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Penso, dunque sono.
Ma, cosa?

 

 

 

 

Ragzzo che legge - disegno in bianco e nero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Terza tappa: pensare all'epoca di Internet


Apriamo le scuole!

Dopo questi talvolta aride divagazioni fra tecnica e tecnicismi il nostro viaggio alla ricerca di spunti riflessivi, di libri che ci facciano pensare – ri-pensare – al nostro ruolo di educatori. E ripartiamo da una piccola provocazione:

G. Papini, Chiudiamo le scuole, Millelire, 1992

Sì, è proprio quel Papini! L’inaffidabile, contraddittorio, eccessivo, rivoluzionario, fascista… Giovanni Papini che, fra le tante provocazioni, lancia nel non troppo lontano 1919 questo delizioso pamphlet contro la scuola.

La scuola, per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali (p. 5). La scuola non inventa le conoscenze, ma si vanta di trasmetterle… (ibid). La scuola insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni, ecc. (p. 9)… La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco (p. 11).

Che c’entra Papini con la rivoluzione informatica nella scuola? Forse nulla. O forse…

Mio zio Bigiola – quando assieme cercavamo di estirpare la gramigna dal vigneto – amava ricordarmi - fra tante altre pillole di saggezza popolare - che chi non è rivoluzionario (comunista!) a 18 anni è senza cuore, e chi rimane rivoluzionario (comunista!) a 30 anni è senza cervello. Io ho avuto tanto cuore in gioventù, poi ho cercato di usare anche un po’ di cervello. E per trent’anni ho perseguito il lento ma costruttivo riformismo. La politica dei piccoli passi! Ma dopo quasi 50 anni passati nella scuola - come scolaro prima, ed insegnante poi – confesso di avere talvolta rigurgiti rivoluzionari, nichilistici perfino. E di sentirmi ogni tanto – giuro: solo ogni tanto – in sintonia con gli anatemi di Papini. E di pensare che - nonostante gli aggiornamenti forzati, e la riforma sull’autonomia, e il ventilato riordino dei cicli, e i piani ministeriali per l’informatizzazione, e i progetti, e il POF, e le Funzioni Obiettivo, e… - la scuola non sia poi tanto cambiata. E che la vita è altrove…

la scuola è reclusione quotidiana, è…l’immobilità fisica più innaturale… è l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare… è l’annegamento sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi (ibid, p. 7).

Se non vi sembra carina l’idea di chiudere le scuole, potreste rovesciare l’assunto aiutandomi almeno a coltivare un sogno – forse - politicamente più corretto: apriamo le scuole. Apriamole al flusso dei bit e delle chat, dei tvtb e delle emoticone, di Bjork e di Lara Croft…