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Alchimisti del web:
l'impossibile missione di insegnare le NT

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Il più bello dei mari

è quello che non abbiamo ancora navigato.

(Nazim Hikmet)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alchimisti del web

Scampoli tecnologici per neofiti

[insegnare è una] Missione impossibile

Il mondo [scolastico] è bello perché è vario


Discorrevamo prima della politica dei piccoli passi. Ed in effetti qualche timida escursione verso l’universo tecnologico è stata fatta. Ed un po’ di quell’universo è entrato negli edifici scolastici. Non nelle aule, però: in qualche cantuccio dove sono stati appoggiati alcuni computer ad uso degli insegnanti; in qualche laboratorio più o meno lucido dove a turno le classi si recano in pellegrinaggio; in qualche ufficio dove qualche terminale riceve qualche e-mail.


Scampoli tecnologici per neofiti

Molti di questi scampoli tecnologici sono arrivati grazie al meritorio sforzo del ministero che ha dispensato quattrini (progetti 1a, 1b…) per macchine, software e corsi d’aggiornamento per insegnanti[1]. In tutte le scuole, insomma, si è instaurato un qualche avamposto[2] – più o meno grande, più o meno robusto – della inarrestabile rivoluzione digitale.

Non mi riferisco tanto a quelle scuole dove l’informatica alberga istituzionalmente (Istituti tecnici e professionali), ma a tutte le altre scuole dove l’informatica non entra nei curricoli ufficiali. Ebbene in tutte – o quasi – queste scuole ormai c’è perlomeno un cantuccio, un’oasi, un’officina dove gli adepti – spesso neofiti – del nuovo verbo digitale operano eroicamente[3] per difendere e diffondere i riti ed i miti della nuova era internettiana.

Molte scuole della nostra provincia, ad esempio, hanno nominato un referente informatico, una sorta di regista multimediale che ha – o dovrebbe avere – il compito di inventariare, coordinare e promuovere tutte le iniziative legate all’informatica.

Nella scuola elementare di mio figlio, ad esempio, un maestro particolarmente vocato per le nuove tecnologie è stato esonerato dall’insegnamento e si occupa esclusivamente del laboratorio informatico, fornendo supporto tecnico e consulenze a tutti i colleghi.

In molte scuole medie, invece, il riciclaggio è toccato agli insegnanti di educazione tecnica che di solito si occupano dei laboratori informatici e che nelle loro ore aiutano i ragazzi a prendere confidenza con le nuove tecnologie.

Alle superiori sono spesso alcuni insegnanti di matematica che accompagnano i ragazzi in laboratorio e aiutano i colleghi in difficoltà con mouse e directory.

Ma la casistica, in questo campo, è assolutamente varia ed eterogenea; conosco diverse realtà scolastiche dove il ruolo di animatore multimediale è svolto dal collega di educazione fisica, o di musica, o di lingue, o di religione… Insomma: le vie per diventare il nume tutelare della fede informatica sono infinite e piuttosto empiriche: quasi sempre si è trovato investito del ruolo di boss dei computer e del web (the webman!?) l’unico insegnante della scuola che, per motivi personali, già usava in qualche modo le nuove tecnologie. È una storia che conosco bene, visto che è la mia storia. Quando nella mia scuola si è attivato un indirizzo nuovo (Liceo delle Scienze Sociali) che prevedeva una nuova disciplina (Linguaggi Non Verbali e Multimediali) che in qualche modo odorava di nuove tecnologie, su questa cattedra è stato messo il sottoscritto (insegnante di lettere) semplicemente perché da anni usava il computer per scrivere e per fare un po’ di grafica.


[insegnare è una] Missione impossibile

Talvolta l’alchimista dei microchip si trova a lavorare in disarmante solitudine. Talaltra, per una qualche congiuntura favorevole, si trova ad interagire con altri entusiasti officianti del mouse. È il caso, ad esempio, della scuola media di mia moglie dove  un docente di arte è da sempre appassionato di Internet, un docente di lettere ama costruire ipertesti coi suoi alunni, un docente di musica usa il computer per comporre, un docente di educazione fisica si diverte a smontare e rimontare schede madri e RAM… Tutto ciò porta a sinergie intriganti, ad un clima veramente sperimentale, ad una ricaduta percentualmente significativa sulla prassi didattica.

Nel bene e nel male, comunque, ogni scuola ha ormai ricavato fra le proprie mura una nicchia più o meno rilevante dove grandi sacerdoti o umili vestali tengono quasi sempre acceso il sacro fuoco dell’informatica.

Sarebbe oltremodo interessante fotografare la situazione attuale con un monitoraggio affidabile. Ad occhio e croce, comunque, l’impressione è che, ancora una volta, tutto o quasi sia lasciato alla buona volontà dei singoli docenti (e qualche volta dei singoli dirigenti scolastici) ed allo spirito volontaristico (insegnare è una misssione!) di qualche pioniere “fai da te”. E, come sempre avviene in queste situazioni, in alcuni casi la fiamma digitale brilla d’orgoglio, in altri balbetta, in altri ancora quello che si alza dagli antri degli alchimisti informatici è solo fumo.

La sensazione generale, comunque, è quella di un brusio di fondo con qualche acuto, di un formicolio variegato di iniziative non sempre ben definite e definibili. Ciò che colpisce guardando il fenomeno da una prospettiva perlomeno provinciale, è la frammentarietà delle varie iniziative, lo sperimentalismo eccessivamente anarchico e l’alto tasso di improvvisazione – talvolta di approssimazione - che anima noi adepti del cyberspazio.

Qualcosa si muove certo, ma in tutte le direzioni possibili ed immaginabili. Da quando faccio il mio nuovo mestiere – e sono tre anni! – conservo i dati con i quali registro i prerequisiti dei miei ragazzi in entrata (prima Liceo delle Scienze Sociali); tre anni fa solo il 15-20% degli alunni possedeva un computer e meno del 50% di loro aveva fatto qualche esperienza informatica nella scuola dell’obbligo; quest’anno la situazione è praticamente rovesciata: solo il 15-20% degli alunni NON possiede un computer e praticamente tutti hanno avuto qualche impatto informatico nella scuola dell’obbligo. I dati non vogliono essere particolarmente significativi, ma probabilmente evidenziano - sia pur timidamente – un trend. Ancora una volta, però, si rimane disorienti quando si cerca di capire lo spessore qualitativo di questa tendenza. La maggioranza dei ragazzi, infatti, dichiara di usare il computer domestico solo per i giochi e di aver frequentato il laboratorio informatico della scuola di provenienza solo poche volte (di solito solo l’ultimo anno per circa dieci/dodici ore). Assai differenziato, poi, il panorama delle attività informatiche che sono stati chiamati ad interpretare: quasi tutti hanno fatto un po’ di Word e di Excel; molti hanno fatto solo un po’ di Logo; qualcuno si è divertito con Micromondi, qualcun altro si è avventurato nella costruzione di ipertesti (con Amico o con Incomedia). Quasi nessuno a scuola ha fatto esperienze con Internet.


Il mondo [scolastico] è bello perché è vario

Del resto questa polifonia di metodologica si può evincere anche da altre esperienze. Lavorando come presunto esperto di multimedialità per il CDE del Comune di Modena, mi capita spesso di incontrare gli altri esperti che operano a vario titolo nelle scuole. Ed ognuno di loro ha le sue convinzioni: c’è chi ritiene indispensabile che i ragazzi imparino a muoversi in ambiente Microsoft Office; chi sostiene che occorre insistere sul desktop publishing; chi rimane ancorato alla centralità del Logo; chi ritiene basilare lavorare su Micromondi; chi osanna le potenzialità didattiche di Amico tessitore; chi non abbandona Tool Book; chi ritiene fondamentale insegnare i rudimenti dell’HTML; chi dice che bisogna accontentarsi di Front Page; chi magnifica le virtù creative di Macromedia Flash…

Il mondo è veramente bello perché vario. Come la scuola pubblica. Ed è ben lungi da me l’idea di auspicare una omogeneizzazione dei comportamenti, soprattutto in questo campo; anzi… io vorrei vedere un ventaglio ancor più ampio di tipologie operative: vorrei vedere colleghi che sperimentino a fondo le potenzialità educative dei videogiochi; vorrei vederne altri costruire per i propri studenti modelli interattivi di realtà virtuale; vorrei vedere nascere in rete comunità virtuali di studenti che dialogano quotidianamente con i loro coetanei dell’Australia; vorrei vedere di tutto e di più.

Ma vorrei anche che noi volontari dei media, dispersi nel frammentato mondo della scuola italiana, cominciassimo - almeno un po’ – ad incontrarci, ad ascoltarci, a confrontarci.

(Agati Mario, Casinalbo, vacanze di Natale 2000)