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Luigi Guerra (a cura di), Educazione e tecnologie. I nuovi strumenti della mediazione didattica. Junior Edizioni, 2002. Imperdibile soprattutto il primo capitolo – Tecniche e tecnologie per la mediazione didattica – che imposta in maniera chiara e convincente l’assunto che sta alla base dei diversi contributi raccolti nel volume: la rivendicazione della necessaria superiorità del modello didattico rispetto al modello tecnico, dell’autorità e della capacità di scelta dell’insegnante (educatore, formatore) rispetto agli strumenti che usa. Dopo aver impostato le coordinate teoriche che definiscono il concetto di tecnologia, Guerra delinea i punti essenziali del dibattito fra coloro che denunciano “l’impoverimento sostanziale di una situazione educativa fondata sulle nuove forme di mediazione offerte dalla macchina” e coloro che si abbandonano “all’elogio della tecnica interpretata come in grado di liberare l’insegnante dalle componenti più riproduttive dell’esperienza scolastica, con un chiaro tentativo di delegare in pieno alcuni aspetti dell’istruzione alla macchina”. In Italia la diatriba non è ancora particolarmente accesa, anche perché la delega di parti della funzione dell’educatore alla macchina non è ancora avvenuta in termini veramente significativi. Da noi “è comunque diffusa ormai (nel senso che gli integrati, o almeno i rassegnati, sono oggi molto più numerosi degli apocalittici) la convinzione che l’utilizzazione del computer sia se non altro positiva per la nuova motivazione che offre agli studenti”. Ma Guerra mette giustamente in guardia da questa tendenza al modernismo riflesso e poco meditato, da una possibile “totale accettazione delle nuove tecniche, ma senza una sufficiente elaborazione di tecnologia dell’educazione”. Verso tale perigliosa china pare inclinarsi pure il faraonico “Piano nazionale di Formazione degli Insegnanti sulle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione”. La Circolare Ministeriale (C. M. 21 maggio 2002, n. 55) che illustra il progetto palesa infatti un’eccessiva curvatura tecnica ed un ingenuo ottimismo veteropositivista che lascia quasi intendere che basterà quest’ennesima massiccia campagna di alfabetizzazione informatica per rinnovare automaticamente il modo di fare scuola di questo paese. La tesi sostenuta da Guerra “è che le TIC vadano apprese ed utilizzate strutturalmente all’interno di modelli tecnologici dell’educazione: cioè, all’interno di una preventiva e consapevole scelta interpretativa, di natura pedagogica e didattica, del significato dell’educazione”. Se l’alfabetizzazione informatica non è accompagnata da una profonda riflessione culturale e pedagogica, corriamo il “rischio gattopardesco che la rutilanza del nuovo copra e giustifichi il permanere di un vecchio che altrimenti verrebbe giustamente spazzato via. E questa non può essere spacciata come innovazione tecnologica. Ancora, le stesse tecniche (e gli stessi strumenti anche se inseriti in procedure tecniche diverse) possono essere collocate in modelli di mediazione didattica addirittura antitetici. È insufficiente sul piano didattico rivendicare la padronanza di un’applicazione tecnica: devo indispensabilmente dichiararne il modello d’uso didattico.” Guerra concorda quindi con L. Galliani (Galliani e altri, Le tecnologie didattiche, Pensa Multimedia Editore, 2000) quando afferma che “occorre dissipare alcuni fraintendimenti purtroppo diffusi: … che l’uso dei media causi automaticamente apprendimento, mentre in realtà sono i processi, cioè i modi di utilizzare i media a determinare i risultati dell’apprendimento”. Un altro abbaglio che offusca il dibattito sull’uso delle TIC nella didattica è dovuto al fatto che assai spesso ragioniamo sulle potenzialità delle nuove tecnologie educative più che sulle effettive realizzazioni. Le promesse tecnologiche viaggiano molto forte. Ma “la realtà di fatto tradisce le aspettative, non per colpa delle strumentazioni, bensì perché sono fortemente in ritardo, da un lato, i modelli pedagogici e didattici in cui inserirle, d’altro lato, conseguentemente, le professionalità educative di chi le utilizza.” Così il povero insegnante si trova spesso nella situazione di chi, avendo a malapena conseguito la patente B, ha a disposizione una Ferrari da corsa. Questo comporta un duplice rischio: quello di un uso banale e fuorviante del mezzo, oppure quello di un delirio di onnipotenza che lo porta a sfrecciare senza regole né regia con un bolide che di fatto non sa controllare. Guerra conclude infine il suo prezioso intervento ribadendo che le nuove strumentazioni tecniche “possono effettivamente costruire una frontiera esplosiva di qualificazione dell’esperienza educativa solo se sono poste al servizio di modelli critici di mediazione didattica”. E propone, quindi, di assumere un modello tecnologico problematico. Se affrontate in una corretta ottica di problematicismo pedagogico, le nuove tecnologie possono effettivamente ridisegnare il nostro modo di fare formazione sia sul piano dell’educazione intellettuale (sfera “cognitiva”) sia sul piano dell’educazione etico-sociale (sfera della “socializzazione”). Dal punto di vista dell’educazione intellettuale, gli strumenti digitali:
Dal punto di vista della socializzazione i nuovi strumenti:
Va da sé che Guerra non nasconde l’altra faccia della medaglia: la difficoltà di controllare la qualità delle informazioni on-line, il rischio di sbriciolare in maniera destabilizzante i saperi, il pericolo di scambiare per creatività la meccanica manipolazioni di campionature standardizzate, la tentazione di isolarsi davanti allo schermo, o mascherare la propria personalità dietro alias e avatar, o di banalizzare le proprie potenzialità in storie solo virtuali… Ma è proprio problematicità il sapore più autentico della ricerca pedagogica. E lo spazio fra tecnica e pedagogia non può che essere dialettico, aperto e problematico. “Tra i due aspetti, tecnica e pedagogia, c’è tensione, interazione dialettica, ma mai sovrapposizione. Della pedagogia c’è bisogno perché allontana il semplicismo lineare del processo della crescita umana e, quindi, della stessa educazione, come vorrebbe la linearità della tecnica … C’è bisogno della pedagogia perché costruisce un oggetto educazione complesso, imprevedibile e avventuroso, perché, paradossalmente, non risolve i problemi, ma li complica come fa ogni vera scienza” (Genovesi G., Lessico per la scuola. Dizionario delle idee e delle attività scolastiche, UTET, 2001). Il ricco volume prosegue quindi con altri tredici capitoli che affrontano le varie problematiche legate ai nuovi strumenti della mediazione didattica: le potenzialità degli ipertesti, i processi di simulazione, la videoscrittura, i videogiochi, la grafica computerizzata, i nuovi laboratori linguistici, le nuove tecnologie e la riduzione dell’handicap, la comunicazione digitale, la formazione in rete, eccetera. Un manuale sicuramente utile. |