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agati mario Avviso ai
naviganti del Wild Web School
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Il più bello dei mari è quello che non abbiamo ancora navigato. (Nazim Hikmet)
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Non ho ovviamente verità in tasca ed è comunque difficile dire ciò che è più o meno utile in proposito: la situazione è estremamente fluida e volatile: ciò che è funzionale ad un percorso educativo oggi, può non esserlo più domani. Posso tentare però di esternare qualche generica e schematica considerazione. Intanto mi sembra ormai riduttivo – e francamente ridicolo – parlare ancora di alfabetizazione informatica: quasi tutti i nostri ragazzi, ormai, sanno smanettare con computer e videogiochi. Si tratta, se mai, di orientarli ad usare mouse e tastiera in senso ludico-educativo e non solo in senso ludico-ricreativo. È poi ora di smetterla definitivamente di considerare l’uso delle ex nuove tecnologie come una sorta di nuova materia aggiuntiva (informatica) da insegnare con metodi tradizionali nelle riserve indiane di qualche grigio laboratorio con qualche decina di grigi pc quasi sempre troppo vecchi rispetto gli standard audio e grafici. Se non possiamo (!?) avere il computer in classe (come c’è nelle case, negli uffici, nelle officine, nelle tende dei fondamentalisti…), possiamo almeno fare in modo che i ragazzi considerino il computer ed internet come uno strumento di abituale uso per i lavori domestici. Chiediamo ai nostri studenti di farci i riassuntini con Word, le tabelle e i grafici con Excel, le relazioni con PowerPoint, le ricerche con Internet… E, magari, anziché riempirli con quintalate di fotocopie e appunti cartacei, facciamoli lavorare su materiali digitalizzati (floppy, C D-Rom, e-mail, pagine web…). Sento già i fischi di alcuni colleghi egualitaristi che protestano per il fatto che alcune famiglie non possono permettersi il computer e che quindi questo mio atteggiamento è biecamente discriminatorio. A parte il fatto che potrei sottolineare che anche i libri costano (solo i miei colleghi di lettere fanno spendere centinaia di migliaia di lire per i sette/otto volumi dell’antologia che, per inciso, potrebbero trovare posto in un comodo – e assai più economico – supporto magnetico), chiediamoci se è più progressista allineare tutti a chi ha meno, o mettere tutti in grado di poter contare sulle migliori tecnologie. Se è utopico, infatti, pensare che la scuola italiana metta un computer a disposizione di tutti i ragazzi, è assai più realistico e auspicabile che si impegni al massimo per fornire i mezzi adeguati ai ragazzi più disagiati: accanto ai buoni libro dovrebbero esserci i buoni computer e, soprattutto, i laboratori scolastici dovrebbero essere aperti pomeriggio e sera proprio per tutti coloro che hanno bisogno di tecnologia per studiare, fare ricerca o semplicemente fare allenamento sulla tastiera. Detto dunque che le ex nuove tecnologie vanno normalizzate, so che comunque in molte situazioni e in diversi contesti si sente ancora il bisogno di programmare specifici interventi – di solito corsi - di informatica per ragazzi. Che taglio devono avere questi corsi? Va da sé, intanto, che ogni progetto deve essere contestualizzato e dipende dal tipo di scuola, dagli obiettivi che si vogliono raggiungere, dai prerequisiti dei ragazzi, dalle priorità del momento. Qualche anno fa veniva sentita come prioritaria l’esigenza di insegnare ai ragazzi la logica della programmazione; poi c’è stato il momento della videoscrittura e del foglio elettronico; quindi è arrivato il momento delle reti e di Internet. In effetti lavorare sulle connessioni ed i collegamenti ipermediali pare oggi la tendenza più utile. Anche se capisco pure le ragioni di chi sostiene ancora l’utilità di portare i ragazzi ad avere una maggiore consapevolezza di ciò che sta dietro le moderne interfacce grafiche. Un corso che si propone di “spiegare il computer” (hardware, software…) e di far entrare gli alunni nella logica della programmazione (il calcolo binario, il diagramma di flusso, gli algoritmi…) è sicuramente utile, ma rischia di essere demotivante (soprattutto se fatto solo con carta e penna!) e fine a se stesso (soprattutto se non è affiancato anche dall’uso quotidiano del pc in chiave ludico-creativa). Ha più senso un corso che metta subito i ragazzi in grado di disegnare, colorare, inserire musica… e che magari, di tanto in tanto, si fermi a far riflettere su come opera il computer. Insomma: è un po’ quello che si fa con le lingue e con il calcio: prima si impara a parlare – e magari a conoscere amici simpatici – e poi si riflette sulla lingua; prima si impara a giocare – e a divertirsi - col pallone e poi si imparano le regole e la logica (strategia, tattica, tecnica…) che ci sta dietro al gioco. Per imparare a guidare bene l’automobile, non dobbiamo per forza annoiarci con bielle, pistoni, iniezione e valvole; per goderci qualche bella canzone alla radio, non dobbiamo per forza conoscere le teorie sulle frequenze. Io nutro persino qualche dubbio sulla reale utilità formativa di corsi specifici ancora basati sul Logo. Non mandatemi subito al diavolo: il Logo è stato e per certi versi è ancora una grande invenzione e sicuramente ha una notevole funzione propedeutica per quei ragazzi (un’esigua minoranza) che decideranno di fare i programmatori di professione; ma per tutti gli altri ragazzi far correre la tartarughina a destra e a manca può venire considerato un giochino fine a se stesso (e, per di più, assai meno affascinate di quelli della Play Station). |