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agati mario Linguaggi non
verbali e multimediali:
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Il più bello dei mari è quello che non abbiamo ancora navigato. (Nazim Hikmet)
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PremessaTre anni fa nella mia scuola ha preso corpo il Liceo delle Scienze Sociali che incorpora una materia nuova dal nome caricaturale: Linguaggi Non Verbali e Multimediali. Ogni Istituto era libero di nominare quale insegnante di tale presunta disciplina un qualsiasi docente, possibilmente già in carico alla scuola. Così, su questa cattedra sono finiti docenti di musica, arte, matematica… e persino di lettere. Io sono stato uno dei fortunati a passare da Dante, Petrarca e Boccaccio a… Già: a che cosa? Non essendoci programmi preconfezionati, né indicazioni ministeriali vincolanti ogni docente (pardon: ogni Consiglio di Classe!) ha fatto di questo vago contenitore il proprio terreno di sperimentazione. Così anch’io mi sono trovato nella condizione dei tanti insegnanti – vedi capitolo precedente – costretti ad inventarsi percorsi didatticamente sostenibili attorno al vecchio e nuovo culto della multimedialità. Dopo due anni di riciclaggio feroce, la cronica sindrome da tunnel carpale (nel mio caso anche caudale) e notti passate a rivedere per l’ennesima volta il funzionamento dei link di un qualche ipertesto partorito dai miei ragazzi… ho sentito il bisogno di una pausa riflessiva. Mi sono chiesto che senso aveva la mia nuova vita, il mio nuovo lavoro, la multimedialità nella prassi didattica. Non pretendo conforto per i primi due dubbi esistenziali (Chi è causa del suo mal…), ma qualche vostra risposta alla terza domanda, sì. Che cos’è e cosa deve essere la multimedialità nella scuola di oggi? Potete provare a rispondermi anche senza leggere i prossimi scampoli argomentativi. Se invece avete la pazienza di leggerli, correggetemi. Nella primavera del 2000 sono stato cortesemente invitato dal mio Preside a partecipare al convegno di Bardolino sul Liceo delle Scienze Sociali. Ci sono andato volentieri perché sulle colline gardesane ho lasciato molti sogni della mia adolescenza, per l’attrazione di un DOC dai sentori delicati, ma soprattutto per curiosità. Essendo, infatti, uno di quei professionisti ibridi della docenza che tentano di insegnare una delle discipline teoricamente più innovative di questo nuovo liceo - Linguaggi non verbali e multimediali – e pensavo che il convegno fosse l’occasione giusta per sapere finalmente chi sono, cosa insegno, dove vado… Il convegno è stato fin troppo denso di eventi: si è argomentato di filosofia, sociologia, storia, letteratura; si è disquisito attorno al profilo culturale del nuovo liceo; si sono consumate eterne tavole più o meno rotonde nel meritorio tentativo di stilare coordinate programmatiche. Tutto molto saggio, tutto molto utile, tutto molto interessante. Ma i miei dubbi esistenzialprofessionali si sono acuiti. In tutto questo appassionato attivismo che stava plasmando la nuova – e comunque assai convincente – creatura scolastica, la mia “disciplina” non trovava mai un ruolo organico al progetto, un suo spazio dignitoso, un qualche brandello di discorso che la rendesse significativa. Eppure si parlava di un liceo della contemporaneità, di una scuola in movimento, di un’anima antropologica votata all’analisi del presente. E cosa c’è di più presente, contemporaneo, dinamico, significativo, inquietante della rivoluzione informatica? E di che cosa si dovrebbe occupare una “disciplina” come la mia se non della nostra nuova identità di esseri quasi digitali? Nei giorni del convegno, anziché pranzare, andavo a correre sulle rive del lago. Lo facevo per rilassarmi, per staccare la corrente, per cercare di ricomporre un disegno eccessivamente dimidiato. Da una parte – per la mia riconversione professionale – mi trovavo – e mi trovo - immerso in un ambiente fatto di chip, bit, MUD, web, DHML, e-mail, chat… un ambiente ricreato dalla rivoluzione digitale, dove la comunicazione viaggia alla velocità della luce, la tecnologia si è pericolosamente affrancata dalla scienza, la globalizzazione non è più un oggetto di riflessione ed il presente è sempre annullato dal futuro. Dall’altra parte mi trovavo – e mi trovo – immerso in un ambiente fatto di spazi rigidi e lezioni frontali, dove la comunicazione – quasi sempre unidirezionale - viaggia alla velocità delle locomotive a vapore, dove la globalizzazione si studia su un capitolo del sussidiario e lo studio ridondante del passato pretende di disegnare il futuro senza interagire col presente. Alla fine della corsa, spossato, sotto la doccia, mi sembrava finalmente che questi due mondi potessero cominciare a convivere, come ormai hanno imparato a convivere – sia pure fra perenni tensioni - la mia anima di ex insegnante di lettere ed il mio ruolo di neo insegnante di multimedialità. Poi, ingoiato un panino, tornavo al convegno. Ed ero costretto a constatare con sveviana frustrazione che lì, della rivoluzione, non giungevano che pallidi echi. Certo, la scuola non può e non deve rincorrere ogni afflato tecnologico, ma in un il liceo della contemporaneità – come in una qualsiasi altra scuola di oggi - questi due mondi devono cominciare ad incontrarsi, a conoscersi senza pregiudizi, a tollerarsi, a collaborare. E la mia disciplina, almeno, potrebbe essere funzionale a questo incontro. Con ciò non intendo ovviamente sostenere che le nuove tecnologie comunicative debbano per forza assumere un ruolo centrale nella scuola, ma voglio certamente ribadire con una timida decisione che non possono nemmeno continuare a recitare un ruolo da comparsa e da – talvolta fastidioso – tappabuchi. Ma, cos’è, esattamente, la multimedialità? Quando dico che insegno “Linguaggi non verbali e multimediali” le reazioni che suscito negli occasionali interlocutori sono le più disparate: curiosità, stupore, ironia, sarcasmo… Quindi devo solitamente arrampicarmi sulle parole per tentare di spiegare di che cosa si tratta. Impresa disperata! In effetti la mia non è certo una disciplina tradizionale. Anzi: non può propriamente dirsi nemmeno una disciplina. Non ha un suo statuto, un suo programma, un oggetto di indagine ben definito, degli strumenti metodologici chiari… Non una disciplina, dunque, ma un contenitore. Un contenitore potenzialmente affascinante dove può stare di tutto e di più. E in effetti, le varie scuole, hanno messo sotto quest’etichetta di tutto e di più. A cominciare dagli insegnanti. L’idea di poter ricorrere in prima battuta a risorse interne all’Istituto per coprire la cattedra in questione è di per sé una grande opportunità per una scuola che vuole operare in chiave di dinamica autonomia e flessibilità. In molte realtà la possibilità di scegliere al proprio interno l'insegnante che - indipendentemente dalla disciplina di origine – possedesse le competenze più adatte al ruolo ha dato ottimi risultati. Ma proprio da quel convegno di Bardolino, dove ho passato parte del mio tempo a chiedere ai colleghi degli altri Licei delle Scienze Sociali in che modo da loro si affronta la questione, me ne sono andato con un quadro generale dominato da una certa confusione, frammentarietà, improvvisazione, approssimazione che, solo in qualche caso, assume la dignità della sperimentazione. Anche perché in molte occasioni, anziché scegliere il docente in base alla disciplina, è avvenuto che la disciplina è stata reinventata in base al docente scelto. E i docenti sono stati scelti talvolta in base a ragionamenti piuttosto estemporanei. Così su questa cattedra sono finiti insegnanti di musica che continuano a fare il loro tradizionale programma (con tanto di canzoncine natalizie eseguite con flauti più o meno dolci); insegnanti di disegno che continuano il loro itinerario fatto di copia dal vivo e decorazioni per l’infanzia; insegnanti di matematica che si avventurano verso qualche algoritmo; insegnanti di lettere che usano i computer per temi e riassuntini; eccetera, eccetera. È vero anche che molti di questi insegnanti hanno tentato di reinventare la loro disciplina alla luce delle nuove possibilità informatiche con risultati talvolta notevoli: la musica si può essere composta al computer; internet permette la visita virtuale ai migliori musei mondiali; con la tartarughina del Logo la matematica diventa più divertente; il riassunto, grazie al contaparole di Word diventa più professionale, eccetera, eccetera… Tutto ciò, comunque, non riesce a cancellare l’impressione generale di una certa improvvisazione che non appare del tutto consona ad un percorso formativo. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza ponendoci una domanda radicale: una simile “disciplina” ha ragione d’essere? Che poi è come chiederci: nella scuola di oggi deve esserci uno spazio-tempo ben recintato dove qualche adepto delle nuove tecnologie sviluppa forme e contenuti multimediali? Io credo di no. Sia i “Linguaggi non verbali” (i linguaggi della matematica, del corpo, della mente…) che la multimedialità, infatti, sono – o dovrebbero essere - già oggetto di studio e strumenti di lavoro di tutte le altre materie. Come si può oggi fare matematica, fisica, chimica senza computer? Che senso avrebbe una ricerca bibliografica senza l’ausilio della rete? Si può studiare veramente la storia contemporanea senza il supporto di immagini e filmati? Si possono affrontare le scienze sperimentali come la sociologia senza padroneggiare gli strumenti statistici digitali? Insomma: la multimedialità è ormai insita in tutti gli ambiti disciplinari e non può essere confinata in una riserva. L’insegnamento quotidiano di qualunque disciplina in una qualunque aula dovrebbe essere multimediale ed avvalersi in maniera critica e consapevole degli attuali strumenti informatici. Ogni insegnante è – o dovrebbe essere - un insegnante di linguaggi non verbali e multimediali. Qualcuno però può sostenere che, visto l’ancora generalizzata impreparazione del corpo docente a rivedere i fondamenti del proprio specifico disciplinare alla luce della nuova rivoluzione dei media, una postazione d’avanguardia che faccia da ponte fra presente (che per la società è già passato) e futuro (che per la società sarà sempre più passato) è necessaria. E fra questi qualcuno ci deve essere appunto il ministero che si è inventato una disciplina come la mia e che comunque incoraggia la nascita di spazi dedicati all’informatica e la ri-nascita di insegnanti multimediali. Non sono d’accordo, ma mi adeguo. Ed in ogni caso anche contenitori come il mio può trasformarsi in un’ottima opportunità per fare qualcosa di nuovo. Purché non venga riempito di cose vecchie, magari riverniciate. Ma, con che cosa riempirlo? Linguaggi. Comunicazione. Segno. Tutto è segno. Tutto è linguaggio. Pochi sono i linguaggi verbali (tra l’altro quasi mai allo stato puro). Tutti gli altri sono linguaggi NON verbali. Se noi poniamo dunque l’accento sulla NON verbalità abbiamo l’idea di un approccio semiotico al mondo della comunicazione (al mondo). Dovremmo quindi ipotizzare un campo di indagine su tutti gli insiemi ed i sottoinsiemi di segni (tranne quelli puramente verbali?): la moda, la pubblicità, la musica, i rumori, le automobili, l’arte, i graffiti, eccetera, eccetera. Ma se la nuova disciplina dovesse fondarsi su un impianto semiotico, dovremmo poi chiederci se indugiare più o meno a lungo sull’autostrada della semiotica generale o se incamminarci frettolosamente sugli infiniti sentieri della semiologia applicata. E, in quest’ultimo caso, applicata a cosa? Ogni insegnante, in ogni contesto deve essere libero di individuare e coltivare il suo campicello di indagine? Oppure dobbiamo individuare (a livello nazionale?) dei nuclei culturali più o meno fondanti e più o meno comuni a tutte le realtà? E qui, ancora un volta, rischiamo di perderci perché, tanto per cambiare, sotto il cappello della semiologia applicata ci può stare di tutto e di più. Nemmeno spostare l’analisi sulla multimedialità ci aiuta ad uscire da quest’ansia da enciclopedismo inconcludente. Oggi è assai più difficile reperire prassi comunicative monomediali che multimediali. Non solo la tv, ma anche radio, giornali, libri di testo, video, giochi elettronici, eccetera, eccetera sono multimediali. E quindi ci risiamo: nella multimedialità ci sta di tutto e di più. Sulla multimedialità, però, è il caso di spendere qualche ulteriore ovvietà perché se proprio dobbiamo trovare qualche specifica coordinata spazio-temporale alla nostra non disciplina, la strada è soprattutto questa. Fare una lezione multimediale non è poi così difficile. Se spiego l’impresa dei “Mille” con l’ausilio di una carta storica faccio una lezione multimediale; se argomento l’importanza delle scienze sociali attraverso una mappa cognitiva proiettata sul muro grazie ad una lavagna luminosa, faccio una lezione multimediale; se cerco di trasmettere l’importanza della musica popolare facendo suonare ai ragazzi brani dei Beatles col flauto dolce, faccio una lezione multimediale; se spiego lo spirito del Rinascimento attraverso una lezione peripatetica fra le strade di Firenze, faccio una lezione multimediale; se cerco di rendere il fascino del romanticismo leggendo versi di Coleridge mentre il proiettore di diapositive ricrea dipinti di Friedrich sulla parete ed uno stereo diffonde note di Chopin… faccio una lezione multimediale. Il computer e Internet possono aiutarci a fare simili lezioni multimediali? Indubbiamente sì, anzi le nuove tecnologie amplificano sensibilmente le possibilità di intervento. Qualche giorno fa mi è capitato di rivedere una vecchia puntata di “Non è mai troppo tardi”, la mitica trasmissione televisiva che negli anni Sessanta tentava di combattere l’analfabetismo. Alberto Manzi, con quella faccia da maestrino di provincia, era un conduttore eccezionale: scandiva le parole con patos narrativo (comunicazione orale), le scriveva alla lavagna (comunicazione scritta) con gesti eleganti e misurati (comunicazione mimico-gestuale), le illustrava con disegni e foto efficaci (eccetera), le intervallava con filmati, canzoni... La sua era una perfetta lezione multimediale. Possiamo ripartire da qui? Forse sì. A patto di operare in maniera meno sequenziale (= più ipertestuale) e più interattiva. Il computer e Internet possono aiutarci a fare lezioni come quelle di Alberto Manzi, magari con un ritmo più adeguato ai tempi e con un tasso di interattività e ipertesualità assai più alto? Indubbiamente sì, anzi le nuove tecnologie amplificano sensibilmente le possibilità di intervento. Negli anni trenta un maestrino francese dalla salute cagionevole si mise in testa di cambiare la scuola: ci riuscì portando in classe un tornio per stampare. Coi sui ragazzi usciva dalla scuola per interviste, reportage, servizi, ricerche che diventavano poi giornalini da distribuire in paese e nelle altre scuole. Il suo metodo – il metodo Freinet – diventò giustamente famoso. Possono il computer ed internet sostituire la tipografia di Freinet? Indubbiamente sì, anzi le nuove tecnologie amplificano sensibilmente le possibilità di intervento. Carlotta, una mia ormai ex piccola nipotina, dopo una gita a Monterosso è stata sollecitata dalla maestra a stendere una relazione su questa esperienza. Ricordo l’entusiasmo col quale in un week-end ha riempito un grande tabellone: il resoconto scritto del viaggio, le foto che lei stessa aveva scattato, alcune cartoline del luogo e persino foglie di ulivo e conchiglie e sassolini incollati sul cartone. Una splendida relazione multimediale. Il computer e Internet possono aiutare le Carlotte di oggi a fare le loro relazioni multimediali? Indubbiamente sì, anzi le nuove tecnologie amplificano sensibilmente le possibilità di intervento soprattutto in funzione di una maggiore di interattività e ipertesualità.
Mi sembra d’essere
stato fin troppo didascalico: chi nella scuola si occupa oggi specificatamente
delle nuove modalità comunicative deve per forza lavorare (con e riflettere su)
la multimedialità. Non ovviamente la
multimedialità datata di quei cinefili e fotoamatori che infiorettano il
proprio percorso didattico con lunghe pause nell’aula video per eterne
proiezioni di videocassette e diapositive, ma la multimedialità di oggi, quella
multimedialità vertiginosamente permeata di interattività ed ipertestualità (ipermedialità).
Quella multimedialità (ipermedialità) che corre alla velocità della luce nei
circuiti del computer e nei meandri infiniti delle reti e del cyberspazio. La nuova disciplina (e qui comincio a togliere le virgolette!) dovrebbe avere insomma come oggetto di studio i suoi stessi strumenti di lavoro ed indagine. Nelle ore di “Multimedialità” (di “informatica”) i ragazzi dovrebbero usare gli strumenti informatici (il computer, ma soprattutto le reti) anche per acquisire una coscienza critica nei confronti della rivoluzione in atto.
Insisto: questa
disciplina non può ridursi ad uno spazio grazie al quale ogni tanto gli
studenti possono andare in laboratorio ad imparare un po’ di Word
piuttosto che di Excel, Acces, Amico… Deve
invece diventare l’occasione per sperimentare moduli organici e percorsi
sistematici che portino l’alunno ad acquisire le competenze necessarie per
muoversi
con efficacia e consapevolezza nell’ossimoro della realtà virtuale e del
cyberspazio. Noi non possiamo tediare i nostri ragazzi con l’architettura del computer, i linguaggi di programmazione, l’amministrazione delle reti… ma dobbiamo dare al nostro percorso didattico un taglio espressamente ludico e creativo: i nostri computer non devono solo scrivere, calcolare, incolonnare dati… ma devono suonare, parlare, navigare… comporre immagini, animazioni, filmati… comunicare fra di loro e col mondo… E i nostri ragazzi devono imparare fin da subito a tessere suoni, immagini e parole in reti ipermediali via via più complesse ed interattive. Come si facevamo una volta con la pubblicità. Il modo migliore per insegnare agli alunni a decodificare i messaggi pubblicitari era far loro codificare messaggi pubblicitari. Mentre i ragazzi imparavano i trucchi del mestiere per rendere efficace il proprio messaggio, quasi inconsapevolmente – tocca all’insegnante poi suggerire il plusvalore della consapevolezza critica – imparavano a non farsi fagocitare dai messaggi altrui. Allo stesso modo oggi dovremmo utilizzare buona parte delle nostre ore per costruire pagine e pagine web, in modo che i nostri ragazzi imparino – in maniera operativa - a decodificare criticamente le pagine web altrui. Costruendo percorsi di navigazione funzionali, i ragazzi impareranno a tracciare rotte intelligenti nell’oceano dove la troppa informazione rischia di annullarsi ed annullarci. Almeno in questo caso, dunque, la scuola deve cominciare ad essere anche la coscienza critica di una rivoluzione che forse coscienza critica non ha. Non si tratta - ovviamente - di avere atteggiamenti manichei: schierarsi pro o contro il computer (la rete, i video-games, la realtà virtuale, ecc.), dividerci fra luddisti e ludisti della nuova tecnologia, non ha alcun senso. Sbaglia chi vede l’informatica come un vaso di Pandora colmo di minacce, ma sbaglia anche chi si abbandona all’etilismo tecnologico. La rete non è il Grande Fratello, ma non è nemmeno la panacea di tutti i nostri mali. Eccetera. Piaccia o non piaccia, insomma, con la rivoluzione digitale bisogna fare i conti. Soprattutto nel lavoro. Soprattutto a scuola. Il computer (Internet) sta cambiando il mondo. Il computer (Internet) deve cambiare il modo di fare scuola. I computer non sono né buoni né cattivi. Semplicemente esistono. E bisogna inventare un nuovo modo per usarli senza integralismi, né pregiudizi. Come abbiamo imparato ad utilizzare i caratteri mobili, le rotative, l’automobile e la TV. Insisto su questo: in una scuola della contemporaneità, in una scuola che guarda senza pregiudizi alla complessità del sociale non ci si può limitare ad una più o meno efficace alfabetizzazione informatica: imparare a navigare in Internet è tecnicamente facile; assai più arduo è imparare ad usare Internet e dintorni (mailto, SMS, cyber-games, VRML, MUD…) con consapevolezza critica, etica, antropologica, sociologica… Il cantuccio che ogni scuola dedica all’informatica deve essere dunque il laboratorio privilegiato dove si sperimentano i nuovi modi di interagire con la realtà digitale, dove si ricercano fili di Arianna per orientarsi nel labirinto totale, dove si forma quella coscienza critica indispensabile per reagire coraggiosamente agli oceani di pattume informazionale che fluttuano minacciosi. Mi si conceda un’altra riflessione scontata. Stabilito che l’asse portante del nostro lavoro di adepti della ipermedialità contemporanea, non è possibile declinarne in maniera più precisa contenuti, strumenti, strategie, eccetera? Ovviamente no! L’ipermedialità di oggi non è quella di domani. Nella dimensione digitale le tappe si bruciano con una velocità impressionante. Prendendo in considerazione, ad esempio, un solo aspetto del web, ieri era attuale l’HTLM, oggi il DHTML e domani il VRML. Certo – lo ripeto - la scuola non può rincorrere tutte le novità tecnologiche. Ma questo non può diventare l’alibi per fermarsi al foglio protocollo piegato in due, a lezioni fatte di appunti dettati o – nel nostro caso – ad una decina di collegamenti ipertestuali realizzati con l’Amico tessitore. Se discipline come lettere o filosofia piuttosto che storia o latino possono - talvolta devono - opporsi alle perturbazioni culturali esterne adottando una serie di filtri che smorzino la frenesia delle novità e rilancino il sacrosanto valore della lentezza, una disciplina come la nostra, votata per definizione alla multimedialità, deve provare ad innestarsi in presa diretta con questa società, questa cultura. La rete non è solo il segno tangibile della globalizzazione, “è anche una metafora della cultura contemporanea, una cultura priva di organizzazione e di struttura gerarchica forte, che ha sostituito l’apprendimento con la documentazione, e che sta estroflettendo anche la memoria individuale di lavoro, quella che sta alla base delle nostre elaborazioni più elementari e quotidiane (il linguaggio, la lettura). È cambiata la nostra visione del mondo, la nostra epistemologia. Secondo alcuni stanno cambiando la nostra psicologia e la nostra stessa fisiologia”(Longo 1998, p. 85). La scuola non può ignorare questa rivoluzione. Anche perché gli insegnanti che si sono formati sui libri si trovano a dialogare con ragazzi che sono cresciuti alla scuola della televisione e dei videogiochi. La tanto sbandierata povertà linguistica dei giovani è dovuta in buona misura a questo ritorno dell’immagine. Ciò però non significa necessariamente una regressione comunicativa. Alla lingua tradizionale si affianca l’immediatezza e la rapidità di questa nuova lingua iconica con le sue convenzioni ed i sui codici tutt’altro che grezzi e primitivi. C’è più forza comunicativa e qualità estetica nell’ultimo videoclip di Janet Jackson che in tanti manualetti cartacei che gravano sugli zainetti dei nostri figli. Ecco dunque un altro ruolo fondamentale di chi veste i panni dell’aspirante massmediologo: essere all’interno della scuola il luogo - l’avamposto – dove icona e parola si incontrano, dove l’etica e l’estetica dei manga e dei videoclip si confronta con l’etica e l’estetica dei nipotini di Petronio, Erasmo e Manzoni. Una disciplina dunque che vuol rischiare la presa diretta col mondo, che accetta il confronto con la generazione dei video-games, che si vota alla ipermedialità… non può che incarnare un altro mito dei nostri tempi: la flessibilità. È infatti impossibile tentare di fissare – magari a livello ministeriale - contorni più precisi, contenuti più puntuali, programmi più dettagliati. Prerequisiti, priorità, obiettivi, competenze… variano infatti di anno in anno, quando non di mese in mese. Variano anche da situazione a situazione, da luogo a luogo: un anno ti può capitare una classe già alfabetizzata, l’anno dopo invece devi ripartire dall’abbecedario dell’informatica; puoi trovarti ad operare in un territorio dove quasi tutti i ragazzi possiedono un computer e navigano tranquillamente in rete, o in una situazione di palese arretratezza informatica. Insomma: una volta individuato l’asse portante della disciplina (l’ipermedialità hic et nunc) ed alcune irrinunciabili tendenze metodologiche (l’operatività non disgiunta dall’analisi critica; il confronto senza pregiudizi fra cultura della parola e cultura delle immagini), il docente di multimedialità dovrà lavorare in un’ottica forzatamente modulare, programmando all’inizio di ogni anno scolastico i 2/3 moduli che in quel momento gli appaiono indispensabili. Se in questo momento, ad esempio, un modulo incentrato sulla codificazione/decodificazione di pagine web (con strumenti quali Microsoft FrontPage 2000 piuttosto che Macromedia Flash e tecnologie come FTP, MP3, JPG, GIF, PDF…) pare indispensabile, fra qualche mese? Più che a contenuti dettagliati dunque, preferisco qua parlare di qualcosa di più impalpabile, ma assai importante: l’atmosfera. Che le nostre lezioni siano incentrate su una ricerca bibliografica in rete piuttosto che sulla realizzazione di un giornalino on line, credo comunque che dovrebbero avere un’atmosfera molto simile a quella che si respira nella trasmissione di Carlo Massarini (www.mediamente.rai.it). Ma non mi scandalizzerei nemmeno se l’atmosfera e i contenuti fossero vicini al palinsesto di MTV. E, a proposito di atmosfera, anche l’ambiente ha la sua importanza. La quasi totalità delle nostre ore andrebbe consumata nel laboratorio di informatica (di multimedialità!). Ma che tristezza quei laboratori grigi, magari con computer addossati alle pareti e banconi metallici da funzionalismo sovietico. Il laboratorio multimediale deve essere allegro, vivo, vivace. Tutte le macchine collegate ad Internet, ragazzi che lavorano in gruppo mentre ascoltano musica con le cuffie, il videoproiettore che proietta le diapositive animate della lezione in corso o le pagine di un sito particolarmente accattivante, bacheche stracolme delle prove grafiche dei ragazzi, scaffali con libri e riviste, l’insegnante munito di radiomicrofono che gira di gruppo in gruppo per dare consigli e confrontarsi con la creatività degli alunni. Lo so, lo so: le macchine spesso si impiantano, la rete è lenta, i tecnici non ci sono… Ma quest’atmosfera di ludica creatività si può perseguire anche con poche macchine funzionanti, un po’ di musica e tanta voglia di confrontarsi. La nostra, infatti, è l’unica disciplina dove più spesso del normale gli alunni possono insegnare agli insegnanti: magari a scaricare più in fretta una play list in MP3, o a chattare, o ad inviare SMS gratis tramite qualche portale, o ad entrare nella logica di un MUD, eccetera. Insisto sulla musica: per me è stata una grande scoperta didattica. Alle prime armi come insegnante multimediale, dopo due o tre mesi di lezioni strutturate (e paludate) sul desktop Publishing ed una mezza lezione sul registratore di suoni, ho detto ai ragazzi che, se volevano, potevano inserire nelle loro pagine e nelle loro diapositive i sottofondi musicali che preferivano. È stata una scintilla. Dal giorno dopo Jovannotti cantava la sua ninnananna nell’ipertesto delle scienze sociali, Ligabue introduceva un lavoro sulla geografia antropologica, gli Eiffel 65 rendevano meno noiosa una sequenza di grafici di sociologia, eccetera, eccetera. Anche i ragazzi meno motivati dopo aver scoperto che il computer poteva prolungare la colonna sonora della loro esistenza e che Vasco, i Blink, i Gun’s… potevano finalmente entrare nella scuola e giocare un ruolo fondamentale nel serioso ipertesto dedicato a Leopardi, anche loro, dicevo, hanno cominciato a smanettare con più entusiasmo. Lo so. Abbiamo volato un po’ in alto: l’atmosfera di Mediamente, il Prof. con il radiomicrofono incorporato, Leopardi e Vasco Rossi, avatar e virtual reality… Ma questo è il brodo di coltura della nostra disciplina. Si tratta se mai di stabilire chi, dove e come reclutare il conduttore adatto. Può darsi che fra qualche anno l’Università generi figuri adatti allo scopo: web master con un’anima da filosofi della rete e una profonda conoscenza delle teorie comunicative (resta se mai da vedere se un individuo con tali competenze si adatterebbe ai due milioni mensili!). Per il momento ci si deve accontentare di quello che passa il convento. Ma tanto per superare di qualche millimetro il punto da cui siamo partiti, provo a rendermi ulteriormente antipatico ad una folta schiera di colleghi dando corpo digitale a qualche rozza impressione.
Devo confessare
immediatamente che per questo ruolo non vedo benissimo gli
insegnanti di informatica tradizionale. Fatte salve le solite eccezioni,
questi professionisti dei bit hanno una formazione tecnico-pratica che mal si
adatta a quell’atmosfera che abbiamo delineato pocanzi. La loro mentalità è
probabilmente perfetta per Istituti Tecnici (e, al limite, per Licei
Scientifici) dove gli studenti sono motivati anche dal desiderio di
padroneggiare le tecniche per dominare l’hardware e di appropriarsi dei
linguaggi di programmazione. Ma sarebbe controproducente con i nostri ragazzi
che non sono mediamente interessati a gestire periferiche, configurare porte,
scrivere stringhe di comandi. È un po’ quello che succede in tanti corsi di
aggiornamento per insegnanti, dove l’aggiornatore di matrice tecnica –
magari un ingegnere – consuma le prime fondamentali – soprattutto per la
motivazione - lezioni a spiegare che cos’è e come funziona il computer, cosa
sono e come funzionano le periferiche e poi comincia a far spostare directory e
sottodirectory, a far aprire, chiudere e ridimensionare finestre… E dopo un po’
il vecchio prof. di lettere ha una crisi di rigetto per le nuove tecnologie che,
tra l’altro, gli avevano assicurato essere sempre più user friendly. Ai
nostri alunni – ed agli insegnanti che vogliamo aggiornare – bisogna
mostrare da subito l’aspetto amicale e creativo della nuova tecnologia: anche
per chi non ha mai smanettato e non sa la differenza fra un formato BMP ed un
formato GIF non è poi così difficile mettere assieme – grazie a programmi
intuitivi come Microsoft
PowerPoint - fin dal primo incontro alcune diapositive con testo variamente
formattato, immagini accattivanti, animazioni spiritose, musica di sottofondo e
collegamenti ipertestuali perfettamente funzionanti. È il modo giusto per
coltivare le indispensabili motivazioni, per mettersi da subito in sintonia con
l’atmosfera multimediale. L’eventuale
alfabetizzazione informatica non deve essere un fine, ma un mezzo. L’insegnante
di multimedialità non deve insegnare ad usare il computer, ma deve far usare il
computer per… Sono poi colpevolmente sospettoso anche nei confronti del tradizionale insegnante di matematica (e informatica!). Anch’egli – salvo le solite immancabili eccezioni – è generalmente portato ad avere un approccio piuttosto “arido”, tecnicistico e poco coinvolgente alla disciplina. Egli tende ad insegnare Excel e Word e non ad usare Word (e al limite Excel) per “creare”. Ed anche quando si avventura sui sentieri dell’ipermedialità, di solito i risultati estetici rischiano una certa scontata rigidità. Chi arruolare dunque? Risposta non c’è. L’aspirante più probabile dovrebbe essere un insegnante creativo (e qui, in effetti, vien da pensare all’area artistico-musicale), attratto dai sistemi comunicativi delle nuove generazioni e soprattutto disposto ad un autoaggiornamento feroce. Un insegnante disposto a passare ore ed ore a smanettare (si impara a navigare navigando) ed a portarsi in vacanza assieme a Nick Horby, Kundera, P. D. James e Yourcenar anche Bill Gates, Negroponte, Longo, Lévy, Herz, Rawlins e il manuale Laterza per l’uso della rete. Concludo però con un atto di realismo. Non vorrei aver dato l’idea di uno che pontifica e quindi torno all’inizio: non avendo verità in tasca, spedisco questo messaggio nella bottiglia nel solo tentativo di avere un confronto con chi ha qualche mezza verità sull’argomento. Anche perché se qua e là mi è sfuggito qualche consiglio plausibile, non è detto poi che io stesso sia in grado di realizzarlo con solerzia ed efficacia. Insomma: anche per me, dal dire al fare… Intanto perché anch’io ho a che fare con le quotidiane contraddizioni della nostra realtà scolastica. A scuola di sopravvivenzaPoco sopra ho sostenuto che i tecnocrati non sono tendenzialmente adatti ad incarnare lo spirito creativo/epistemologico della nostra disciplina (così come mi sono sforzato di immaginarla); ma è indubbio che sono invece fondamentali per far funzionare bene la rete e le macchine, nonché per suggerire i programmi e le strategie informatiche per rendere più efficace le nostre riflessioni e le nostre creazioni. Sto dicendo che le nostre scuole della vecchia area umanistica sono sprovviste di tecnici informatici. E questo è un enorme problema. Dopo due anni di stacanovistico impegno, ad esempio, ho fatto in modo che nella mia scuola vi fossero due laboratori informatici (tutti computer multimediali in rete, connessi ad Internet), un’auletta con alcuni PC per i docenti (in rete e collegati ad Internet), due videoproiettori collegati a computer multimediali (in rete e collegati ad Internet), eccetera. Una quarantina di macchine, insomma, senza un tecnico specifico per la manutenzione. Così spesso la mia giornata diventa un difficile esercizio di sopravvivenza fra cavi che non vanno, stampanti che non stampano, computer che si impiantano, colleghi che ti implorano di recuperare il file perduto… Io mi do da fare ad aprire macchine, collegare cavi, rimontare driver, eccetera, eccetera… ma i risultati non sono sempre particolarmente incoraggianti! Anche perché – da più o meno buon insegnante di lettere - io non ho alcuna preparazione specifica e, in questo campo, la volontà, la discreta manualità e il buon senso non sono sempre sufficienti per risolvere i continui problemi. A ciò vanno aggiunti indubbiamente altri limiti personali (solo da un paio d’anni, ad esempio, sto tentando di districarmi goffamente fra i meandri della lingua inglese!) e contingenti. C’è ancora da fare, quindi. E chi di dovere deve aiutare la scuola ad attraversare il guado verso il nuovo universo digitale: occorrono altri investimenti, occorrono tecnici, occorrono corsi di aggiornamento… ma intanto occorre qualcosa che costa relativamente poco: qualche idea, la voglia di confrontarci con la scommessa tecnologica e la disponibilità di mettere in rete le nostre competenze. La diffusione delle nuove tecnologie, infatti, è di per se stessa una pratica collaborativa che richiede una molteplicità di competenze che si integrano fra di loro. Nessuno, ad esempio, può conoscere con sicurezza tutte le tecniche, tutti i linguaggi, tutte le procedure che servono per costruire ipermedia efficaci. Nessuno può sapere tutto di tutto. Anche di un solo programma non c’è nessuno che possa conoscerne tutte le potenzialità, nemmeno il suo ideatore. Ciascuno conosce degli scampoli più o meno ampi di un sapere. Per questo se in una certa realtà scolastica un certo operatore, in un certo momento, sente l’esigenza di acquisire in fretta una certa competenza per risolvere un certo problema, se non trova un aiuto interno, deve poter rivolgersi all’esterno. Per questo gli insegnati di discipline come la nostra e gli animatori multimediali che s’annidano ormai in ogni scuola devono cominciare a tessere la loro ragnatela. (Commessaggio – agosto 2000) |