
esattezza di
forma (la correttezza non è formalismo, è qualità…)
·
esattezza
d’informazione (accuratezza, brevità, chiarezza…)
·
visibilità
della scrittura (nel web non si legge: si esplora… Lo scrittore non può più
pensare in bianco e nero: deve imparare a scrivere in termini visivi; deve
essere garante non solo delle parole, ma dello spazio in cui abiteranno… Le parole
sposano gli spazi, le forme, i colori, scorrono in una riga come nella vetrina
di un negozio, diventano immagini, e con il movimento cambiano tono,
espressione, a volte anche significato…)
·
visibilità
degli effetti linguistici (visibilità non è solo grafica, colori, caratteri, ma
anche spazialità, geometrie, disposizione delle parole per cercare un effetto.
Anche per questo è prezioso studiare la retorica…)
·
visibilità…
(visualizzare le parole e verbalizzare le immagini…)
·
molteplicità
di percorsi (la rete è un gigantesco labirinto costituito da innumerevoli ipertesti…
è il Giardino dei sentieri che si biforcano di Borges, è l’iperomanzo di Musil,
Perec, Calvino…)
·
molteplicità
di stili (alla scrittura è richiesto di poter cambiare, secondo necessità, il
flusso: da verticale – autore/lettore – a orizzontale – tanti scrittori/tanti
lettori -; cambiare l’obiettivo: informativo, negoziale, commerciale; e
cambiare lo stile, magari secondo le eterne lezioni di Queneau…)
·
molteplicità
di relazioni (Interazione, dunque. È il valore centrale del web. Scrivere significa
aprire uno spazio per condividere interessi con varie persone in modo attivo,
anche scambiando il ruolo di lettore e di scrittore…)
Sullo
schermo la parola si fa immagine e il web
writer deve pensare alla pagina che
sta componendo come ad una mappa o un paesaggio visto dall’alto. Perché è
così che il lettore la guarderà: viaggiando su e giù con la vista alla ricerca
di ciò che gli serve. Per questo la pagina deve tracciare percorsi chiari, fatto di luoghi e segnali precisi:
titoli, sottotitoli, parole chiave, testi brevi, spazi bianchi, icone
riconoscibili, frecce, bottoni… Senza esagerare, ma con armonia, semplicità e coerenza (è ancora Calvino a
illuminarci!). È il trionfo del colpo d’occhio, che in un lampo cattura la
nostra attenzione: un mix di colori, forma e testo. E il risultato è
un’emozione che ci invita ad accomodarci nel sito oppure a declinare l’invito.
Il
contenuto per essere fruito deve trovare un’adeguata sistemazione, deve essere
plasmato, adattato, correlato, contestualizzato. In una parola strutturato. Prima di realizzare il sito ci vuole un
grandissimo lavoro di preparazione. Avere l’idea buona (la metafora),
pensare e produrre i contenuti, organizzare una scaletta e poi la struttura
(mappa o modello) del sito.
Io
preferisco parlare di architettura di un
sito. Non perché struttura sia un termine sbagliato, ma perché il termine
architettura comprende anche aspetti estetici e di piacevolezza.
L’organizzazione dei contenuti di un sito non è solo razionale, ma anche
suggestiva.
Progettare,
implementare, gestire, aggiornare siti web è dunque un’operazione complessa che
abbisogna di diverse professionalità coordinate, magari, dell’editore digitale
(il content manager). In altri
contesti la figura deputata ad armonizzare variegati gruppi di lavoro è il regista
multimediale. Leggete, a questo proposito, i lavori di Luca Toschi, in
particolare:
Toschi
L. (a cura di), Il linguaggio dei nuovi media, Apogeo, 2001
Dopo
un’ampia disanima degli aspetti più curiosi e significativi della comunicazione
attuale – il testo affronta subito il problema del regista multimediale. In
internet è oggi più che mai necessaria “una strategia di comunicazione (la
grande assente di questi anni sul web), e di una figura che la interpreti,
dirigendo l’orchestra delle competenze necessarie per dare vita ad un sito web
(dal committente allo sceneggiatore, dall’informatico al sistemista, dal
grafico all’utenza), progettando il rapporto fra il web e gli altri media
(televisione, radio, giornali, eccetera): insomma, il regista multimediale. La
cui assenza nella stragrande maggioranza dei progetti multimediali la dice
lunga sulle ragioni di una crisi che è prima di tutto culturale. Quella della
borsa viene dopo.”
Per
poter comunicare efficacemente fra di loro, gli attori della comunicazione
multimediale hanno bisogno di un linguaggio comune e soprattutto di una buona
sceneggiatura (non è infatti la sceneggiatura che nel cinema armonizza gli
apporti dei vari specialisti: attori, fotografi, operatori, scenografi,
montatori, eccetera?).
La
sceneggiatura nasce essenzialmente nelle riunioni preliminari a cui “devono
sicuramente partecipare il regista (e l’eventuale committente), il produttore,
l’esperto di contenuti, il redattore, il soggettista e lo sceneggiatore
(qualora queste ultime due funzioni non siano già coperte dal regista e dal
redattore); talvolta potrebbe essere necessaria la presenza di altri esperti,
quali il programmatore, il grafico, l’esperto audio e video. In seguito a tali
riunioni è buona norma produrre un report
dei risultati ottenuti che funga da guida nella realizzazione
dell’organizzazione dei contenuti e della sceneggiatura: un soggetto di poche cartelle che sintetizzi
le suddette scelte in modo chiaro e preciso”.
Il
testo prosegue quindi con una serie di consigli pratici su come stilare la
sceneggiatura, su come scrivere un testo multimediale, su quali editor
multimediali scegliere e come usarli, su come realizzare il progetto grafico,
eccetera. Tutti consigli utili anche nel contesto scolastico.
Quando
leggo tutte queste belle cose (web content manager, web writer, regista
multimediale…) mi monto alquanto la testa e sono quasi fiero di sentirmi un
poco parte di questo bel mondo. Ma temo che simili attacchi di etilismo
digitale siano dovuti soprattutto al fatto che mi immergo in tali studi nei
momenti di vacanza: con montagne di libri adagiate sul prato, il portatile
sulle ginocchia e un fondale dipinto da pini marittimi è più facile sognare.
Quando si
torna a scuola, la sbornia svanisce: ricomincia la quotidiana lotta con stampanti
che non stampano, reti che non comunicano, tecnici privi di tecnica e con
l’impero della didattica monomediale. Ma siccome in questo momento sono,
appunto, in vacanza - con la pila dei libri
sulla sedia, il portatile sulle ginocchia ed un bucolico orizzonte alla
finestra - perché negarci un po’ di ottimismo? Perché non credere al nostro
Ministro che ha promesso all’opinione pubblica una scuola al passo con i tempi,
insegnanti superinformatizzati (vedi Piano Nazionale di Formazione, CM 55
eccetera), cablaggio di ogni plesso, computer in ogni aula, rapporti con le
famiglie per via telematica, eccetera? L’ottimismo del ministro pare tra
l’altro suffragato da decine di monitoraggi più o meno istituzionali (talvolta
ho l’impressione che esistano più addetti ai monitoraggi che elementi da
monitorare!) che disegnano una scuola ricca di nuove tecnologie, con reti in
ogni dove e insegnanti ormai definitivamente alfabetizzati (si vedano ad
esempio i nostri monitoraggi sugli insegnanti Funzione Obiettivo:
www.comune.modena.it/teamfo ).
Se questo è
(o sarà) vero, il problema di ogni singola scuola non è tanto quello di formare
nuovi pionieri dell’era digitale, ma di far emergere figure (referenti
informatici!) in grado di inventariare, organizzare, ottimizzare, coordinare,
gestire le risorse tecniche ed umane già presenti (o, comunque, in formazione).
Immaginiamo
che in questa scuola esistano vari strumenti informatici (laboratori, aule multimediali,
intranet, Internet…) e un certo numero di persone che operano a vario titolo
con le nuove tecnologie: insegnanti, ovviamente, ma anche studenti (in molti
settori la collaborazione dei ragazzi è vitale), tecnici, bidelli (ad esempio
Luca, uno dei bidelli della mia scuola, se la cava assai bene con il computer,
Internet e soprattutto la digitalizzazione della musica, anche dal vivo),
personale di segreteria, collaboratori esterni (alle materne ed alle
elementari, ad esempio, l’aiuto di alcuni genitori esperti può essere fondamentale),
eccetera. Immaginiamo che qualcuno di questi attori abbia maturato interessi o
competenze specifiche: nel campo della musica (campionatura, MP3, composizione
con la tastiera, collegamento di strumenti musicali al computer, eccetera),
della fotografia digitale, dell’animazione, dell’editing video, della grafica,
del desktop publishing, della programmazione (VB, PHP, Java…), della
videoscrittura, dei programmi autore, della progettazione ipermediale, delle
pagine web, eccetera.
Bene: il
referente informatico di cotanta scuola ha il compito precipuo di trasformarsi
in un abile regista multimediale in grado di coltivare tutte queste
specificità, di orientarle, ottimizzarle, organizzarle in un team affiatato pronto ad affrontare con successo progetti multimediali
comuni.
È vitale
lavorare in èquipe soprattutto per evitare l’abbaglio che deriva dal possedere
“una macchina che fa tante cose che prima facevano tante macchine diverse” (il
registratore, la telecamera, la macchina da scrivere, la fotocopiatrice, il
tornio tipografico, eccetera). “Ciò ha alimentato un grave fraintendimento:
l’idea di un progressivo appiattimento
delle differenze fra le varie professionalità e i vari ruoli, a favore di
una nuova figura di factotum. Sempre inadeguata, però, quando si deve andare a
fondo delle competenze. Né potrebbe essere diversamente. La realizzazione di un
multimedia che sia portatore di significati, necessita invece di
professionalità specifiche e non interscambiabili, e di un ottimo lavoro di
équipe: dall’esperto della materia al programmatore” (L. Toschi).
Come si
vede dunque, l’immagine del nostro esperto d’informatica perde un po’ la sua
connotazione tecnico-ingegneristica per
acquisire via via un intrigante alone estetico-culturale.
Perché
allora non tentare di ipotizzare un ritratto ideale di questo nuovo referente
informatico? Eccovi il mio:
·
Umanista e
letterato.
·
Appassionato
di lingue straniere, anche se il latino resta un mito a cui rifarsi più ancora che
l’inglese.
·
Padroneggia la
lingua italiana in modo eccellente e si esprime correttamente.
·
Ha buone
capacità di analisi e di scrittura.
·
Conosce
perfettamente tecniche e strategie comunicative.
·
Non disdegna
nozioni di marketing, di psicologia, di sociologia.
·
Ha acquisito
notevoli competenze di carattere informatico utilizzando correntemente gli
strumenti di office automation ed i più diffusi applicativi. La conoscenza dei
linguaggi di web editing gli consente la precisa valutazione delle potenzialità
espressive della rete.
·
Quando elabora
un progetto personale o coordina le attività del team, mette sempre in primo piano
le componenti creative e le esigenze pedagogiche.
·
Vanta un
percorso formativo ricco ed in costante aggiornamento. È curioso, dinamico, aperto.
·
Studia, ama e
cerca la bellezza. Mostre, musei, musica, cinema, teatro sono fonti di ispirazione
perenne nella vita e nella professione.
·
Non ha
pregiudizi estetici ed è tendenzialmente melting-pot (e melting-pop): può ascoltare
Chopin e Keith Jarret, Kitaro e Clapton; può amare Dante e Céline, Proust e
Kerouac; può ammirare i codici miniati e Warhol, Telemaco Signorini e Duchamp…
·
Per lui
dischi, libri e riviste sono un investimento, mai una spesa.
·
Ama la sfida
della pagina bianca. Non è mai stanco di imparare.
·
Se fosse un
calciatore avrebbe la maglia numero 10.
·
Lavora in
jeans e abbigliamento informale, anche se cura maniacalmente i dettagli e gli
accostamenti cromatici. Il suo obiettivo non è apparire, ma piacersi.
·
Ama la buona
cucina italiana, accompagnata da vino. Ottimo vino.
[devo buona
parte di questo ritratto all’identikit del web
content manager tracciato dalla simpatica Monica Aliprandi nel già citato
testo a cura di Lucchini A., Content management, Apogeo]
Questa
logica del lavoro in équipe coordinato da un abile regista di grande spessore
pedagogico e culturale dovrebbe naturalmente trovare spazio anche nella
didattica di ogni giorno. Ogni insegnate, nei confronti dei suoi alunni non è
infatti quel regista multimediale di grande spessore pedagogico e culturale di
cui sopra?
Ogni
insegnante, dunque, dovrebbe prendere i ragazzi della sua classe, dividerli in
gruppi e far loro ipotizzare, progettare e realizzare un ipertesto
(un’ipermedia). I ragazzi impareranno così ad andare in cerca di conoscenze, a
capire che la cultura è forzatamente interdisciplinare, a lavorare insieme, a
dividersi compiti e competenze, ad essere protagonisti del percorso educativo
(cfr.
www.agatimario.it/ipermedia/frame1.htm
).
Non
è una gran pensata, lo so. Non è un’idea originale, lo so. Sono anni e anni che
formatori di ogni tipo ci martellano con queste teorie. Ci sono decine e decine
di libri che ci spiegano l’importanza di immergere i nostri ragazzi
nell’intricato e intrigante oceano ipertestuale. L’argomento è talmente
scontato che ormai più nessuno – o quasi – ne scrive. Ma poi, nella realtà
scolastica che io conosco, continuo a vedere insegnanti che dettano appunti,
programmazioni che non sanno prescindere dai programmi per singola materia,
esami di stato nati all’insegna nati all’insegna dell’interdisciplinarità ma
che si riducono alla somma pre-ordinata ed impermeabile di interrogatori sulle
singole discipline, eccetera.
Per
questo, insomma, non sarebbe del tutto inutile andarsi a rileggersi “vecchi
libri” che parlano di ipertesti e pratiche collaborative e che vedono
nell’avvento delle nuove tecnologie l’occasione buona per ripensare
l’organizzazione spazio-temporale del pianeta scuola e l’abitudine didattica
alla comunicazione monodisciplinare e unidirezionale (dalla cattedra ai
banchi). Qui davanti, ad esempio, ho un’agile antologia della Nuova Italia che
potrebbe aiutarvi a chiarivi le idee in proposito:
Alessandra
Talamo (a cura di), Apprendere con le nuove tecnologie, La Nuova Italia, 1998
A
parte l’introduzione della curatrice che, a dispetto del bel nome dannunziano,
mina l’equilibrio dei periodi con manciate di parole non sempre essenziali, il
testo registra interventi lucidi e proposte operative interessanti. Da leggere
soprattutto le equilibrate riflessioni di Clotilde Pontecorvo (Dinamiche
dell’innovazione a scuola; Apprendimento e nuove comunità di discorso)
che, partendo dall’analisi di alcune esperienze concrete, auspica un uso intelligente
delle nuove tecnologie per rinnovare metodi didattici che si fondino su
strategie di gruppo e ragionamenti contestualizzato. La Pontecorvo esalta
l’esigenza di avviare i ragazzi alla progettazione ipertestuale anche per
inserirli attivamente in una situazione comunicativa autentica.
Attenzione, però: la pratica ipertestuale va vista
come naturale prosecuzione di competenze testuali, e non come acquisizione di
competenze tecnologiche fini a se stesse. Uno dei rischi che corriamo noi insegnati di italiano è quello di
fare un salto abbastanza pericoloso nell’uso delle TIC, quello cioè di
accelerare le competenze informatiche degli alunni, anche a prescindere dalle
logiche testuali in senso stretto. Rischiamo così di trovarci di fronte a prodotti
tecnologicamente avanzati, con barre di navigazioni funzionali, link efficaci,
pagine graficamente appetibili… ma con testi dall’ortografia dubbia, dalla
sintassi approssimativa, dal lessico povero, dalla paragrafazione estemporanea,
eccetera.
Prima
di imparare/insegnare ad iperscrivere, insomma, dobbiamo imparare/insegnare a
scrivere. Mi riferisco anche a situazioni di banale sciatteria che non devono
essere tollerate.
Dovendo
gestire alcuni siti scolastici, ricevo spesso dai colleghi testi ed immagini da
tradurre appunto in HTML. Ed il mio stomaco è perennemente soggetto a dure
prove. Fatte salve le eccezioni (un 10-20% di insegnati ordinati e precisi) mi
trovo non di rado alle prese con immagini dalla definizione indefinibile e
soprattutto con testi formattati secondo i criteri più fantasiosi: parole
incolonnate a forza di colpetti di barra spaziatrice, segni di interpunzione
che galleggiano lontano dalle parole, invii casuali, spazi fra parole doppi o
tripli, apostrofi al posto di accenti, profusione inutile di maiuscole e
sottolineature, presunti diagrammi di flusso disegnati con tecniche bizzarre,
elenchi puntati dalla struttura estrosa, commistione inutilmente anarchica di
caratteri tipografici, titoli dello stesso peso ora con uno stile, ora con un
altro, eccetera (per un rapido prontuario sulle principali regole di digitazione
vedi
www.agatimario.it/manuale.htm
).
Scrivere
è un mestiere difficile che esige metodo, rigore, efficacia comunicativa. Anche
e soprattutto se per scrivere usiamo il computer.
Fra
le decine di testi usciti di recente sulla scrittura nell’epoca del web, vi
consiglio di tenere sottomano soprattutto:
Carrada
L., Scrivere
per internet, Lupetti, 2000
Il testo propone un nuovo stile di scrittura per un nuovo medium. Uno stile più
sintetico, asciutto e veloce, in cui la parola si incontra e si scontra con le
immagini, i colori, le forme, i suoni. L’autrice suggerisce idee e riflessioni
su come la rete cambia il mestiere dello scrittore professionale, ma soprattutto
consigli pratici ed esempi concreti per comunicare efficacemente su Internet.
Consigli preziosi anche per il mondo della scuola. Come quello, ad esempio, di
non riciclare per il web testi cartacei.
Ogni
situazione e ogni strumento ha un suo linguaggio. Scrivere un discorso per una
candidatura politica è diverso da scrivere una lettera d’amore. Scrivere il
verbale del Collegio Docenti è diverso dallo scrivere un tema in classe. Scrivere
un testo per la radio è diverso che scrivere lo stesso testo per un servizio
televisivo accompagnato da immagini. Così, non si possono fare una pagina o un
sito web prendendo testi pensati e scritti per la carta e salvandoli in html.
Anche
il web rivendica un suo linguaggio. Ma nel caso della scrittura on-line è tutto
molto più complicato, perché Internet è un media nuovo, “si evolve in
continuazione e non si fa in tempo ad elaborare non tanto delle regole quanto
delle idee, che queste sono già superate. Solo quattro o cinque anni fa, le
pagine erano lunghi testi su fondo grigio mentre oggi ci assalgono con la forza
e i colori di uno spot. Eppure imparare a scrivere per il web è particolarmente
importante e urgente. Perché, passata l'euforia per la novità del mezzo, su
Internet oggi si cercano soprattutto i contenuti. E poi perché, contrariamente
all'editoria tradizionale, riservata comunque a pochi, su Internet possiamo
scrivere e pubblicare tutti. Senza strettoie, senza ostacoli e persino senza
soldi.”
Ogni testo per Internet dovrebbe essere scritto appositamente, tenendo conto di
tutte le particolarità della comunicazione in rete: le definizioni del monitor,
le abitudini dei cybernauti, la stretta relazione tra parole e immagini, la
possibilità di aggiungere link di approfondimento, eccetera.
Eppure
anche nel mondo della scuola capita tutti i giorni di dover trasferire sulle
pagine web testi concepiti per la carta stampata: il P.O.F., le linee
principali di un indirizzo di studi, la relazione su un seminario, la brochure
dell’ultima mostra, il réportage sulla gita, eccetera.
Se
proprio volete riciclare testi cartacei, provate almeno a seguire alcuni dei
suggerimenti della Carrada:
·
Rileggete
attentamente il testo cercando di eliminare il più possibile ridondanze, aggettivi
e avverbi di troppo: ogni parola deve avere una sua funzione.
·
Dividete il
testo in paragrafi indipendenti l'uno dall'altro, ognuno non più lungo di una
schermata. Quindi eliminate tutte le parole di transizione da un paragrafo e l'altro:
via i "d'altra parte", "di conseguenza", "eppure"
all'inizio dei paragrafi.
·
Titolate ogni
paragrafo condensando nel titolo il contenuto del paragrafo stesso.
·
Individuate
alcune parole chiave all'interno del paragrafo: poche, ma utili a cogliere gli elementi
essenziali già al primo sguardo. Evidenziatele in grassetto o con un diverso
colore.
·
Controllate la
sintassi e cercate di semplificarla. In particolare, occhio ai troppi incisi e
ai periodi troppo lunghi.
·
Adottate un
tono più diretto e colloquiale. Se vi è possibile, passate dalla terza alla
prima persona. Singolare o plurale non importa, ma rivolgetevi direttamente al
lettore.
·
Arricchite il
testo con link di approfondimento.
E se
volete affinare ulteriormente l’arte della scrittura digitale potete prendere
in considerazione questi altri suggerimenti distillati da vari esperti di web
writing (L. Carrada, A. Gahran, A. Anichini, J. Nielsen, M. Giovanoli, A.
Venegoni):
·
Focalizzate
bene il messaggio e non divagate (dimmi tutto, subito, in due righe).
·
Siate brevi e
concisi. Scrivere di getto e senza limitazioni aiuta a superare il blocco della
pagina bianca, ma in fase di revisione accorciate i periodi, mettete i verbi
alla forma attiva e togliete tutte le parole inutili.
·
Non
affannatevi a cercare sinonimi a tutti i costi. I veri sinonimi non esistono:
c'è sempre uno scarto tra un sinonimo e l'altro e, di sinonimo in sinonimo, c'è
il rischio di allontanarsi dal vero significato delle parole. Preferite la
precisione alla varietà e usate i sinonimi solo quando la ripetizione vi dà
veramente fastidio.
·
Le liste sono
utilissime, ma attenzione: dopo i numeri e gli elenchi puntati, la struttura delle
frasi deve essere sempre parallela e coerente e tutte devono iniziare nello
stesso modo. È proprio il parallelismo ad aiutarci nella lettura.
·
Anche l'occhio
ha la sua parte: evitate i testi lunghi e monotoni e date varietà visiva alla pagina.
Usate titoli, sottotitoli, paragrafi e liste il più possibile. Spezzare il
testo aiuta la lettura, specialmente per chi è ormai abituato a leggere sullo
schermo.
·
Non negate per
fare un'affermazione positiva (Per esempio, non "Non è detto che il crollo
delle borse asiatiche non abbia conseguenze anche sulla nostra economia",
ma "Il crollo delle borse asiatiche avrà probabilmente conseguenze sulla
nostra economia"). Nello stesso modo, cercate di formulare frasi positive.
Esponetevi quando affermate qualcosa. Non usate ambiguità, né fate passi indietro.
·
Osservate
sempre la "legge della vicinanza": tenete insieme soggetto, verbo e
complemento oggetto. Il nome e il suo aggettivo. La preposizione e il suo
oggetto. Non allontanateli con inutili incisi, obbligando il lettore a fare su
e giù per rimettere insieme la frase.
·
Non contraete
le parole. Danno un'idea di sciatteria e l'impressione che non si sia voluto
perdere tempo. Questo vale soprattutto per l'orribile ecc. o, peggio ancora,
etc.
·
Usate le
parole straniere solo quando servono.
·
Evitate le
parole e le espressioni che diluiscono la forza del testo e del contenuto: una
specie di, una sorta di, un po', forse, in qualche modo, probabilmente, piuttosto.
·
Evitate le
relative a grappolo. Non dovrebbero esserci mai due "che" o
"quale" nello stesso periodo. Mettete un bel punto e ricominciate una
nuova frase.
·
Siate
parsimoniosi con gli aggettivi (moderno, innovativo, all’avanguardia, avanzato
non dicono veramente più niente a nessuno).
·
Attenzione
agli avverbi. Troppo spesso diluiscono il significato del verbo e gli impediscono
di sprigionare tutta la sua forza. “Gli avverbi, come la forma passiva, devono
essere un’invenzione dello scrittore timido. Con gli avverbi lo scrittore ci
dice che ha paura di non essere abbastanza chiaro.” (S. King).
·
Quando si
scrive per il web, il design è parte integrante del processo della scrittura.
Testo e grafica vanno sempre concepiti insieme. Come afferma il pubblicitario
francese Séguéla “la lingua cyber agisce tramite l'interpenetrazione delle
immagini: le immagini fanno l'amore con le parole come in una fusione totale
del linguaggio”.
·
Imparate a
riconoscere il potere dei caratteri. I caratteri che vanno bene per la stampa,
non sono altrettanto efficaci nel web. Per il monitor scegliete caratteri senza
grazie: Arial, Verdana possibilmente di corpo dodici.
·
Enfatizzate il
testo con il grassetto o con il colore. Non usate il MAIUSCOLO (spezza
l’armonia del testo ed è un po’ troppo gridato, quasi sguaiato) né la
sottolineatura (verrebbe confuso con un link).
·
Studiate
l’alchimia dei colori. Non andate a caso, né affidatevi solo al vostro gusto.
Studiate le valenze emotive e psicologiche dei colori. Adattateli al contesto
ed agli interlocutori. Certi situazioni comunicative prediligono i colori puri,
altri i colori caldi o freddi, altri ancora… Il testo più leggibile è sempre
quello che dispone caratteri neri su sfondo bianco. Il testo chiaro su sfondo
scuro, del resto, risulta talvolta più suggestivo.
·
Imparate a
usare l’ipertesto e a sfruttarne tutte le potenzialità. Sul web il testo acquista
una nuova dimensione: cresce e si espande in profondità invece che in lunghezza.
Scegliete accuratamente le parole e le frasi da usare come link. Date a queste
porte dei nomi semplici e brevi, ma che facciano immaginare e capire al lettore
cosa troverà oltre.
·
Perseguite uno
stile asciutto, personale e diretto. Uno stile quotidiano, vicino al dialogo e
alla conversazione, che dice "io" e "noi" e che si rivolge
direttamente all'interlocutore, spesso dandogli del tu.
·
Siate
versatili. Se il Web è multimediale, anche noi scrittori dobbiamo diventare multi-scrittori. A
diventare bravi cyberscrittori ci aiuta anche la passione per la pittura, per
il cinema, per la grafica, per la poesia, per le lingue straniere. E la
disponibilità e la voglia di sconfinare, "sporcandosi" un po' le mani
con l'html, con le gif e con i colori. Su Internet per gli scrittori puri non
c'è posto.
·
Difendete il
senso etico. Il mondo on-line per certi versi è ancora un Far West: pieno di
opportunità, ma anche privo di regole. Scrivere senza documentarsi, non citare
le fonti, copiare testi altrui sono attività profondamente disoneste.
Va da sé, naturalmente, che queste
pillole di saggezza non vanno prese come assiomi. Se le applicassimo ciecamente
alle nostre performances finiremmo tutti con il partorire testi simili, e
freddi, e misurati, e poco seducenti, e quindi poco efficaci. Darsi una
disciplina è salutare e certamente l’etilismo creativo nel campo della
informazione non paga (quasi mai). Ma il bravo web writer deve ricavarsi la sua
libertà pur nelle costrizioni del mezzo e della situazione. Si può essere creativi
anche nella brevità (chiedere ai poeti o ai pubblicitari). Si può sedurre il
lettore anche solo sposando due parole che si erano giurate perenne ritrosia.
Si può essere convincenti anche solo disponendo testo e immagini, parole e
colori, con armonia. Per questo il web writer non può essere solo un tecnico,
ma anche un artista. Non può frequentare solo i manuali dell’HTML, ma anche i
calligrammi di Apollinaire, i quadri di Boccioni, i poemi di Marinetti, le
sinfonie cromatiche di Klee…
“Quando
siedo di fronte al computer non ho sul mio scrittoio una moderna macchina per
scrivere. Ho un archivio, una biblioteca, un ufficio postale, una banca, un
supermercato, un giornale, un ufficio meteorologico, una televisione, uno
schermo cinematografico, un videogioco, un mercato finanziario.
Posso
scrivere, leggere, comprare un libro o una vettura, speculare in Borsa,
dialogare con un interlocutore e vederne il volto, corrispondere con la Cina e
l’America in tempo reale, comprare un biglietto aereo, sapere che tempo farà
tra due giorni nel Paese in cui sto per andare. È difficile immaginare che un
tale mezzo non sia destinato a trasformare la nostra vita, sopprimere vecchi mestieri
e creare nuove professioni” (Sergio Romano) Ed è altrettanto difficile
immaginare che questa rivoluzione digitale non cambi radicalmente il nostro
modo di pensare.
Abbiamo
già incontrato nel nostro precario viaggio alcuni grandi animatore di
intelligenza collettiva (Guerra,
Calvani, Papert, Pontecorvo, Calvino…). Nel risicato spazio che mi rimane
proverò a suggerirvi l’incontro con altri agitatori di pensiero. Comincerò con
il proporvi quattro passi fra pagine ancora vicine all’universo scolastico, per
consigliarvi infine itinerari speculativi di più ampio respiro.
Il
vostro vagabondaggio riflessivo potrebbe, ad esempio, riprendere da:
G.
Fiorentino, Il bambino nella rete. Dalla lavagna al computer, Marsilio,
2000
È
veramente un bel libro! Snello, curioso e di gradevolissima lettura anche per
lo stile sottilmente barocco e ricco di piacevoli campionature (Pennac,
Chatwin, Papini, Papert, Piaget, Lévy, Don Milani, Walt Disney, Dahl,
Pinocchio, il Piccolo Principe, E.T., Huckleberry Finn, Super Mario Bros,
Alice…). È un libro destinato soprattutto alle maestre, ma farebbe bene anche a
molti colleghi delle superiori. Soprattutto a quelli che, come il mio amico
Elis, si lamentano che oggi i ragazzi non capiscono più niente, che sono più
tonti, più distratti, più demotivati. Leggendo il testo di Fiorentino si
scoprirà – forse – che nelle aule i ragazzi non capiscono niente perché la
scuola insiste sulle stesse verifiche, e le stesse pratiche comunicative, e le
stesse tecnologie, mentre le nuove generazioni sono immerse da sempre nella
con-fusione di nuovi alfabeti, di nuove pratiche comunicative, di nuove
tecnologie…
Non
è tollerabile la distanza che separa la realtà della società e le mura della
scuola. Non è pensabile l’isolamento splendido di insegnanti e maestre, che si
compiace spesso di una trasmissione gerarchica del sapere, di conoscenze
ingabbiate in sussidiari e abbecedari, che tiene fuori le porte delle aule il cinema,
la televisione, i videogiochi, il computer… La scuola si fa baluardo di una
mentalità alfabetica isolata dalla fluidità della vita, evade dal reale e ne
costituisce lo specchio rovesciato…
Il
gioco che si racconta in questo libro vede in scena genitori che hanno bisogno
di una scuola reale – più che multimediale – che si confronti con l’essere
naturalmente in viaggio dei bambini… (Fiorentino, cit.,
p. 11)
…il
bambino che in questo scorcio di secolo è culturalmente multimediale, è da
sempre essere nomade. Molto prima di essere multimediale, già oltre la sua
essenza multimediale, è nomade. È predestinato al viaggio. È viaggio, cammino,
incontro per sua natura con le potenzialità dell’immaginario, con le radici
delle immagini e del suono. Essere nomade vuole dire essere implicitamente
predisposti alla multimedialità, alle infinite possibilità del cyberspazio,
alle molteplici opportunità di apprendimento negli universi della
simulazione... (ibid. p. 31)
È il bambino
che traccia le traiettorie del viaggio, naviga attraverso le culture, le
lingue, le immagini, i sogni. È il bambino della tribù, piccolo principe,
segnale evidente della mobilità mentale come scelta di vita. È lui il vero
nobile che ha varcato le frontiere della civiltà digitale. È lui a rimandare
alla necessità di un nomadismo educativo da ri-generare… (ibid.)
Gli insegnanti dovrebbero dunque abbandonare tecnologie di
comunicazione organizzate in broadcasting
(da uno a tutti nello stesso tempo e nello stesso modo) e imparare a convivere
coi media e la loro cultura, il che vuol
dire accogliere al centro della propria dimensione professionale una cultura della comunicazione, che si
affida ad una molteplicità di codici, che è insita nel gioco e nella
simulazione… (ibid., p. 89)
I nuovi insegnanti quindi dovrebbero diventare dei motori di
ricerca consapevoli, delle guide critiche all’interno della babele
comunicativa, dei registi (ibid. p.
95) del percorso
formativo, degli animatori dell’intelligenza collettiva dei loro alunni (ibid. p. 90).
Può
darsi che Giovanni Fiorentino parta da un’analisi troppo genericamente negativa
della scuola italiana (= la scuola è fuori dalla realtà) e approdi ad un
auspicio neanche tanto originale (= gli educatori devono mettersi in
discussione e cedere al bambino il centro della scena diventando animatori
della sua creatività e del suo percorso di ricerca); ma certamente il suo libro
può aiutarci a fare piazza pulita di alcuni pregiudizi e a riflettere
soprattutto sul fatto che, per aprire la scuola alla realtà, non basta fare
entrare in qualche aula Internet e qualche decina di computer, ma che occorre
soprattutto rinnovare – rivoluzionare – le quotidiane strategie comunicative e
formative.
Lavorare
nella scuola è sempre più difficile e frustrante (anche dal punto di vista
economico. Eppure molti di noi lo fanno ancora con passione e con ottimi
risultati. Sentirsi dire quasi ad ogni pagina che è tutto sbagliato e tutto da
rifare da un Bartali virtuale che ha letto più libri di quello reale, ma che di
quello reale non ha la casalinga ironia, non è una libidine. Il serioso Bartali
in questione è Domenico Parisi, ed il libro che vi invito a leggere è:
Domenico
Parisi, Scuol@.it, come il computer cambierà il
modo di studiare dei nostri figli, Monadori, 2000
Perché
vi suggerisco questa neanche tanto sottile autoflagellazione psicologica?
Intanto perché è comunque importante conoscere l’idea che della scuola hanno
alcuni grandi boss della tecnocrazia emergente. E poi perché, al di là della
facile ironia, il testo getta uno sguardo aggiornato sulle prospettive aperte
dalle nuove tecnologie. In questo libro Domenico Parisi mostra (e in qualche
modo dimostra) come sia necessario rivoluzionare il modo di apprendere mediante
un uso intelligente e dinamico delle tecnologie. Un libro che ha fatto e che fa
discutere.
Cominciamo
ora a navigare un po’ oltre le reti di protezione del cantiere scolastico. Ed
un bel modo di prendere una boccata d’aria ce lo offre l’affabile libro di
Giuseppe Longo:
Giuseppe
O. Longo, Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Laterza,
1998
Simpatico,
ironico, grande affabulatore, Longo offre una sintesi stimolante della
rivoluzione informatica, con i suoi vantaggi ed i suoi rischi, la sua storia e
l’impatto sulla società e sullo sviluppo delle altre scienze. Leggero ed
intrigante, il primo capitolo (La
rivoluzione informatica) disquisisce elegantemente di etilismo tecnologico, metatecnologia,
dell’interessante ossimoro delle realtà
artificiali, della (con)fusione tra
reale e virtuale, di come la tecnologia modifichi la nostra ontologia, del
mito dell’onniscienza, eccetera. Impedibile il quarto capitolo (Società, senso e storia) che dedica
ampio spazio all’informatica e la scuola. Senza integralismi né particolari
recriminazioni, Longo invita la scuola a prendere atto della nuova rivoluzione
informatica (“Le decisioni vanno prese e anche non prendere decisioni, in
fondo, è una decisione”), a cercare un incontro proficuo fra lingua
tradizionale e lingua iconica senza però rinunciare ad un rapporto comunicativo
interpersonale. “In questo rapporto sono importanti i messaggi scambiati, ma
anche le emozioni e le coloriture affettive, che gli insegnanti, come i
bambini, sanno cogliere e apprezzare perché sono, prima di ogni altra cosa, esseri
umani e quindi posseggono un bagaglio innato di capacità comunicative che,
tranne nei casi patologici, dopo la nascita viene esercitato e affinato nelle
interazioni con l’ambiente e con gli altri.” (p. 93).
Dopo
Il
nuovo Golem, Longo ha continuato il suo affascinante percorso di
ricerca presentandoci l'Homo technologicus (Meltemi, 2001),
ibrido di uomo e macchina, integrato nella rete, probabile protagonista di un
futuro artificiale e virtuale, forse candidato all'onniscienza e all'immortalità.
Da leggere come un inquietante romanzo.
E
come un inquietante romanzo ho letto:
Gregory
J. E. Rawlins, Schiavi del computer? Laterza, 1999
Grazie
a questo libro ho passato un intrigante pomeriggio e credo che lo stesso
potrebbe accadere a molti di voi, ludisti o luddisti del computer. Rawlins
propone “un’indagine sulle macchine, sui computer, sulla vita e sulla natura
umana, scritta in uno stile scintillante. Pieno di metafore e di analogie di
grande originalità, questo libro è allo stesso tempo leggero e profondo. Ogni
essere pensante, prendendolo in mano, lo troverà coinvolgente, spiazzante,
inquietante e deliziosamente provocatorio” (D. Hofstaedter).
Il
dibattito “fin du siècle” sul cyberspazio è stato accesissimo, talvolta feroce.
E la relativa bibliografia comincia ad essere assai consistente e labirintica.
Se
siete affettivamente vicini al popolo di Seattle e vedete nella globalizzazione
imperante un grande mostro tentacolare pronto a soffocare ogni autonomia ed
ogni afflato liberale; se pensate che la realtà virtuale – per la sua natura di
falso e di illusione – provochi irreversibili e catastrofiche trasformazioni
dei comportamenti e dei valori umani; se insomma vedete nel trionfo del
cyberspazio una nuova – e forse definitiva – forma di imperialismo
totalizzante… allora potreste apprezzare l’ultimo appassionato lavoro
dell’urbanista e filosofo Paul Virilio:
P.
Virilio, La bomba informatica, Raffaello Cortina Editore, 2000
Il
testo, attraverso una serie di analisi ed argomentazioni comunque affascinanti
- ed in larga misura condivisibili anche dai meno pessimisti - approda alla convinzione che “le catastrofi
antropologiche di fine millennio affondano le radici nel progressivo
appiattimento dell’esperienza umana sulla dimensione puramente ottica dei fenomeni”.
Se
invece volete conoscere la cybercultura attraverso un’ottica – sempre
problematica, ma – più ottimistica, uno dei punti di partenza ideali è:
P.
Lévy, Il virtuale, Raffaello Cortina Editore, 1997
Per il filosofo francese, il
processo di virtualizzazione non inizia oggi, ma ha sempre accompagnato lo
sviluppo storico della cultura umana, dai primi graffiti all’invenzione della
scrittura, fino ad arrivare alla stampa e all’avvento delle moderne
tecnologie. In questo senso, che non è improprio definire filosofico, il
virtuale agisce come germe di un diverso modo di essere del reale, non
rappresentandone una fuga ma costituendone un potenziamento.
Molto interessante – e per certi
aspetti anche più agile e leggero – l’altro classico di questo famoso pensatore
d’oltralpe:
P. Lévy, Cybercultura. Gli studi sociali
delle nuove tecnologie, Feltrinelli, 1999
Il testo può essere considerato
una sorta di manuale “sintetico”, ma completo dei fenomeni legati appunto alle
nuove tecnologie e al loro uso sociale: dal digitale alla navigazione in rete,
passando per la memoria, la programmazione, la musica techno, la realtà
virtuale, il multimedia, l’interattività… In maniera sistematica e con
linguaggio accessibile anche ai non specialisti, Lévy rispone a domande quali:
·
Cosa si
intende per cybercultura?
·
Quale
movimento sociale e culturale si nasconde dietro questo fenomeno tecnologico?
·
Si può parlare
di un nuovo rapporto col sapere?
·
Quali
mutazioni comporta nel campo educativo e della formazione?
·
Quali sono le
nuove forme artistiche legate al computer ed alle reti informatiche?
·
Come
interverrà sull’organizzazione del territorio e dello spazio urbano lo sviluppo
del cyberspazio?
·
Quali sono, in
sintesi, le implicazioni culturali e sul linguaggio delle nuove tecnologie?
Se ancora non sapete se propendere
per un punto di vista più leggero o più pesante, più nero o più edulcorato,
potreste cominciare ad esplorare criticamente la dimensione digitale attraverso
gli occhiali attenti ed ironici di Carlo Formenti:
Carlo Formenti, Incantati
dalla rete. Immagini, utopie e conflitti nell’epoca di Internet, Raffaello
Cortina Editore, 2000
L’utile testo di Formenti parte
in buona misura proprio dalla diatriba fra le due scuole di pensiero…
Da
un lato, il virtuale come liberazione di energie creative, leggerezza,
emancipazione dal peso della realtà attuale, dall’altro, il virtuale come
derealizzazione, espropriazione della fisicità del territorio e del corpo. Da
un lato, la possibilità di oltrepassare i vincoli del qui e ora, che avevano
finora limitato l’agire umano, viene interpretata come una chance per
trascendere la geografia e la storia ed elevare il processo di ominazione a un
livello superiore, dall’altro, l’illusione del tempo reale viene denunciata
come un dispositivo che annienta il territorio e racchiude l’umanità in un
eterno presente che toglie senso al tempo vissuto.
Chi
ha ragione? Più avanti avremo modo di verificare come sia le tesi dei
“pessimisti” che quelle degli “ottimisti” contengano elementi di verità. Qui,
finché l’attenzione resta concentrata sull’immaginario, ci interessa analizzare
le metafore che vengono impugnate come armi dai protagonisti di questo
dibattito teorico. Da questo punto di vista, si resta colpiti da un’evidenza:
lo scontro si gioca principalmente sul terreno dell’opposizione
peso/leggerezza.
Così,
mentre Lévy esalta la natura fluida e volatile del digitale, si entusiasma per
la leggerezza che il virtuale introduce nel mondo, Fiorani paventa la fuga
dalle cose terrestri e corporali con la loro grazia e la loro pesantezza…
E andando avanti il libro
disegna infatti un castello interpretativo tutto sommato equilibrato ed ampiamente
condivisibile dell’attuale stato delle rivoluzioni in atto.
Formenti ci dimostra che,
paradossalmente, per comprendere la radicalità dei mutamenti che stiamo
vivendo, occorre in primo luogo demistificarli: non per negarne la realtà, ma
per dissipare l’aura mitica che li circonda. Quando viene presentata come una
mostruosa piovra che fagocita il reale o, al contrario, come un nuovo paradiso
terrestre, la rete rischia di apparire come un insensato labirinto di specchi.
Se con distacco ed ironia riusciamo per un attimo ad allontanare da noi terrori
e speranze, la rete ci apparirà qual è: non una dispensatrice di paradisi
artificiali, né la sabbia mobile che ci trascina verso l’ineludibile
apocalisse, ma “semplicemente” l’amplificazione di una serie di trasformazioni
rivoluzionarie. Rivoluzioni dall’esito imprevedibile perché nella rete non è
inscritto alcun destino, ma solo rischi potenziali e prosaiche opportunità. [Se
apprezzate i ragionamenti di Formenti potreste leggere anche un altro suo bel
libro: Formenti C., Mercanti di futuro. Utopia e crisi della Net Economy. Einaudi
2002]
Ora
un signore alla moda: Jeremy Rifkin. È uno dei più attenti e conosciuti
studiosi della globalizzazione, osannato dagli antigiottini, ma apprezzato
anche dai sostenitori del libero mercato mondiale. Le sue analisi sono lucide.
Le sue riflessioni sono profonde e spesso inquietanti. Fra i suoi bestsellers
consiglio:
Jeremy Rifkin, L’era
dell’accesso. Mondatori, 2001
Con
la sua prosa ampia e convincente, Rifkin disegna con dovizia di particolari
l’inizio del terzo millennio pervaso dalle nuove tecnologie che stanno appunto
cambiando radicalmente la struttura della società e il nostro modo di vivere.
Egli ci spiega con lucida passione perché in un imminente futuro la proprietà
sarà sostituita dall’accesso a pagamento a ogni genere di bene o servizio o
esperienza culturale, perché pagheremo di più e possederemo sempre dì meno,
perché il fossato tra chi è connesso alla rete e chi non lo è sarà sempre più
profondo e perché i più grandi provider internazionali, che avranno le chiavi
dell’accesso, sono destinati a controllare la vita di ciascuno di noi. Ma
suggerisce anche la possibilità di una maggiore diffusione della conoscienza,
della democrazia e del benessere e ipotizza l’affrancamento dalla schiavitù
del lavoro.
Se
per il momento non volete impantanarvi in letture comunque impegnative, potete
avere una discreta idea del dibattito sul virtuale attraverso un’antologia
tascabile di ottimo livello:
Jader
Jacobelli (a cura di), La realtà del virtuale, Laterza,
1998
Un
giorno, deambulando per un elegante centro commerciale, sono stato calamitato
da un intrigante vaso di fiori: un sorridente scoppio di piccoli bottoni
gialli. Era il periodi in cui si commemoravano i morti e il commesso – pensando
ad un acquisto tombale - mi ha spiegato con grazia che erano bellissimi
crisantemi giapponesi. Io, invece, li volevo per un pensiero d’amore.
Ma
la mia paziente consorte, quando ha ricevuto il dono, mi ha gratificato con un
sorriso palesemente contraffatto, ha depositato il vaso in un angolo lontano
del balcone in attesa di farlo sparire definitivamente dalla sua vista con la
scusa di portarlo sulla tomba di mio padre. Perché – dice mia moglie, che pure
è una persona intelligente – i crisantemi fanno tristezza.
Eppure
quella solare infiorescenza era vitale, allegra. Da anni non regalo più fiori a
mia moglie.
Anche
nell’universo educativo stazionano talvolta pericolosi pregiudizi. Nei
confronti dei videogiochi, ad esempio. Conosco colleghi che ancora auspicano
crociate contro Pikachu e Goku, Digimon e Super Mario Bros, Lara Kroft e Aki
Ross. Quasi che i loro giochini d’un tempo con bambole e soldatini fossero più
intelligenti ed educativi delle strategie di Missile Command o di Asteroid.
Se
vogliamo comprendere veramente i nostri figli, i nostri alunni dobbiamo
cominciare a capire i loro giochi. Senza pregiudizi. Iniziamo allora dal bel
libro di J. C. Herz, grazie al quale cominceremo a guardare i nostri figli ed i
nostri alunni in modo diverso:
J.
C. Herz, Il popolo del joystick, come i videogiochi hanno mangiato le nostre
vite, Feltrinelli, 1998
“Sono
nata lo stesso anno in cui vide la luce il primo videogioco a gettone, lo
stesso anno in cui la Intel mise in produzione il suo primo microprocessore.
Non mi ricordo di un mondo che sia privo di puntini colorati che si rincorrono
sullo schermo. Ho maneggiato un joystick prima di aver imparato a leggere, ho
appreso gli stratagemmi di Breakout prima
di aver imparato a memoria le tabelline, ho dominato Asteroids prima di aver risolto il mistero delle divisioni. I videogiochi
sono diventati un luogo comune dell’infanzia americana e come per la maggior
parte dei luoghi comuni dell’infanzia, s’infilano negli interstizi della nostra
mente e là si agganciano. Se Quarto
potere si svolgesse nel Ventunesimo secolo, Orson Welles sussurrerebbe
“Mario!” invece di “Bocciolo di rosa”.
Al
giorno d’oggi, sono già due le generazioni di ragazzini cresciute assieme a
cinque generazioni di videogiochi. Non stiamo parlando di un piccolo gruppo di
persone. Non stiamo parlando di una sottocultura. Stiamo parlando di cinquanta
milioni di adulti, la cui memoria e immaginazione è stata colorata da Atari,
Nintendo e Sega, esattamente come quella delle generazioni precedenti era stata
colorata dalla televisione, dal cinema e dai dischi in vinile. Se i vostri ricordi
hanno colonne sonore pop o sono pieni di baci da grande schermo, se avete mai
raccontato un aneddoto con il replay e con una colonna sonora di applausi da
stadio, è perché siete cresciuti assieme ai mezzi di comunicazione e alle loro
convenzioni. I videogiochi stanno offrendo un nuovo gruppo di convenzioni che
vengono rapidamente assimilate, proprio mentre leggete queste righe, da un
numero enorme di bambini. La loro grammatica mentale le rifletterà,
esattamente come la visione del mondo dei baby-boomers
riecheggia l’impatto della televisione…” (dall’introduzione scritta dalla
stessa Hertz).
Può
darsi però che queste parole della Herz non siano state sufficienti per
convincere i più scettici di voi che un viaggio all’interno dei videogiochi sia
assolutamente indispensabile per ogni pedagogo consapevole. In fin dei conti –
state pensando – quella della Hertz è una difesa partigiana e probabilmente
interessata. Affidatevi allora ad uno studioso D.O.C., ad uno spicopedagogista
nostrano di chiara fama:
Francesco
Antinucci, Computer per un figlio. Giocare, apprendere, creare, Laterza,
1999
Quello
di Antinucci è un libro semplice e profondo che ci spiega con equilibrio e
passione come il computer sta cambiando radicalmente l’universo mentale dei
nostri bambini. E come sia ora di smetterla definitivamente con l’ignoranza,
l’ipocrisia e i pregiudizi. I
videogiochi e i computer, infatti, non fanno più male della pastasciutta e del
Barolo. Dipende ovviamente dalla qualità, e dalla quantità. Anzi, computer e
videogiochi possono migliorare le capacità intellettive e aumentare la qualità
e l’efficacia dei percorsi di apprendimento. E la scuola potrebbe lentamente
cessare di essere il luogo dove la conoscenza (la cultura) va verso (viene
fatta calare sul) il bambino e diventare il sito dove è il bambino che va
incontro alle conoscenze e alla cultura. Il percorso educativo dovrebbe essere
un viaggio di ricerca. Il viaggio all’interno di un universo di conoscenze. Un
testo giornalmente ricostruito verso una molteplicità di direzioni. Un
ipertesto in perenne divenire.
Un primo percorso di iniziazione
al nuovo verbo digitale potrebbe anche finire qui. Davanti a me, però,
giacciono in ordine sparso decine di fatiche editoriali che promettono
rivelazioni interessanti. Ve ne citerò solo tre o quattro, senza un ordine
preciso.
Livraghi
Giancarlo, L'umanità dell'internet, Le
vie della rete sono infinite, Hops 2001
Un
libro di facile e piacevole lettura. Bello. Da gustarsi all’ombra di un enorme
pino marittimo. Riconcilia con la tecnologia e rimette al proprio posto la
macchina. Per l’autore, infatti, internet non è un mondo a parte, fatto solo di
macchine e connessioni. È, e diventerà sempre più, un elemento della nostra
vita quotidiana, uno strumento per comunicare con chi già conosciamo,
incontrare nuove persone e fare nuove esperienze.
L'umanità dell'internet è un'analisi
culturale concepita e scritta "a misura d'uomo", che ci aiuta a
comprendere come i nuovi sistemi di comunicazione offrano a tutte le persone,
di ogni età, professione o tendenza culturale, possibilità straordinarie per
arricchire le proprie conoscenze e relazioni umane.
Bruno
Pino, Le parole della Rete,
Mondatori, 2001
Tascabile,
rapido, comodo. Un utilissimo dizionario per districarsi nel mondo di Internet
che offre intriganti occasioni per riflettere sul nuovo linguaggio imposto
dalla rete.
Alberto
Pian, L’ora di Internet. Manuale critico di pedagogia informatica. La
Nuova Italia, 2000
Siete
insegnanti dotti e amanti delle citazioni socio-psico-pedagogiche? Questo libro
fa per voi. Oltre 300 pagine dense di riferimenti teorici, di teorie
psicopedagogiche rivisitate alla luce delle nuove tecnologie, di schemi, di
schede informative, di esempi, di tutto e di più. Io mi sono fermato a metà… ma
solo perché ho provato a leggerlo tutto di un fiato. Ora il testo riposa sulla
parte alta della mia libreria, da cui viene di tanto in tanto liberato per
rapide consultazioni. Potrebbe figurare molto bene anche in qualsiasi biblioteca
scolastica.
Weinberger
David, Arcipelago Web, Sperling
& Kupfer, 2002
“Il
Web, com'è ormai noto a chiunque, ha consentito, grazie allo strumento del
link, di sovvertire il concetto tradizionale di documento chiuso e di
trasformare volumi una volta unitari in una raccolta di idee consultabile da
parte dei lettori senza l'obbligo di seguire l'ordine precostituito
dall'autore. Ciò che è accaduto ai documenti con l'avvento della Rete, è
successo a tutte le istituzioni e i settori da essa interessati. In definitiva,
è successo a tutti gli esseri umani: "gli isolotti dell'arcipelago web in
realtà siamo noi, che stiamo unendoci gli uni agli altri in modi ancora da
inventare, ma chiaramente labili e flessibili".
Una
delle letture più appassionate delle mie ultime vacanze natalizie.
Dertouzos
Michael, La Rivoluzione Incompiuta, Apogeo, 2002
Vi
piacerà questo libro. Almeno in parte. Michael Dertouzos è uno di quei
cervelloni che hanno di fatto inventato il nuovo universo digitale. Prima della
sua scomparsa (agosto 2001) Dertouzos era
direttore del Laboratory for
Computer Science del MIT (il laboratorio in cui sono nate gran parte delle
idee alla base delle nuove tecnologie). E da uno come lui non ti aspetteresti
la confessione di impacci e arrabbiature di fronte agli incidenti informatici
che ci torturano quotidianamente: “Questo programma ha provocato un errore e
sarà terminato…”. E invece, in questo
suo ultimo libro, il guru del MIT si lancia in una crociata proprio contro
queste apparecchiature nate per facilitarci la vita, ma che troppo spesso ci
sembrano addirittura ostili, tanto sono complicate. La sua è un’analisi lucida dei motivi per cui
la rivoluzione informatica è ancora incompiuta, e dei traguardi che bisogna
raggiungere per portarla a compimento. Anche se l'analisi è impietosa,
Dertouzos non era un catastrofista, ma uno scienziato impegnato e ottimista: il
futuro di cui parla non è fantascienza, bensì una possibilità concreta e alla
nostra portata: gli scenari che descrive non sono così avveniristici,
impossibili allo stato attuale delle nostre conoscenze. E tutto ruota attorno a
un'idea chiave: la tecnologia è ancora troppo orientata alle macchine, deve
diventare invece antropocentrica, centrata sugli essere umani e sulle loro
esigenze.
Donald
A. Norman, Il computer invisibile, Apogeo, 2000
Ogni
tecnologia ha un proprio ciclo vitale, questa la convinzione di Donald Norman,
e le aziende e i relativi prodotti devono cambiare nel passaggio
dall'adolescenza alla maturità. Purtroppo l'industria informatica crede ancora
di vivere negli anni della sua ribellione giovanile, godendo della complessità
tecnologica. I consumatori invece vogliono cambiare. Sono pronti per prodotti
che offrano comodità, facilità d'uso, piacevolezza. La tecnologia dovrebbe
essere invisibile, nascosta alla vista. In questo libro, Norman mostra perché
il computer è così difficile da usare e perché tale complessità sia insita
nella sua stessa natura. L'unica risposta, secondo Norman, sta nel ricominciare
tutto da capo: i computer devono diventare come elettrodomestici, che elaborano
informazioni anziché svolgere altre mansioni, in grado di rispondere alle
esigenze e alle esistenze delle persone. Devono diventare semplici da usare
come un televisore, una radio o il macinacaffè, strumenti diventati di uso così
quotidiano che la tecnologia che incorporano è diventata per noi
"invisibile".
Infine:
Se i
miei consigli non vi sono sembrati del tutto inutili, potete andare a cercarne
altri in:
www.agatimario.it/ntbiblio/bibliografia.htm
Se
poi volete conoscere una mia personalissima idea di bibliografia ragionata (!?)
sulle nuove tecnologie, provate a
visitare la parvenza di un ipertesto anarchico e dissoluto in:
www.agatimario.it/ntbiblio/citazioni.htm
Buon
viaggio.
AA.VV.,
I
nuovi strumenti del comunicare, Bompiani, 2001
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e intercultura. Le differenze culturali nelle contraddizioni del villaggio
globale, Edizioni Junior, 2002
Per indicazioni bibliografiche più articolate:
www.agatimario.it/ntbiblio/bibliografia.htm
[1] Com’è noto, infatti, è impossibile bere nel 2002 un Brunello del 2000 (che deve riposarsi per almeno altri due anni, prima di avere diritto al suo nome).