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Il più bello dei mari è quello che non abbiamo ancora navigato. (Nazim Hikmet)
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G. Fiorentino, Il bambino nella rete. Dalla lavagna al computer, Marsilio, 2000 È veramente un bel libro! Snello, curioso e di gradevolissima lettura anche per lo stile sottilmente barocco e ricco di piacevoli campionature (Pennac, Chatwin, Papini, Papert, Piaget, Lévy, Don Milani, Walt Disney, Dahl, Pinocchio, il Piccolo Principe, E.T., Huckleberry Finn, Super Mario Bros, Alice…). È un libro destinato soprattutto alle maestre, ma farebbe bene anche a molti colleghi delle superiori. Soprattutto a quelli che, come il mio amico Elis, si lamentano che oggi i ragazzi non capiscono più niente, che sono più tonti, più distratti, più demotivati… …perché io somministro le stesse verifiche di dieci anni fa ed allora avevo solo 3-4 insufficienze, mentre adesso va bene se mi ritrovo con 3-4 sufficienze… (Elis C., insegnante di chimica) Leggendo il testo di Fiorentino si scoprirà – forse – che nelle aule i ragazzi non capiscono niente perché la scuola insiste appunto sulle stesse verifiche, e le stesse pratiche comunicative, e le stesse tecnologie, mentre le nuove generazioni sono immerse da sempre nella confusione di nuovi alfabeti, di nuove pratiche comunicative, di nuove tecnologie… Non è tollerabile la distanza che separa la realtà della società e le mura della scuola. Non è pensabile l’isolamento splendido di insegnanti e maestre, che si compiace spesso di una trasmissione gerarchica del sapere, di conoscenze ingabbiate in sussidiari e abbecedari, che tiene fuori le porte delle aule il cinema, la televisione, i videogiochi, il computer… La scuola si fa baluardo di una mentalità alfabetica isolata dalla fluidità della vita, evade dal reale e ne costituisce lo specchio rovesciato… Il gioco che si racconta in questo libro vede in scena genitori che hanno bisogno di una scuola reale – più che multimediale – che si confronti con l’essere naturalmente in viaggio dei bambini… (Fiorentino, cit., p. 11) …il bambino che in questo scorcio di secolo è culturalmente multimediale, è da sempre essere nomade. Molto prima di essere multimediale, già oltre la sua essenza multimediale, è nomade. È predestinato al viaggio. È viaggio, cammino, incontro per sua natura con le potenzialità dell’immaginario, con le radici delle immagini e del suono. Essere nomade vuole dire essere implicitamente predisposti alla multimedialità, alle infinite possibilità del cyberspazio, alle molteplici opportunità di apprendimento negli universi della simulazione... (ibid. p. 31) È il bambino che traccia le traiettorie del viaggio, naviga attraverso le culture, le lingue, le immagini, i sogni. È il bambino della tribù, piccolo principe, segnale evidente della mobilità mentale come scelta di vita. È lui il vero nobile che ha varcato le frontiere della civiltà digitale. È lui a rimandare alla necessità di un nomadismo educativo da ri-generare… (ibid.) Il genitore, l’adulto, il maestro non è spaventato dal bambino multimediale, dal bambino videogioco, che troppo spesso funziona da tranquillante… È disorientato dalla natura del bambino, che deve essere modellata, costruita, inscatolata dalle rigide confezioni preparate per lui. L’adulto, è adulto, prima che monomediale. La scuola è ammalata di adultocentrismo e il problema è molto più vecchio del personal computer… (ibid.) L’insegnante vive una cornice mentale esclusivamente alfabetica (…) che vuol dire poi una logica scolastica della monomedialità, della scrittura e della lettura, contrapposto ad un ambiente esterno fluido e vitale, dove l’alfabeto è integrato da suoni, rumori, voci, immagini, tastiere, bit, attraversamenti continui e rimandi alla molteplicità del presente (ibid.., p. 49)… Occorre, più che entrare nell’universo di Internet o adottare televisori e personal computer, essere nella realtà, calarsi nella cultura materiale del bambino per rinnovare le proprie competenze educative e rimetterle in gioco, acquisire una nuova competitività col reale. Le qualità del computer non implicano (…) la distruzione della forma libro. Accettare le possibilità di un’operatività percettivo-motoria non vuol dire rinunciare all’apprendimento per via simbolico-ricostruttiva. Chiedere e trovare asilo nella cibernetica, vuol dire che le maestre accettino, provino, ricomincino ad apprendere con il bambino. (ibid., p. 51) Gli insegnanti dovrebbero dunque abbandonare tecnologie di comunicazione organizzate in broadcasting (da uno a tutti nello stesso tempo e nello stesso modo) e imparare a convivere coi media e la loro cultura, il che vuol dire accogliere al centro della propria dimensione professionale una cultura della comunicazione, che si affida ad una molteplicità di codici, che è insita nel gioco e nella simulazione… (ibid., p. 89) I nuovi insegnanti quindi dovrebbero diventare dei motori di ricerca consapevoli, delle guide critiche all’interno della babele comunicativa, dei registi (ibid. p. 95) del percorso formativo, degli animatori dell’intelligenza collettiva dei loro alunni (ibid. p. 90). L’essenziale è un insegnante che faccia suo un nuovo stile di pedagogia, capace di favorire da una parte gli apprendimenti personalizzati, dall’altro l’apprendimento cooperativo in rete. È in questo contesto che l’insegnante è chiamato ad essere qualcosa di completamente diverso rispetto al passato. Le sue competenze si spostano sul versante della provocazione che spinge ad apprendere e a pensare. La sua attività sarà incentrata sull’accompagnamento e la gestione degli apprendimenti, sull’incitamento allo scambio delle conoscenze (…), sul pilotaggio personalizzato di percorsi di apprendimento. È un insegnante (…) che aiuta il bambino ad esplorare e scoprire, progettare e inventare, porre domande e pensare come trovare risposte. (ibid., p. 91) Può darsi che Giovanni Fiorentino parta da un’analisi troppo genericamente negativa della scuola italiana (= la scuola è fuori dalla realtà) e approdi ad un auspicio neanche tanto originale (= gli educatori devono mettersi in discussione e cedere al bambino il centro della scena diventando animatori della sua creatività e del suo percorso di ricerca); ma certamente il suo libro può aiutarci a fare piazza pulita di alcuni pregiudizi e a riflettere soprattutto sul fatto che, per aprire la scuola alla realtà, non basta fare entrare in qualche aula Internet e qualche decina di computer, ma che occorre soprattutto rinnovare – rivoluzionare – le quotidiane strategie comunicative e formative. |