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Avviso ai naviganti del Wild Web School
Leggere, scrivere e pensare al tempo del web. Una bibliografia.

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Il più bello dei mari

è quello che non abbiamo ancora navigato.

(Nazim Hikmet)

 

 

 

 

Ragzzo che legge - disegno in bianco e nero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ragzza che legge - disegno in bianco e nero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avviso ai naviganti del Wild Web School

Mi è stato chiesto di preparare una piccola bibliografia ragionata sulle nuove tecnologie informatiche.

Io non so se sono in grado di “ragionare” opportunamente intorno ad un argomento così complesso. In fondo sono un neofita dell’informatica applicata. Solo da qualche anno girovago in Internet, tento di confezionare CD-ROM e pagine web e mi porto in vacanza Calvani, Longo, Lévy, Formenti… al posto di – talvolta assieme a - Svevo, Joyce, Leopardi e Musil.

Al di là del mio dilettantismo l’impresa non è in ogni caso delle più agevoli perché il mondo delle nuove tecnologie è in continua - e per molti aspetti imprevedibile - evoluzione e quanto scritto oggi rischia di essere obsoleto domani (e non è un modo di dire!).

I pochi suggerimenti che mi sento di dare, perciò, si limitano ad imprese editoriali recenti o a testi che, pur con qualche riferimento giurassico, possono ormai considerarsi classici del genere.

Questi scampoli bibliografici hanno la solo ambizione di offrire stimoli per future discussioni e, soprattutto, per future integrazioni. I vostri suggerimenti sono bene accetti.


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Il mondo è bello perché è vario (quasi una premessa 1)

Un avvertimento, però: quella che segue è una bibliografia comunque “diversa”.

Non è un semplice elenco di titoli condito da spizzichi di riflessioni soggettive. Né una rassegna di paludate recensioni clonate da riviste o siti.

È il piccolo viaggio di una mente grezza – ed un po’ disincantata – fra montagne di testi più o meno significativi, più o meno sontuosi. Testi a cui ho rubato, talvolta, manciate di parole o embrioni di idee. Con l’unico scopo di regalare a chi di voi non ha tempo – o voglia – qualche scontato - o inquietante? -  brandello del dibattito dentro ed intorno le ormai non più nuove tecnologie informatiche.

L’ordine di presentazione dei consigli per gli acquisti (o, comunque, per la lettura) non è del tutto casuale.

Nella prima parte trovate anche suggerimenti tecnico-operativi confezionati per coloro che stanno appropriandosi di strumenti, tecniche e strategie per la comunicazione telematica.

Nella seconda parte ci sono suggerimenti più mirati per coloro che vogliono vivere un po' più intensamente la nuova avventura digitale: scrivere per Internet, confezionare pagine web, diventare il regista multimediale della sua scuola.

Ma è alla terza parte che vi prego di prestare uno scampolo di attenzione in più: quella che propone squarci di riflessioni critiche su una rivoluzione che ha investito la società, ma che non ha scalfito più di tanto le ataviche mura della scuola.

Le ex nuove tecnologie hanno rivoluzionato il modo di lavorare di imprenditori e impiegati, di bancari e magazzinieri, di viticultori e casalinghe… Computer, Internet, videogiochi, telecomandi, MP3, DVD… interagiscono con noi nelle case, negli uffici, nelle automobili, nei magazzini… ma spesso non superano i ponti levatoi che separano le aule scolastiche dal mondo.

L’essenza della nostra scuola è ancora incarnata da lunghi corridoi sui quali si affacciano fughe di aule con file rigorose di banchetti e… una lavagna. L’abituale tecnologia della quotidiana prassi didattica è infatti ancora l’abecedario, il sussidiario, la penna e la cara, vecchia lavagna sulla quale vestali e sacerdoti della parola rinnovano il rito dello stilo e della tavoletta d’argilla.

Lo so. Quasi tutti voi mi state mandando a quel paese ricordando le decine di computer arrivate a scuola in questi anni e confinati in quei bei laboratori in fondo al corridoio. O semplicemente perché ritenete – forse anche giustamente – che la scuola sia il tempio della conservazione e della parola. O anche perché pensate – giustamente – che il compito della scuola non sia quello di rincorrere tutte le ultime mode tecnologiche. O ancora perché, semplicemente, fate parte di quei pochi alchimisti del web che, grazie alle nuove tecnologie, hanno abbandonato le comode spiagge della didattica basata sulla logica simbolico-ricostruttiva per abbracciare percorsi formativi fondati sulla logica percettiva-motoria…

Ma il mondo è bello perché è vario, e il mondo della scuola pubblica è bello perché ogni insegnante è libero di pensare – e di insegnare – come vuole. Parliamone, però! Confrontiamoci.

Abbiamo avuto la ventura – o la sventura? - di assistere in diretta ad una rivoluzione epocale ed il minimo che la scuola può fare è di aprire qualche finestra per guardare quello che è accaduto. Perché se computer, palmari, cellulari, Play Station, Game Boy, SMS, DVD, C D, e-book, chat, videoclip, webgrafica, MP3… sono rimasti fuori dalle aule scolastiche, sono entrati ormai irrimediabilmente nei cervelli dei nostri ragazzi, dei nostri figli, dei nostri alunni. E se è giusto – forse – che la scuola non adotti in toto le tecniche comunicative di MTV per dialogare con i suoi studenti, è altrettanto giusto che almeno cominci a riflettere seriamente sui nuovi media e sui nuovi alfabeti.

Per inciso: non sono così sprovveduto da pensare che basti introdurre un computer in classe per rigenerare la didattica: può essere più rivoluzionario un nuovo modo di usare la lavagna che un modo qualsiasi di usare Internet. E non sono nemmeno così integralista da ritenere che le nuove tecnologie siano sempre e comunque più efficaci e meritorie di quelle tradizionali: prendo appunti con la penna, mi faccio la barba con la lametta, amo i pizzoccheri valtellinesi e preferisco il Morellino di Scansano con il caro vecchio tappo di sughero.

Ritengo però che nuovi strumenti e nuove tecniche possano comunque suggerire nuove e più efficaci strategie per perseguire il successo formativo.


La riscossa di un vecchio insegnante di italiano (quasi una premessa 2)

Lasciatemi svelare infine un’amena libidine personale. Sono un vecchio insegnante di lettere formatosi sui moderni classici della retorica: Calvino, Barthes, Chatman, Genette, Bachtin… Per immolarmi sul sacro fuoco dell’Information Technology  ho dovuto prostrarmi davanti ai guru della programmazione prima (i fanatici dell’HTML, PHP, ASP, Java, CGI…) e – più volentieri – davanti ai maestri della grafica più o meno animata poi. Entrambe le caste hanno relegato i dilettanti della mia specie ai margini delle immense autostrade digitali che promettevano pace, amore e dollari. Poi, la sorpresa ed il gaudio di questa estate quando, sulla rustica amaca delle mie vacanze provenzali, ho cominciato a fagocitare la consueta scorta di nuovi manuali di informatica ed ho scoperto un disinvolto sfoggio di citazioni da Calvino, Barthes e persino Chatman.

Cos’è successo? Che dopo la fase pionieristica in cui le delicate pagine aziendali erano prerogativa di tecnici informatici educati alla dura legge del codice binario; e dopo i ruggenti anni della Net Economy dove milioni di siti sfoggiavano lo sgargiante linguaggio di flashisti e adobisti… ci si è semplicemente accorti che un sito deve girare bene su ogni piattaforma (grazie ai compilatori di codice), può anche avere un aspetto da rivista patinata e qualche giovanilistica animazione, ma se non ha dei buoni contenuti, non s’ispira alla retorica e non trasuda cultura è destinato a fallire.

Non è questa una mia impressione personale. Chiunque segua le vicende del web sa che dopo l’epoca del Web Master (di solito un tecnico informatico) e del Web Design (spesso un grafico pubblicitario) è giunta finalmente l’ora del Web Content Manager: il regista multimediale di formazione umanistica che padroneggia le tecniche dello scrivere e del pensare.

Così, almeno una delle mie parabole personali si conclude secondo il copione del sereno ritorno: partito da Barthes e Calvino ritorno - dopo labirintiche tempeste - a Calvino e Barthes. Questo lieto approdo su spiagge familiari e di nuovo seducenti mi ripaga, in parte, per le decine di omelie accattone e vane con le quali supplicavo di non lasciare – almeno nella scuola -  l’informatica agli informatici. Il mondo dell’impresa l’ha capito. La scuola, forse, lo capirà.