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È
ufficiale: la powerpointosi esiste
di
Paolo Attivissimo (1)
Un professore emerito di Yale grida al
mondo quello che da tempo tutti mormoriamo: le presentazioni
realizzate con PowerPoint e simili creano l'illusione
dell'informazione e sono un pericolo per chi deve prendere decisioni
importanti. La tragedia del Columbia annidata in una slide
incomprensibile?
La powerpointosi è una sindrome di cui gli
addetti ai lavori sospettano da tempo l'esistenza. Il suo sintomo più
immediato sarebbe l'uso di Powerpoint, o programmi analoghi, per
generare presentazioni assolutamente incomprensibili, che producono
narcosi profonda in chi le subisce. La powerpointosi avrebbe anche
effetti ben più seri a lungo termine: abituerebbe le persone a pensare
per microconcetti rendendole, in sostanza, più stupide. Ora il
sospetto è stato finalmente confermato da una voce autorevole, quella
di
Edward Tufte,
professore emerito di Yale e docente di progettazione delle interfacce
e dell'informazione: uno che di teoria della comunicazione ci capisce,
insomma.
Quando tutto viene tritato,
compresso e semplificato fino a ridurlo alle dimensioni di una slide
di PowerPoint, nella conversione si perdono elementi che sono vitali
per i processi decisionali. A volte, sostiene Tufte, la powerpointosi
diventa addirittura un fattore importante nella perdita di vite umane.
È il caso, dice il professore,
del disastro della navetta spaziale Columbia: i dettagliatissimi
rapporti degli ingegneri della Boeing sull'ipotesi di danni causati
dall'impatto avvenuto al decollo, arrivarono all'attenzione dei
dirigenti di missione sotto forma di presentazioni PowerPoint, redatte
in modo talmente contorto da nascondere le informazioni che avrebbero
dovuto invece evidenziare.
Tufte
addita in particolare una
slide
del rapporto sul Columbia, che riesce a creare ben sei livelli
gerarchici distinti pur contenendo soltanto undici frasi. Sulla base
di queste disinformazioni, che erano esatte ma rivelavano il pericolo
soltanto se decifrate attentamente, i dirigenti decisero che non era
necessaria alcuna ulteriore indagine e che tutto andava bene, con i
tragici risultati che tutti conosciamo. La commissione d'indagine sul
Columbia ammette schiettamente che "è facile capire come un dirigente
di alto livello potesse leggere questa slide di PowerPoint senza
rendersi conto che descriveva una situazione di pericolo per la vita
(degli astronauti)".
L'esempio scelto da Tufte è
volutamente drammatico, e il professore è il primo a chiarire che non
è certo colpa di Microsoft se il Columbia si è disintegrato al
rientro, ma è comunque un caso emblematico di una situazione molto
diffusa. Vista l'onnipresenza delle presentazioni nella vita aziendale
e nella ricerca scientifica, viene da chiedersi quante altre decisioni
multimilionarie vengono prese nell'illusione di essere informati. La
fretta e la superficialità ci stanno portando sempre più spesso a
prendere decisioni critiche sulla base di laconici paragrafi puntati
di una presentazione PowerPoint invece di andare a spulciare i dati
sottostanti.
Attrezzi e artigiani
Sarebbe facile liquidare
l'accusa di Tufte dicendo che ogni artigiano scadente incolpa i propri
attrezzi. In effetti, chiunque frequenti le realtà aziendali e il
mondo dei convegni ha ben presente che il software di presentazione è,
per così dire, soltanto il vettore della powerpointosi: in realtà è
chi crea la presentazione ad esserne affetto.
C'è chi prepara una
presentazione con slide che contengono l'intero testo della relazione
e poi non fa altro che leggere pari pari il testo di ciascuna slide ad
alta voce: è la powerpointosi logorroica. Tante grazie: il pubblico è
in grado di leggere, non ha bisogno di qualcuno che legga per lui. La
presentazione, redatta così, non aggiunge alcun elemento utile; anzi,
il brusio della voce del relatore che ripete esattamente quello che
c'è sullo schermo è un narcotico potentissimo.
C'è chi soffre di
powerpointosi grafica: spende un'ora a creare il testo della
presentazione, ossia la sua sostanza, e tre ore a imbellettarla con
dissolvenze, animazioni, sfondi grafici ed effetti speciali che non
aggiungono nulla di concreto, per poi trovarsi con un imbarazzante
coniglio di amministrazione sbattuto a caratteri cubitali sul
megaschermo.
Ci sono poi gli affetti da
powerpointosi interrotta, ossia coloro che non portano con sé una
copia cartacea del testo e poi ammutoliscono di fronte alla platea
quando il laptop con la presentazione va improvvisamente in standby o
in crash. Questi sono i più desiderati nei meeting, perché la loro
tragica figuraccia consente al pubblico di rovesciare le parti e
trasformarsi da vittima in torturatore.
Tutti questi powerpointotici
hanno in comune un problema: non hanno capito che la presentazione è
uno degli strumenti del relatore ed è semplicemente un complemento
della relazione più estesa, che deve sempre esserci. La presentazione
è concepita per essere una sintesi di ciò che il relatore racconta a
voce e scrive nella relazione: una sorta di falsariga o di bigino, con
il vantaggio (rispetto alla carta) di poter includere immagini, suoni
e filmati, non come orpelli, ma come arricchimento delle informazioni
fornite. Un'immagine vale mille parole, ma va spiegata lo stesso.
Per questo, ogni slide deve
contenere pochissimi concetti chiave, disposti in forma graficamente
chiara e semplice, che il relatore amplia e chiarisce a voce uno per
uno, rimandando sempre alla relazione completa per i dettagli.
Soltanto in queste condizioni si esce dal tunnel della powerpointosi e
la presentazione diventa un accessorio davvero utile invece di
un'occasione per pavoneggiarsi.
Ma lo strumento è complice
Tutta
colpa dell'impreparazione di chi usa il software di presentazione,
dunque? Niente affatto, dice Tufte, che
ce l'ha
in particolare con PowerPoint e specificamente con i suoi modelli
predefiniti (i template): "di solito indeboliscono il ragionamento
verbale e spaziale e quasi sempre distorcono l'analisi statistica".
La
critica mossa da Tufte a PowerPoint è che i suoi modelli predefiniti
sono stati concepiti per le presentazioni commerciali, con le loro
piogge di elenchi puntati, e mal si adattano ad altri usi, come i
rapporti scientifici, in cui non c'è nulla da vendere né ci sono
slogan da cerebrolesi che vanno impressi nella mente del pubblico.
L'utente non commerciale si troverebbe così costretto a "mutilare i
dati fino a renderli incomprensibili". La bassa risoluzione delle
slide PowerPoint, inoltre, indurrebbe gli utenti a generare grafici
con pochi elementi rispetto ai grafici cartacei tradizionali, perdendo
quindi dettagli cruciali.
Sono
obiezioni che si possono tranquillamente applicare anche ai prodotti
concorrenti, come OpenOffice.org, per cui non mi sembra il caso di
fustigare specificamente il monopolista di Redmond. Forse, come spesso
accade in informatica e non solo, il vero problema è che le soluzioni
facili raramente sono quelle migliori, per cui i template predefiniti
finiscono per essere un falso ausilio: ingabbiano il pensiero. Meglio
imparare i rudimenti del layout grafico per poi rifiutare le
predefinizioni omogeneizzanti del software e crearsene delle nuove
personalizzate.
Per
dirla con il linguaggio conciso delle presentazioni, il primo passo
verso la cura della powerpointosi è la consapevolezza che esiste e che
se ne è affetti. Ora che abbiamo la certificazione di un esperto, il
problema diventa più trattabile e comprensibile persino per il
dirigente medio: il resto, speriamo, verrà da sé.
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